URGENTE


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30 marzo 2010

CS - Il Piemonte sceglie chi difende la vita!

Torino, 30 marzo 2010

 

Comunicato stampa

 

Il Piemonte sceglie chi si impegna a difendere la vita

 

 

L’Associazione torinese Due minuti per la vita manifesta il proprio sincero compiacimento per la vittoria dell’On. Roberto Cota alla Presidenza della Regione Piemonte: il Candidato del centro-destra è risultato vincente sull'uscente Mercedes Bresso appoggiata dalla coalizione di centrosinistra e dall’Udc – in tutte le circoscrizioni elettorali piemontesi ad eccezione di quella di Torino e provincia. Altrettanta soddisfazione viene espressa per la sconfitta della radicale abortista Emma Bonino in Lazio.

 

La vittoria di Cota rappresenta un importante passo in avanti per il “popolo della vita”, in particolare in difesa del diritto alla vita, della libertà di educazione e della famiglia naturale fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna: è la conferma che i piemontesi non hanno voluto concedere la propria fiducia a chi, con le sue idee ed il suo operato, ha sempre promosso politiche che misconoscevano ed offendevano in maniera inequivocabile la dignità della persona umana ed i «valori non negoziabili». Si tratta, pertanto, di un segnale molto positivo e rassicurante, un segnale di ferma ed inequivocabile discontinuità con il lascito della Governatrice uscente, per la quale non è stato sufficiente nemmeno l’appoggio dell’Udc per vincere le resistenze dei pro-life.

 

L’Associazione Due minuti per la vita, nella certezza che il Candidato eletto onorerà gli impegni assunti al momento della firma, il 24 febbraio 2010, del «Patto per la vita e per la famiglia», rivolge i più sinceri auguri di buon lavoro al nuovo Presidente Cota!

 

 

 

Associazione Due minuti per la vita

Casella postale 299 – 10121 Torino

www.duemininutiperlavita.info

info@dueminutiperlavita.org

26 marzo 2010

Un pro-life non può sostenere la Bresso!

PERCHÉ NOI NON POSSIAMO ANDARE IN MERCEDES

Lo strano caso della candidata abortista sostenuta da alcuni “pro-life” italiani

 

Comunicato Stampa di Federvita Piemonte n. 80, 25 marzo 2010

 

 

Il Comitato Verità e Vita è apartitico, non è un partito politico, né i suoi dirigenti sono impegnati in alcun partito politico. Ma quando la politica si interessa di vita umana e di questioni di bioetica, non è possibile far finta di nulla. Di fronte all'incomprensibile, deplorevole spettacolo che va in scena sotto i nostri occhi in queste elezioni, nelle quali, in particolare, il voto per la presidenza regionale è dato alla persona, non possiamo più tacere: stiamo parlando del sostegno pubblico accordato alla signora Mercedes Bresso da esponenti e formazioni del mondo “pro-life” italiano.

 

La Bresso è Governatore uscente della Regione Piemonte, e la sua azione politica e culturale in questi anni parla chiaro: essa è un'esponente di quella visione di stampo permissivo (“pro-choice”) della politica e del diritto di fronte a tutte le questioni eticamente sensibili: aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, riconoscimento legale delle coppie omosessuali, droghe più o meno leggere. Mercedes Bresso e Emma Bonino si stimano e si assomigliano. Pretendere che l'elettorato “pro-life” – che dovrebbe includere quello cattolico – possa considerarne “votabile” una e “impresentabile” l'altra, è un esercizio di equilibrismo logico davvero grottesco o, in altre parole, un esemplare di bassa politica.

 

Dunque, per quello che ci riguarda, un elettore veramente “pro-life” – specialmente cattolico – non può in coscienza dare il suo voto a Mercedes Bresso. La cosa è così ovvia che non ci sarebbe nemmeno il bisogno di ripeterlo, se non fosse che in queste ore abbiamo notizie certe e documentate di una incredibile mobilitazione di persone riconducibili al mondo “pro-life” e persino a quello cattolico – non certo a Verità e Vita [né tantomeno a Due minuti per la vita!, ndr] – che stanno facendo campagna elettorale alla signora Bresso. E' evidente che questa incredibile alleanza fra abortisti e (sedicenti) antiabortisti ha una possibile spiegazione nella linea politica scelta da un partito, l'UDC, che ha deciso, nel quadro delle scelte di schieramento politico, di sostenere in Piemonte la candidatura Bresso.

 

Noi ovviamente non ci stiamo. E speriamo vivamente che l'elettorato veramente “pro-life”, senza se e senza ma, non voti Mercedes Bresso e i suoi alleati.

Il Comitato Verità e Vita è convinto che scelte di questo elettorato, determinanti per un sonoro NO alle due esponenti della tragica cultura del disprezzo e della morte dell'uomo, segnerebbero una importante vittoria della cultura della vita e monito a certi politici propensi al compromesso del c.d. ‘male minore' anche su valori e diritti non negoziabili.

La lobby laicista che odia il Papa

La grande bufala del "New York Times"

di Massimo IntrovigneNota pubblicata sul profilo di Facebook dell’autore – 25 marzo 2010



Se
c’è un giornale che viene in mente quando si parla di lobby laiciste e anticattoliche, questo è il New York Times. Il 25 marzo 2010 il quotidiano di New York ha confermato questa sua vocazione sbattendo il Papa in prima pagina con un’incredibile bufala relativa a Benedetto XVI e al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.


Secondo il quotidiano nel 1996 i cardinali Ratzinger e Bertone avrebbero insabbiato il caso, segnalato alla Congregazione per la Dottrina della Fede dalla Arcidiocesi di Milwaukee, relativo a un prete pedofilo, don Lawrence Murphy. Incredibilmente – dopo anni di precisazioni e dopo che il documento è stato pubblicato e commentato ampiamente in mezzo mondo, svelando le falsificazioni e gli errori di traduzione delle lobby laiciste – il New York Times accusa ancora l’istruzione Crimen sollicitationis del 1962 (in realtà, seconda edizione di un testo del 1922) di avere operato per impedire che il caso di don Murphy fosse portato all’attenzione delle autorità civili.


I fatti sono un po’ diversi. Intorno al 1975 don Murphy fu accusato di abusi particolarmente gravi e sgradevoli in un collegio per minorenni sordi. Il caso fu tempestivamente denunciato alle autorità civili, che non trovarono prove sufficienti per procedere contro don Murphy. La Chiesa, nella fattispecie più severa dello Stato, continuò tuttavia con persistenza a indagare su don Murphy e, giacché sospettava che fosse colpevole, a limitare in diversi modi il suo esercizio del ministero, nonostante la denuncia contro di lui fosse stata archiviata dalla magistratura inquirente.


Vent’anni dopo i fatti, nel 1995 – in un clima di forti polemiche sui casi dei “preti pedofili” – l’Arcidiocesi di Milwaukee ritenne opportuno segnalare il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La segnalazione era relativa a violazioni della disciplina della confessione, materia di competenza della Congregazione, e non aveva nulla a che fare con l’indagine civile, che si era svolta e si era conclusa vent’anni prima. Si deve anche notare che nei vent’anni precedenti al 1995 non vi era stato alcun fatto nuovo, o nuova accusa nei confronti di don Murphy. I fatti di cui si discuteva erano ancora quelli del 1975. L’arcidiocesi segnalò pure a Roma che don Murphy era moribondo. La Congregazione per la Dottrina della Fede certamente non pubblicò documenti e dichiarazioni a vent’anni dai fatti ma raccomandò che si continuassero a restringere le attività pastorali di don Murphy e che gli si chiedesse di ammettere pubblicamente le sue responsabilità. Quattro mesi dopo l’intervento romano don Murphy morì.


Questo nuovo esempio di giornalismo spazzatura conferma come funzionano i “panici morali”. Per infangare la persona del Santo Padre si rivanga un episodio di trentacinque anni fa, noto e discusso dalla stampa locale già a metà degli anni 1970, la cui gestione – per quanto di sua competenza, e un quarto di secolo dopo i fatti – da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede fu peraltro canonicamente e moralmente impeccabile, e molto più severa di quella delle autorità statali americane. Di quante di queste “scoperte” abbiamo ancora bisogno per renderci conto che l’attacco al Papa non ha nulla a che fare con la difesa delle vittime dei casi di pedofilia – certamente gravi, inaccettabili e criminali come Benedetto XVI ha ricordato con santa severità – e mira a screditare un Pontefice e una Chiesa che danno fastidio alle lobby per la loro efficace azione in difesa della vita e della famiglia?

Le menzogne dei lupi contro Benedetto XVI

A proposito di un articolo del "New York Times"

Nessun insabbiamento

© L’Osservatore romano – 26 marzo 2010

 

Trasparenza, fermezza e severità nel fare luce sui diversi casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti e religiosi:  sono questi i criteri che Benedetto XVI con costanza e serenità sta indicando a tutta la Chiesa. Un modo di operare - coerente con la sua storia personale e con l'ultraventennale attività come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede - che evidentemente è temuto da chi non vuole che si affermi la verità e da chi preferirebbe poter strumentalizzare, senza alcun fondamento nei fatti, episodi orribili e vicende dolorose risalenti in alcuni casi a decine di anni fa. Lo dimostra, ultimo in ordine di tempo, l'articolo pubblicato oggi dal quotidiano statunitense "The New York Times", insieme a un commento, in merito al grave caso del sacerdote Lawrence C. Murphy, responsabile di abusi commessi su bambini audiolesi ospiti di un istituto cattolico, dove ha operato dal 1950 al 1974.


Secondo la ricostruzione fatta nell'articolo, basata sull'ampia documentazione fornita dagli avvocati di alcune delle vittime, le segnalazioni relative alla condotta del sacerdote furono inviate soltanto nel luglio 1996 dall'allora arcivescovo di Milwaukee, Rembert G. Weakland, alla Congregazione per la Dottrina della Fede - di cui erano prefetto il cardinale Joseph Ratzinger e segretario l'arcivescovo Tarcisio Bertone - al fine di ottenere indicazioni circa la corretta procedura canonica da seguire. La richiesta non era infatti riferita alle accuse di abusi sessuali, ma a quella di violazione del sacramento della penitenza, perpetrata attraverso l'adescamento nel confessionale, che si configura quando un sacerdote sollecita il penitente a commettere peccato contro il sesto comandamento (canone 1387).


È importante osservare - come ha dichiarato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - che la questione canonica presentata alla Congregazione non era in nessun modo collegata con una potenziale procedura civile o penale nei confronti di padre Murphy. Contro il quale l'arcidiocesi aveva peraltro già avviato una procedura canonica, come risulta evidente dalla stessa abbondante documentazione pubblicata in rete dal quotidiano di New York. Alla richiesta proveniente dall'arcivescovo la Congregazione rispose, con lettera firmata dall'allora arcivescovo Bertone, il 24 marzo 1997, con l'indicazione di procedere secondo quanto stabilisce la Crimen sollicitationis (1962).


Come si può facilmente dedurre anche leggendo la ricostruzione fatta dal "New York Times", sul caso di padre Murphy non vi è stato alcun insabbiamento. E ciò viene confermato dalla documentazione che si accompagna all'articolo in questione, nella quale figura anche la lettera che padre Murphy scrisse nel 1998 all'allora cardinale Ratzinger chiedendo che il procedimento canonico venisse interrotto a causa del suo grave stato di salute. Anche in questo caso la Congregazione rispose, attraverso l'arcivescovo Bertone, invitando l'ordinario di Milwaukee a esperire tutte le misure pastorali previste dal canone 1341 per ottenere la riparazione dello scandalo e il ristabilimento della giustizia.


Finalità, queste ultime, che vengono indiscutibilmente ribadite dal Papa, come dimostra la recente Lettera pastorale ai cattolici d'Irlanda. Ma la tendenza prevalente nei media è di trascurare i fatti e di forzare le interpretazioni al fine di diffondere un'immagine della Chiesa cattolica quasi fosse l'unica responsabile degli abusi sessuali, immagine che non corrisponde alla realtà. E che è invece funzionale all'evidente e ignobile intento di arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori.

25 marzo 2010

Orchi in difesa dei bambini

Invettiva cristianissima contro l’Europa pedofoba e il mondo infanticida

La battaglia contro i preti pedofili è in realtà una battaglia per eliminare il cristianesimo. L’ipocrisia di un continente bambino-fobico.

di Francesco Agnoli – © Il Foglio – 25 marzo 2010 – inserto I

 

Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.

 

L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

 

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.

 

Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.

 

A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?

 

Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).

 

Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve.
Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.

 

Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”. Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa.

 

Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”.

 

Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.

 

Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza… Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”.

Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”.

 

Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti? E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi… Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca… Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”.

24 marzo 2010

L'aria elettorale che si respira a Torino

Lega santa e diavolo Mercedes

Pd in vantaggio ma disilluso, Cota piace agli operai. Cattolici divisi dall’aborto

di Cristina Giudici - © Il Foglio – 24 marzo 2010

 

A Torino l’atmosfera è concitata. La posta in gioco è la conquista del trono di Mercedes Bresso, la zarina, e tutti sanno che la presidentessa del Piemonte è avversata anche da molti suoi stessi correligionari: la considerano una governatrice molto temuta, ma poco amata. Molto simile, per usare un’allegoria fiabesca, alla regina di cuori di “Alice nel paese delle meraviglie”. Sempre pronta a tagliare la testa a chiunque la contrasti, senza esitazione, e per di più chiusa in una roccaforte che non le permette di sintonizzarsi sulle frequenze radio dei suoi cittadini.

 

Una sfida politica, e non solo amministrativa, quella al trono del Piemonte, diventata ancora più importante dopo l’appello del presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, per un voto contro l’aborto e in difesa della vita, in cui è palese il riferimento alle posizioni di Emma Bonino nel Lazio e, appunto, di Mercedes Bresso.

 

E infatti ieri Silvio Berlusconi è tornato nel capoluogo piemontese, mentre Umberto Bossi e Pier Luigi Bersani concluderanno a Torino la campagna elettorale venerdì prossimo. Bersani lo farà all’alba, di fronte ai cancelli della Fiat di Mirafiori, dove da mesi però i leghisti lo hanno preceduto con una presenza vigile e costante. L’aria che si respira a Torino, negli ultimi giorni di campagna elettorale, è anche molto incerta e nessuno qui osa fare previsioni. Tutti sono consapevoli che, in caso di vittoria della Lega in Piemonte, cambieranno gli equilibri politici nazionali all’interno del centrodestra, e il movimento di Bossi si trasformerà nel primo, insindacabile, protagonista del nord d’Italia. E nel Pd ci sarà un ulteriore resa dei conti. Se è vero – come dicono alcuni esponenti del Pd che ci hanno elencato tutte le fragilità del mandato Bresso – che la gara nel quartiere popolare della Barriera di Milano è già stata vinta dalla Lega.

 

Qui i suoi militanti da mesi ogni sabato presidiano il territorio. Distribuendo gadget, volantini, consigli, promesse concrete ai suoi abitanti: quasi tutti operai immigrati o figli di immigrati meridionali. Il nostro tour elettorale parte proprio da qui, dal mercato di piazza Rebaudengo, alla Barriera di Milano, dove Enrico Scagliotti, operaio dell’Avio Fiat di Rivalta, ogni mattina, finito il turno notturno in fabbrica, dedica le sue giornate alla militanza padana. Discreto, accoglie al suo banchetto gli abitanti della sua circoscrizione: anziani, giovani, operai, ma anche medici, professionisti. E donne, tante donne, che non gli chiedono “di mandare a casa gli immigrati” – come potrebbero immaginare quelli che ancora non hanno intuito la mutazione della Lega nord – ma si limitano a chiedergli che cosa faranno i leghisti per difendere i posti di lavoro, per impedire la chiusura delle fabbriche in crisi, per contrastare la delocalizzazione. “Una vita in tuta blu”. Si presenta così Scagliotti ai cittadini, usando questo motto: “Io posso dire di essere un operaio, e di conoscere i reali problemi all’interno delle fabbriche”.

 

Al Foglio spiega che sono soprattutto i giovani operai ad avvicinarlo, per sostenerlo, per dirgli vai avanti, siamo con te. Appena arriva il candidato dell’Italia dei valori che grida al megafono, senza riuscire ad attirare l’attenzione della gente, Scagliotti affronta con spirito pacato un improvvisato confronto con l’aggressivo candidato dipietrista, che parte a testa bassa per dire: “Lo sappiamo che il figlio di Bossi lavora al ministero”, anche se non sa bene di quale figlio e soprattutto di quale ministero si tratti. “Certo, tutti quelli che entrano nel mulino si sporcano di farina”, esclama un medico in pensione, che ha deciso di votare la Lega, “ma per ora voi non siete ancora infarinati. Ecco perché ci fidiamo, ma state attenti…”, avverte. “Se vinciamo, alziamo la voce con Berlusconi”, aggiunge una signora, commerciante, anche lei sostenitrice della Lega. “Mandiamo a casa la Bresso, non ne possiamo più. Non si è mai curata dei lavoratori”, incalza un’altra signora. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. E’ questo l’unico argomento che interessa ai torinesi. E infatti non è una caso che alla Fiat di Mirafiori la Lega ci vada tutti i giorni da mesi a volantinare per conto di Roberto Cota. Così come non è un caso che due anni fa il Carroccio piemontese abbia aperto una sezione del partito a Mirafiori e a Moncalieri: terra di frontiera (e ora di caccia elettorale) per ottenere il consenso delle fasce sociali più vulnerabili, che hanno cominciato a strizzare l’occhio alla Lega dell’Umberto.

 

Alla conferenza stampa di bilancio della campagna elettorale, Elena Maccanti, giovane e brillante deputata del Carroccio, candidata nel listino di Roberto Cota, qualche giorno fa ha fatto l’elenco delle imprese che la regione Piemonte non è riuscita a tenere aperte, come la Motorola e la Telecom. Puntando il dito contro la Fiat che, nonostante i finanziamenti governativi, non riesce a dare garanzie a lavoratori piemontesi.

 

La Maccanti è una figura simbolo della nuova Lega che avanza, grazie anche alla presenza massiccia delle donne all’interno del partito, che stanno emergendo. Moderata, concreta, determinata, è l’unica donna diventata segretaria cittadina all’interno della Lega, a Torino, dopo anni di silenziosa militanza. Nella sede di un comitato elettorale, risponde alle insistenti domande di una militante che chiede dubbiosa: “Ma sulla sicurezza, non fate più nulla?”. Una domanda che spiega molte cose di questa campagna elettorale piemontese, forse l’unica che non si è fatta distrarre da intercettazioni ed escort, ed è rimasta pragmaticamente con i piedi ancorati alla politica. O meglio alle richieste dei cittadini. Una domanda che fa capire perché Repubblica abbia definito lo sfidante leghista “il morbido Cota”, anche se nei giorni scorsi dalle pagine locali del quotidiano di Ezio Mauro è arrivato un inequivocabile segnale d’allarme per avvertire i suoi (e)lettori a non sottovalutare l’ascesa della Lega, che in Piemonte nel 2009 ha già conquistato quattro province su cinque. “Il Piemonte si risveglierà più leghista”, ha osservato Ettore Boffano su Repubblica, “il vento del Nord di Umberto Bossi soffierà forte e non potrà essere sminuito né nascosto, neppure da un eventuale vittoria di Mercedes Bresso. Gli scenari sono difficili da spiegare, addirittura da immaginare…”.

 

La morbidezza di Roberto Cota, il giovane leghista capogruppo a Montecitorio, potrebbe essere il suo cavallo di Troia per la scalata all’Olimpo della Bresso, un obiettivo politico ritenuto improbabile solo fino a qualche settimana fa. E infatti non è un caso che in terra sabauda, dove morigeratezza e austerità sono considerate valori etici, la Lega abbia una sezione, una delle più forti, proprio nella casbah di Porta Palazzo, dove la maggior parte dei soci sostenitori del Carroccio sono immigrati. Grazie all’impegno di Luigi Sinatora. “Sinatora a vita”, si definisce per sottolineare il suo volontariato sociale per la Lega. “Io sono calabro-padano”, precisa lui che ogni giorno apre la sezione per assistere anziani, pensionati, immigrati a risolvere i loro problemi quotidiani. “A cominciare dalla richiesta del permesso di soggiorno”, spiega Senatori al Foglio, mentre mostra le tessere dei nuovi soci sostenitori e i moduli compilati dagli immigrati per regolarizzare la loro presenza. “Ho distribuito 400 tessere in un anno”, giura, anche se il capolista alla regione, il geometra Mario Carossa sembra un po’ perplesso.

 

Mario Carossa, consigliere regionale, ha fatto un esposto alla magistratura perché le infrastrutture costruite dalla giunta Bresso per le Olimpiadi invernali, costate circa 350 milioni di euro, verranno ora appaltate a una ditta per i prossimi trent’anni, al costo di circa centomila euro all’anno. E’ considerato troppo moderato anche dagli esponenti del Pd, che lo hanno incitato ad essere più deciso sul tema della sicurezza. In corso Giulio Cesare, dove ci ha portato per incontrare i commercianti che hanno costituito i comitati per la sicurezza per contrastare lo spaccio di stupefacenti e la presenza delle attività commerciali degli immigrati, tutti affermano di desiderare un cambiamento, ma sembrano anche un po’ esitanti. “Quando mi sono candidato nel 2006 a Torino abbiamo preso il 2,3 per cento, mentre alle ultime elezioni nel 2009 abbiamo conquistato il 10 per cento”, spiega Carossa. “Siamo realisti: a Torino non possiamo aspirare a un consenso elettorale che superi la soglia del 15 per cento”, anche se i militanti più convinti continuano a ripetere che questa sfida è epocale, non basta crescere, bisogna vincere, si deve mandare a casa la Bresso. Nella lista dei candidati di Roberto Cota è scritta la forza sociale della Lega: insegnanti, operai, piccoli imprenditori, avvocati, ambientalisti. Molti cattolici. Nulla è lasciato al caso in questa gara che sta innervosendo parecchio Mercedes Bresso. Almeno a giudicare dai duelli, l’ultimo è avvenuto lunedì sera, con lo sfidante Cota che cercava di metterla in difficoltà puntando dritto su argomenti solidi: il deficit della regione, 2.500 euro procapite secondo Cota; l’aumento della spesa sanitaria da 6 a nove miliardi di euro; lo scandalo delle tangenti all’ospedale delle Molinette (sabato scorso la Guardia di Finanza ha emesso due mandati di arresto per due dirigenti dell’ospedale torinese in un’inchiesta sulle forniture all’ospedale Molinette per una presunta tangente da cinquantamila euro. E ancora: i finanziamenti dati al premio Grinzane Cavour che hanno mandato in carcere Giuliano Soria (la Lega ha distribuito migliaia di opuscoli con la foto di Mercedes Bresso che pesta l’uva con l’ex patron del premio Grinzane Cavour) e l’incapacità della regione di rilanciare un adeguato piano di sviluppo economico. A cominciare dalla Tav, mai realizzata, che secondo i leghisti mai si farà, visto che nell’ampia coalizione della Bresso ci sono anche esponenti della sinistra radicale contrari all’Alta velocità. Numeri, dati, argomenti spinosi che hanno fatto perdere le staffe alla governatrice davanti alle accuse del suo sfidante. Soprattutto sull’aumento della spesa sanitaria, che lei nega.

 

Un nervosismo interpretato come un segno di debolezza anche dai suoi sostenitori e che aumenta l’incertezza per i risultati di una contesa politica che potrebbe mutare radicalmente la scena torinese. Dati, cifre, argomenti usati dalla Lega sono gli stessi citati anche da alcuni militanti del Pd, che continuano a ripetere : “La competizione è dura”. Interpellati dal Foglio, scuotono la testa, perché non sanno cosa pensare, che previsioni fare. E si chiedono come faccia la governatrice, una politica di lungo corso, a farsi mettere in difficoltà dal giovane e “morbido” Cota. Difficile sapere come andrà a finire, i sondaggi ufficiali che forniscono i dirigenti del Pd danno vincente la zarina di tre punti, ma quelli ufficiosi registrano solo mezzo punto in più di vantaggio per la governatrice. Ma su un punto sono tutti d’accordo: Mercedes Bresso sembra in difficoltà.

 

“Stiamo sottovalutando il pericolo di una sconfitta”, spiega al Foglio Roberto Placido, vicepresidente del Consiglio regionale, apprezzato forse più dai suoi avversari che nel partito, all’interno del quale combatte da anni una battaglia per riportare il Pd laddove dovrebbe essere, fra la gente, e non laddove invece si trova: nei salotti eleganti, radical-chic di una città dove anche la sinistra si è adagiata troppo sullo spirito elitaro della ex capitale del regno sabaudo e automobilistico. Placido è considerato un dirigente “scomodo”, nonostante alle ultime regionali sia stato il più votato, con undicimila preferenze. Poco allineato con la squadra di potere che governa la regione, è uno dei pochi militanti del Pd a fare una campagna elettorale “leghista” perché lui che è lucano, popolarissimo fra le comunità di immigrati meridionali, da mesi batte come i militanti del Carroccio, mercati e piazze dei quartieri popolari. Cercando di intercettare il voto popolare, che invece potrebbe dare la vittoria alla Lega. “Io prendo sempre il pullman”, ci dice, e ai comizi ricorda con ironia l’importanza della famiglia, visto che lui è parente dell’attore Michele Placido. “In questi cinque anni non abbiamo fatto niente”, ci hanno detto altri esponenti critici del Pd. “Non siamo stati capaci di costruire un polo sanitario, né di fare una politica per l’ambiente. Non siamo stati capaci di rilanciare lo sviluppo della regione né di ridurre gli sprechi della politica”. Le stesse parole usate da Cota che ormai, tranne che sulla Juventus (lui tifa per il Novara) si pronuncia su tutto.

 

Nessuno sa come andrà a finire, ma è probabile che a marcare la vera differenza sia il voto dei cattolici, divisi fra quelli ancorati alla lista di Cota (esponenti di Cl, Alleanza cattolica) e l’Udc, alleata alla Bresso. Questa almeno è l’opinione del consigliere regionale Giampiero Leo, punto di riferimento di Comunione e Liberazione, ma sufficientemente ecumenico da sperare di attirare i voti dei cattolici delusi dalla mancanza di dialogo con la Bresso, che anche in campagna elettorale non ha lesinato asprezze sulla chiesa. Inoltre, c’è il nodo dirimente della posizione dell’Udc. Che in Piemonte ha fatto arricciare il naso, o peggio, a molti cattolici. “L’allenza della Bresso con l’Udc, propiziata dal cambio di sponda di Michele Vietti, è stata considerata da molti credenti un tradimento”, afferma senza girarci intorno Leo al Foglio “e ha scompaginato lo schieramento cattolico. La Bresso ha sempre maltrattato la chiesa. Ha definito il cardinale Poletto un ayatollah, ha detto in modo sprezzante che i cattolici sono incapaci di avere una cultura politica. Inoltre le sue intransigenti posizioni sulla bioetica sono note a tutti: in teoria i credenti non dovrebbero votarla (la presenza di esponenti dell’Udc nel listino della presidentessa ha indignato anche molti militanti del Pd, ndr)”.

 

La candidata del Pd è ancor di più in difficoltà dopo la forte indicazione di Bagnasco per un voto contro l’aborto, anche se ieri ha minimizzato senza troppa convinzione, per cercare di evitare la trappola bioetica: “Non mi risulta che esistano coalizioni di cattolici e di laici, al massimo la presa di posizione di Bagnasco può spostare voti all’interno delle coalizioni”. Ma Roberto Cota ieri non si è lasciato sfuggire l’occasione. Ha subito rammentato il braccio di ferro “fra la governatrice Bresso che voleva somministrare la pillola abortiva Ru486 e il Consiglio superiore della sanità”, e ha difeso Bagnasco: “Gli attacchi alla Cei sono fuori luogo, se non parla di difesa alla famiglia, di cosa dovrebbe parlare?”. “Probabilmente se avessimo avuto un candidato del Pdl, ce l’avremmo fatta”, ragiona Giampiero Leo, indicato come possibile assessore alla Cultura in caso di vittoria del centrodestra. Apprezzato a tal punto dai suoi avversari che un noto imprenditore simpatizzante del Pd ha inviato una lettera ai suoi dipendenti per invitarli a votarlo, insieme al suo avversario Roberto Placido. “E’ ovvio che con un leghista, seppur preparato ed equilibrato, sarà più difficile. In ogni caso secondo me andrà a finire così: se perdiamo si aprirà una resa dei conti all’interno del Pdl, che non ha intuito quanto fosse alta la posta in gioco in Piemonte, ma se invece perde la Bresso, Sergio Chiamparino, sacrificato sull’altare della governatrice, darà fuoco alle polveri. Lui avrebbe preso una maggioranza bulgara: su questo punto nessuno a Torino ha dei dubbi”. Davanti all’incertezza, alle esitazioni, alle paure di entrambi gli schieramenti, si ha la sensazione che la forza della Lega sia un po’ sopravvalutata, almeno a Torino. Ma siccome il diavolo sta nei dettagli, a noi è piaciuto questo dettaglio: alcuni candidati del Pd, esclusi dal team di potere della Bresso, finiti i loro comizi, in cui hanno spiegato senza troppa convinzione perché la Bresso ha governato bene, poi ci hanno mostrato cosa avevano nel taschino della loro giacca: uno dei gadget più apprezzati della campagna elettorale della Lega, un lecca lecca verde Padania.

 

23 marzo 2010

Richiamo al Presidente di Scienza & Vita Moncalieri: chi vota UDC vota contro la vita!

Torino, 23 marzo 2010

 

Comunicato stampa

 

Due minuti per la vita richiama il Presidente di Scienza & Vita moncalieri: chi vota UDC vota contro la vita

 

 

L’Associazione torinese Due minuti per la vita manifesta il proprio profondo sconcerto nell’aver appreso - attraverso un messaggio ricevuto dall’interessato - che  il Presidente di Scienza & Vita Moncalieri invita a votare, diramandone apposita lettera di presentazione tramite invio massivo di email, a destinatari piemontesi e non solo, un candidato al Consiglio Regionale del Piemonte nella lista dell’Udc.

 

Stupisce ed addolora la miopia di chi fa finta di non vedere che votando l’Udc in Piemonte – per quanto vi possano essere tra i candidati, uti singuli considerati, delle “brave persone”– si sostiene la lista di Mercedes Bresso – giacché nel sostegno al candidato Udc non viene nemmeno proposto il voto disgiuntoche con le sue idee ed il suo operato ha sempre promosso comportamenti concreti che misconoscono e offendono in maniera inequivocabile la dignità della persona umana ed i valori non negoziabili.

 

E tutto ciò poche ore dopo che il Card. Bagnasco ha ribadito l’insegnamento sui c.d. «valori non negoziabili» - cioè «la dignità della persona umana; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna» - ed il loro importante rilievo al momento della consultazione elettorale, laddove «il voto avviene sulla base dei programmi sempre più chiaramente dichiarati e assunti dinanzi all’opinione pubblica».

 

Stupisce ed addolora che una persona, pubblica e stimata, di comprovata fede cattolica, non ricordi quanto insegnato dalla Congregazione per la Dottrina per la Fede nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, dove affermava a chiare lettere che «la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica» (n. 4).

 

Votando l’Udc in Piemonte si sostiene la lista Bresso e quindi, fattivamente, si promuove un programma politico che mira a sovvertire completamente i valori non negoziabili. Questa la realtà che occorre ricordare, su cui ognuno prenderà la propria deliberazione di voto, davanti alla propria coscienza ed a Dio!

 

 

 

Associazione Due minuti per la vita

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Nelle parole di Bagnasco non c'è via di scampo per i cattolici pro Bresso e pro Bonino

Aborto? No, grazie

Il cardinal Bagnasco rilancia in politica la questione delle questioni

© Il Foglio – 23 marzo 2010 – Editoriale a pagina 3

 

Giustamente Emma Bonino, il diavolo laicista in corsa per la presidenza del Lazio, che per errore era finito a pagina 11 nel giornale della Cei, dice che la prolusione del capo dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco, è stata un “evergreen”, insomma nessuna novità emergerebbe dalle cose dette ieri nella riunione della Conferenza episcopale.

 

La Bonino a Roma, e la Mercedes Bresso candidata a Torino, aspirano infatti, con l’ingordigia tipica dei fenomeni preternaturali, a incassare il voto cattolico solidarista, ostile (e si capisce anche perché) alla destra di governo e alle sue posizioni liberali o, se volete, di egoismo territoriale e sociale. Solo che è impossibile, a questo scopo, neutralizzare le parole serie, impegnative e solenni di Bagnasco.

 

Gli elettori faranno come sempre quel che credono, ci mancherebbe. Le suore americane, o una loro componente cospicua, hanno praticato un lobbying aperto, appassionato, sistematico, in favore della riforma sanitaria di Barack Obama, qualunque cosa ne pensassero i vescovi e i fedeli cattolici socialmente conservatori, per l’evidente motivo che essa favorisce assistenza e solidarietà mentre tende a svalutare criteri tipicamente conservative come la responsabilità individuale e la libertà di scelta privata a fronte del governo federale. Non è da dubitare che parte dell’elettorato cattolico-democratico italiano, e dello stesso clero, a partire dalle famose suorine venete che determinarono nel 1996 la prima vittoria di Romano Prodi contro Epulone Berlusconi, resterà sulle proprie posizioni.

 

Ma Bagnasco ha formalizzato un monito di obbedienza, razionalmente motivato, che non lascia scampo. E per ragioni che i lettori di questo giornale e i pochissimi amati elettori della lista pazza (Aborto? No, grazie) conoscono assai bene. Bagnasco ha ripetuto con vigore che la frontiera della vita è decisiva nel giudizio “politico”, che l’offesa dell’aborto all’umanità sta nel suo essere divenuto sordo moralmente, un’attività di routine nel controllo e nella pianificazione delle nascite, ma nondimeno un’ecatombe, un delitto efferato di natura culturale, una guerra segreta agli invisibili e ai deboli che grida vendetta al cospetto della ragione umana e della ragione divina. E questi, prima di ogni giaculatoria sociale, sono i principi non negoziabili della chiesa di Benedetto XVI. Chi vuole può ovviamente votare contro questa cultura di radice personalista e cristiana, e premiare le grandi antagoniste, la Bresso e la Bonino, ma da oggi sa quel che fa.

L'aborto sia al centro della scelta elettorale!

La questione delle questioni

Per Bagnasco l’aborto torna clandestino. Invece la voce della chiesa no

La prolusione del presidente della Cei investe politica e voto. Il relativismo che “non ammette argini né sussulti”.

Difesa del valore del celibato

© Il Foglio – 23 marzo 2010 – prima pagina

 

 

Roma. A pochi giorni dalle regionali la chiesa italiana dice una parola che resta. Ieri è stato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale del paese, a parlare legando il voto al tema dell’aborto. E a far capire, pur senza citare le candidature di Mercedes Bresso in Piemonte e di Emma Bonino nel Lazio, da che parte sta la chiesa. Bagnasco ha definito l’aborto un “delitto incommensurabile”. Ha ricordato i “dati agghiaccianti” riportati dal rapporto predisposto dall’Istituto per le politiche familiari secondo cui quasi tre milioni di bimbi non sono nati nel 2008.

 

Ha parlato di un’“ecatombe complessiva” favorita da un “continuum farmacologico”: dalla “pillola del giorno dopo” fino all’ultimo ritrovato, “la pillola dei cinque giorni”. Ha detto che paradossalmente quella “rivoluzione iniziata negli anni Sessanta […] si chiude tornando esattamente là dove era cominciata, con il risultato finora acquisito dell’invisibilità sociale della pratica, preludio di quella invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall’inizio della sua avventura umana”.

 

E quindi, ricordando che la difesa della vita e il no all’aborto fanno parte di quella piattaforma di valori “non negoziabili” che la chiesa non può disattendere, ha auspicato che la gente voti di conseguenza. E’ necessario che “la cittadinanza inquadri ogni singola verifica elettorale” giacché “il voto avviene sulla base dei programmi sempre più chiaramente dichiarati e assunti dinanzi all’opinione pubblica”.

 

E’ la prima volta che Bagnasco fa riferimento alle regionali. Prima di lui i vescovi dell’Emilia Romagna e del Lazio con due Note, e il cardinale Camillo Ruini in un’intervista al Foglio, si erano espressi. Bagnasco l’ha fatto ieri introducendo una distinzione tra i valori cosiddetti “non negoziabili” e “quelli indispensabili”. I primi (la dignità della persona umana, l’indisponibilità della vita, la libertà religiosa ed educativa, la famiglia fondata sul matrimonio) sono “il fondamento”. Di questi non solo aveva parlato il Papa pochi mesi dopo la sua elezione ma anche la Congregazione per la dottrina della fede nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica del 2002. E’ da questi valori che “si impiantano” gli altri, quelli più sociali: il diritto al lavoro, l’accoglienza verso gli immigrati, il rispetto del creato.

 

Bagnasco guida i vescovi italiani da tre anni. Il tratto dei suoi interventi ha caratteristiche precise: il piano politico è preceduto sempre da premesse teologiche. Così anche ieri parlando dei preti pedofili. Bagnasco ha ricordato il valore del celibato sacerdotale, ha chiesto ai preti di impegnarsi con vigore nell’ambito educativo e ha detto che non si può dimenticare che il male ha radici lontane, nella “esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato antropologico”, nell’“edonismo a tutto campo” e nel “relativismo che non ammette né argini né sussulti”.

22 marzo 2010

Card. Bagnasco: di quale solidarietà parlano se poi si uccidono i bambini con l'aborto?

Dalla Prolusione del Card. Angelo Bagnasco al Consiglio Episcopale Permanente della CEI, 22 marzo 2010

 

[…]

8. «Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20): è sul primordiale diritto alla vita che all’alba di questo terzo millennio l’intera società si trova a dover fare ancora l’esame di coscienza, non per caricare fardelli sulle spalle altrui, né per provocare aggravi di pena a chi già è provato, ma per il dovere che essa ha, per se stessa, di guardare avanti in direzione del futuro. E nonostante le apparenze o le illusioni, non le riuscirà di farlo se non schierandosi col favor vitae, sempre e particolarmente quando le condizioni siano contrastate, difficili, incerte.

 

Da qualche tempo, nella mentalità di persone che si ritengono per lo più evolute, si è insediato un singolare ribaltamento di prospettive nei riguardi di situazioni e segmenti di vita poco appariscenti, quasi che l’esistenza dei già garantiti, di chi dispone di strumenti per la propria salvaguardia, valga di più della vita degli «invisibili». Come non capire che si consuma qui un delitto incommensurabile, e che lo si può fare solo in forza di una tacita convenzione culturale che è abbastanza prossima alla ipocrisia?

 

Il rapporto, predisposto dall’Istituto per le politiche familiari a proposito dell’aborto in Europa, illustrato di recente a Bruxelles, forniva dati agghiaccianti: quasi tre milioni di bimbi non nati solo nel 2008, ossia ogni undici secondi, venti milioni negli ultimi quindici anni. E all’orizzonte nulla si muove che possa lasciar intravedere un qualsiasi contenimento di questa ecatombe progressiva, se si tiene conto che l’aborto ha ormai perso l’immagine di una pratica eccezionale e dolorosa, compiuta per motivi gravi di salute della madre o del piccolo, per diventare un metodo «normale» di controllo delle nascite. Intanto già è in incubazione un’ulteriore silente rivoluzione, compiuta grazie alla diffusione di nuovi metodi abortivi sempre più precoci che – variando la composizione chimica, a seconda della distanza di assunzione dal concepimento – hanno come effetto quello di «far scomparire» l'aborto, agendo nel dubbio di una gravidanza in atto che la donna sarà così in grado di coprire meglio, rispetto agli altri ma rispetto anche a se stessa. Se venisse effettuato in casa, magari in solitudine, da problema sociale diventerebbe un atto di alchimia domestica, che non interseca più in alcun modo la collettività, neppure sul residuale versante sanitario.

 

Dalla «pillola del giorno dopo» al nuovo ritrovato, chiamato sui giornali «pillola dei cinque giorni», è un continuum farmacologico che, annullando il confine tra prodotti anticoncezionali e abortivi, ha già indotto ad una crasi linguistica – si chiamano infatti contraccettivi post-concezionali – che sfuma la precisione del momento per l’eventuale feto, e dunque l’esatta contezza dell’atto, minimizzando probabilmente l’urto del gesto abortivo, anzitutto sul piano personale, e poi anche su quello cultural-sociale. L'embrione, se c'è, non potrà annidarsi, e la donna non saprà mai che cosa effettivamente sia successo nel suo corpo, se una vita c’era ed è stata eliminata oppure no. A completamento del fatto, queste pillole tendono a diventare un prodotto da banco, accessibile a tutti, anche alle minori. Diversa, di per sé, la logica della Ru486, che è prescritta quando c’è la certezza di una gravidanza in atto. Nella pratica reale però, l’aborto sarà prolungato e banalizzato, acquisendo connotazioni simboliche più leggere, giacché l’idea di pillola è associata a gesti semplici, che portano un sollievo immediato. E così la «rivoluzione» iniziata negli anni Settanta […] si chiude tornando esattamente là dove era cominciata, con il risultato finora acquisito dell’invisibilità sociale della pratica, preludio di quella invisibilità etica che è disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall’inizio della sua avventura umana.

 

Domanda per nulla polemica: che cosa ci vorrà ancora per prendere atto che senza il principio fondativo della dignità intangibile di ogni pur iniziale vita umana, ogni scivolamento diviene a portata di mano? In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale. L’evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare. In esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento, giacché il voto avviene sulla base dei programmi sempre più chiaramente dichiarati e assunti dinanzi all’opinione pubblica, e rispetto ai quali la stessa opinione pubblica si è abituata ad esercitare un discrimine sempre meno ingenuo, sottratto agli schematismi ideologici e massmediatici.

 

C’è una linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme a Benedetto XVI, chiamiamo «valori non negoziabili», e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l’evidenza della ragione e del senso comune. Essi sono: la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. È solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata. Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l’orizzonte stabile del giudizio e dell’impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?

21 marzo 2010

Il genocidio delle bambine in Cina

Strage, uccise 100 milioni di bambine

di Rino Camilleri – © Il Giornale, 20 marzo 2010

 

Mancano all’appello ben cento milioni di femmine. Lo denuncia un’inchiesta dell’inglese Economist (rilanciata dall’agenzia Zenit il 15 marzo). Il titolo dell’inchiesta britannica, tradotto, suona così: «La guerra contro le bambine; genericidio (Gendercide); uccise, abortite o abbandonate, almeno cento milioni di bambine sono scomparse. E il numero sta aumentando». Il perché è presto detto. Se l’Occidente coccola le sue femmine, crea appositi ministeri perché abbiano pari opportunità e riserva loro «quote rosa» nei posti di comando o in quelli tradizionalmente maschili come le forze armate e la boxe, nel resto del mondo la nascita di una femmina è un dramma.

 

Per i poveri le figlie femmine sono un peso, perché bisogna trovar loro marito e fornirle di dote. Era così nel mondo precristiano e così è nel mondo che fuori dall’area cristiana è rimasto. In India, per esempio, nelle zone più arretrate ancora oggi non poche donne sono assassinate perché la loro dote è giudicata insufficiente. In Cina è lo stato comunista a provocare l’ecatombe. La politica del figlio unico obbligatorio, per contenere l’espansione demografica, fa sì che i genitori vogliano che tale figlio sia maschio. Ciò, sia per l’antica abitudine (anche da noi si usava augurare «salute e figli maschi») che per un motivo più concreto: è un’assicurazione per la vecchiaia in posti dove il welfare praticamente non esiste.

 

Prima, per ovviare all’indesiderata nascita femminile, si ricorreva a metodi brutali. Oggi c’è l’ecografia, che è alla portata di tutti, e si ricorre all’aborto. L’Economist calcola che in Cina e nell’India settentrionale le nascite maschili superino quelle femminili di almeno il 20 per cento. Chi ha studiato demografia all’università sa che, a lasciarla fare, la natura sforna alla nascita più maschi che femmine; ma i maschi hanno una mortalità maggiore e le due curve pareggiano solo nelle età fertili, per poi divergere in quelle successive fino a far sì che le femmine superino i maschi. Se si interviene, per così dire, artificialmente sugli equilibri naturali si provocano gli sconquassi ai quali stiamo assistendo. La Cina, per esempio, chiama «rami spogli» i suoi maschi non sposati (e che non possono trovare moglie perché le femmine occorrenti non sono mai nate), il cui numero è uguale a quello di tutti gli americani maschi in età fertile. Ciò provoca traffico di donne, violenze sessuali, suicidi.

 

Quante sono le donne «mancanti»? Il famoso economista indiano Amartya Sen nel 1990 calcolava sui cento milioni. Ma è sicuro che oggi siano molte di più, anche se le statistiche provenienti dai posti incriminati non sono mai sufficientemente attendibili. Insomma, c’è uno squilibrio innaturale tra maschi e femmine, cosa che nel mondo globalizzato non può non avere preoccupanti conseguenze. Il problema è, comunque, culturale più che economico. Infatti, lo si riscontra in Paesi niente affatto «poveri», come Taiwan e Singapore, nonché in nazioni balcaniche e caucasiche ex comuniste. Il governo indiano ha cercato di contenere il fenomeno vietando per legge l’ecografia ma pare che il divieto abbia avuto scarsa efficacia. Meglio è andata alla Corea del Sud, che si sta avviando alla normalità (ma va detto che il Paese è a maggioranza cristiana). Il problema vero è in Cina, dove il Partito non ha alcuna intenzione di cambiare politica demografica. Alla faccia di Mao, per il quale le donne sostenevano «la metà del cielo». La selezione sessuale fa sì che in certe province cinesi i maschi superino le femmine anche del trenta per cento e a farne le spese sono le nordcoreane, non di rado vendute ai contadini cinesi. Aveva ragione Montanelli, quando affermava che al terzomondo non servono tanto aiuti quanto missionari. Cristiani, naturalmente, perché solo col cristianesimo l’uomo ha smesso di considerare la donna «inferiore». Ma vallo a dire a Hu Jintao o ai fondamentalisti indù.

18 marzo 2010

Ci fidiamo di Cota, non dell'Udc

Alleanza Cattolica rilancia: ci fidiamo di Cota, non ci fidiamo dell’UDC

www.alleanzapercota.org – 18 marzo 2010

 

Rafforzati da un contatto quotidiano con i candidati e con i piemontesi che hanno seguito con passione la campagna “Alleanza per Cota” di Alleanza Cattolica, ribadiamo con ancora maggiore convinzione l’invito ai cattolici a votare Roberto Cota:


perché sui valori non negoziabili della vita, della famiglia, della scuola il suo programma è in sintonia con quanto ci sta a cuore come cattolici, mentre la Bresso è per la banalizzazione dell'aborto, per il matrimonio omosessuale, per tagliare i sostegni alle scuole non statali;

perché il programma di Cota sull'immigrazione è moderato e ragionevole, mentre il Piano Bresso sugli immigrati non protegge dai clandestini, non tutela i piemontesi e prende dalle tasche dei contribuenti quattro milioni di euro all’anno per ambigui carrozzoni regionali;

perché Cota ha costantemente dimostrato il suo sostegno ai valori non negoziabili in Regione, in Parlamento e in campagna elettorale, mentre la Bresso ancora nelle ultime settimane ha firmato per la vendita in farmacia della pillola del giorno dopo senza ricetta e si è dichiarata “assolutamente d’accordo” con il matrimonio fra due lesbiche “celebrato” a Torino dal sindaco Chiamparino.

 
Alcuni ci chiedono che cosa pensiamo della posizione dell’UDC. Per quanto nell'UDC ci siano certamente brave persone, pensiamo come cattolici di non potere in alcun modo sostenere l’UDC:

perché chi fa la croce sull’UDC vota automaticamente il listino della Bresso, che comprende personaggi come Vincenzo Chieppa, segretario dei Comunisti Italiani che inneggia a Cuba e alla Corea del Nord, offre assistenza a chi stacca i crocefissi dalle aule scolastiche e sul suo sito offende il Papa e la Chiesa;

perché chi fa la croce sull’UDC vota automaticamente la Bresso, le cui posizioni in materia di aborto, eutanasia, unioni omosessuali sono inaccettabili e sono al centro del suo programma;

perché chi fa la croce sull’UDC sostiene una dirigenza dell’UDC che in Piemonte diffama il cattolico Cota accusandolo in modo assurdo di essere un adepto di “riti celtici del dio Po” e presentando in modo distorto le posizioni di Cota sull’immigrazione, che sono invece rispettose sia dei veri diritti degli immigrati regolari sia dell’identità cristiana delle nostre terre. Questa dirigenza afferma che la Bresso ha sottoscritto con l’UDC un impegno a difendere “la vita e la salute”, ma non spiega che per la Bresso quella dell’embrione o dei disabili come Eluana Englaro non è vita, e che la salute per lei comprende l’aborto. Racconta pure che grazie all’UDC la Bresso ha escluso dalla sua coalizione Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, che invece gli elettori troveranno regolarmente sulla scheda tra le liste coalizzate con la Bresso con tanto di falce e martello, in strana compagnia con lo scudo crociato dell’UDC, e del resto insieme anche alla lista Bonino-Pannella.


L’invito dunque non cambia: resistendo alle sirene dell’astensione, del voto alle “brave persone” che ignora i principi e i programmi, e ai falsi “patti” con la Bresso che hanno il solo scopo di creare confusione, per la vita, per la famiglia, per la libertà di educazione, per una politica realistica dell’immigrazione votiamo Roberto Cota.


Torino, 18 marzo 2009

Alleanza Cattolica