URGENTE


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28 febbraio 2010

Da cattolici abbiamo scelto Cota: eccone i motivi!

Perché da cattolici abbiamo scelto Cota. Intervista a Massimo Introvigne

di Emanuele Pozzolo, La Padania, 25 febbraio 2010

 

C'è fermento nel mondo cattolico piemontese sulle prossime elezioni regionali; dopo il tradimento dell'UDC verso i valori cristiani la galassia cattolica volge il suo sguardo altrove, verso candidati più credibili e verso credenti più onesti. Dopo la firma del "Patto per la vita", si annuncia una nuova grande novità: Alleanza Cattolica renderà noto oggi ufficialmente il suo appoggio politico a Roberto Cota. È la logica evoluzione dell'alleanza organica che sta prendendo forma tra il candidato leghista e il mondo cattolico.

 

Il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano, la "voce del Magistero del Papa" sui giornali e alla radio Marco Invernizzi, il sociologo delle religioni torinese Massimo Introvigne, l'ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura Mauro Ronco: che cosa hanno in comune? Sono tutti soci di Alleanza Cattolica, un'associazione che quest'anno celebra i suoi cinquant'anni di attività e che ama definirsi non movimento ma agenzia, impegnata nella diffusione del Magistero pontificio e di una cultura che nasce dai principi insegnati da quel Magistero. In tanti anni di attività, Alleanza Cattolica si è spesso occupata di elezioni richiamando i "principi non negoziabili" in tema di vita, famiglia e libertà di educazione. Ma non ha mai esplicitamente sostenuto né un partito né un candidato, neppure quando chi si presentava alle elezioni era un suo socio. Ora, in Piemonte, la svolta.  L'associazione fondata nel 1960 dal piacentino Giovanni Cantoni per la prima volta nella sua storia esce allo scoperto con un manifesto dal titolo "Per la vita e la famiglia, Alleanza Cattolica ha scelto Cota" e con il lancio del sito Internet www.alleanzapercota.org.

 

D. Perché questa svolta? Lo chiediamo a Massimo Introvigne, che di Alleanza Cattolica è vice-responsabile nazionale e che firma a nome di Alleanza Cattolica il manifesto per Cota insieme a Mauro Ronco, responsabile regionale in Piemonte che tra l'altro ha appena concluso il suo mandato come presidente dell'Ordine degli Avvocati di Torino.

"Tutto parte, come sempre per noi, dal Magistero della Chiesa che invita a far prevalere nelle scelte politiche i principi non negoziabili in materia di vita e famiglia. Ci sono candidati in queste elezioni regionali che per la loro biografia sono l'incarnazione stessa dell'avversione a questi principi, come Emma Bonino o appunto Mercedes Bresso in Piemonte. Beninteso, spetta ai laici trarre le conseguenze pratiche e politiche dei principi e nessuno pensa di tirare per la giacchetta l'autorità ecclesiastica. Ma che si tratti di aborto, RU486, caso Eluana Englaro, matrimoni gay la Bresso è tecnicamente intollerabile".

 

D. Contro la Bresso, dunque, ma non – o almeno non ancora – contro la Bonino con un'iniziativa parallela della stessa ampiezza. Perché?

R. "Credo che nessuno abbia dubbi – precisa Introvigne – sulla nostra totale e assoluta opposizione alla Bonino. Ma il caso del Piemonte ci chiama più direttamente in causa perché ci sono cattolici molto noti, nell'UDC ma anche nel PD, che si schierano con la Bresso, inducendoci a non tacere. Inoltre la nostra non è solo una scelta 'contro' la Bresso ma 'per' Cota, che conoscevamo già per le posizioni espresse in Parlamento sul caso Eluana e sul riconoscimento delle unioni omosessuali. La sottoscrizione il 24 febbraio a Torino del 'Patto per la vita e per la famiglia' da parte di Cota è un fatto storico e senza precedenti a questi livelli in Italia, sia perché gli impegni sono precisi, dettagliati e tecnici, sia perché non si tratta di una semplice dichiarazione di buona volontà ma di un patto bilaterale sottoscritto con quattro garanti, uno dei quali sono io, che vigileranno – e lo faremo davvero – sugli impegni assunti".

 

D. Introvigne, ma non temete che qualcuno vi rimproveri per avere sostenuto un candidato della Lega Nord? Dopo tutto il Carroccio si dice non sia in sintonia con la Chiesa sul tema dell'immigrazione…

R. "Non privilegiamo nessun partito ma collaboriamo con anni e con profitto con esponenti della Lega come Massimo Polledri. Qui, però, c'è un duplice inganno. Si imbrogliano i cattolici quando si dice loro che tutte le questioni sono sullo stesso piano: l'aborto, l'eutanasia, la gestione del problema dei clandestini, e magari la TAV o il nucleare. Sono tutte questioni serie ma il Papa invita a dare priorità assoluta a vita e famiglia. E su vita e famiglia fra Cota e Bresso non c'è neppure partita. Secondo imbroglio: si presenta il programma di Cota sull'immigrazione come contrario alla dottrina sociale della Chiesa. È tutto il contrario: è la Bresso che nel suo Piano Immigrazione esalta quell''eclettismo culturale' per cui tutte le culture sono uguali che Benedetto XVI condanna nell'enciclica "Caritas in veritate". Né chiudere gli occhi di fronte ai clandestini è conforme alla dottrina sociale della Chiesa, che nel "Catechismo" al contrario ammette limitazioni all'immigrazione in nome del bene comune. Non bisogna confondere l'opinione del tal prete o del tal monsignore con i documenti ufficiali della Chiesa. Bisogna dirlo con chiarezza, uscendo da complessi d'inferiorità: anche sull'immigrazione il programma di Cota è più ragionevole del Piano Bresso".

 

D. Un messaggio finale?

R. "Se sarà confermato, dice Introvigne, che nel listino della Bresso ci sarà il comunista Vincenzo Chieppa si aprirà una vera e propria questione morale. La morale non è solo personale, è anche sociale. Chieppa sarà personalmente onestissimo, ma eleggere qualcuno che ha applaudito la sentenza contro il crocefisso, ha invitato a boicottare i prodotti israeliani, inneggia regolarmente a Fidel Castro e collabora a siti Internet che proclamano come i sovietici abbiano fatto bene nel 1968 a stritolare la Primavera di Praga sotto i carri armati pone una questione morale non meno seria di altre. Quello degli accordi 'tecnici', che non esistono nella legge elettorale del Piemonte, è solo un altro imbroglio. L'accordo o c'è o non c'è. E chi fa la croce sulla Bresso, o anche solo sull'UDC, a meno che votando UDC non faccia la croce anche su Cota, vota automaticamente il listino ed elegge dunque Chieppa".

 

27 febbraio 2010

Piemonte, chi vota UDC vota per Fidel Castro

Attenti a votare UDC, con la Bresso c'è pure il fan di Fidel Castro

di Massimo Introvigne, © Libero, 28 febbraio 2010

 

«Noi siamo nani sulle spalle di giganti e uno di questi giganti è Fidel Castro. Qué viva Fidel! Qué viva Cuba! Hasta la victoria siempre!». Parole e musica del sito Internet della sezione Dolores Ibarruri dei Comunisti Italiani torinesi, partito di cui è segretario Vincenzo Chieppa, che di quel sito è collaboratore. La notizia è ufficiale: Chieppa fa parte del listino della candidata di centro-sinistra Mercedes Bresso. Dunque in Piemonte chi vota – per esempio – Udc vota anche per Fidel Castro. A meno di ricorrere al voto disgiunto, la croce sull'Udc è infatti una croce per la Bresso e per il suo listino. Il pacchetto si può comprare solo tutto insieme, Chieppa compreso.

 

L'Udc e la Bresso obiettano che con i comunisti l'accordo è meramente "tecnico" perché non avranno posti in giunta. Ma la legge elettorale regionale non distingue fra accordi tecnici e non, e della giunta si parla dopo le elezioni. È inutile illudersi: chi vota Udc vota il listino della Bresso, e chi vota quel listino vota Chieppa. Che su Castro non transige: in un ordine del giorno presentato alla Regione chiede che siano «respinti gli attacchi strumentali e la campagna diffamante contro Cuba» e che il Piemonte dichiari «che il governo cubano garantisce ai propri cittadini standard di vita (…) che spesso non sono garantiti neanche nei Paesi cosiddetti avanzati».

 

Il soccorso rosso di Chieppa non vale solo per Cuba. L'Occidente critica la Cina per le violazioni dei diritti umani? Si mobilita anche Chieppa, ma per denunciare «un'indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese». Quando poi sente parlare di Israele Chieppa non vede rosso solo perché il rosso a lui, comunque sia, piace sempre. Ma ancora il 20 gennaio 2010 conferma il suo impegno per il «boicottaggio dei prodotti israeliani». A proposito: anche gli amici di Israele che votano la lista Bonino-Pannella, che in Piemonte è con Bresso, o il Pd, mandano Chieppa e i suoi boicottaggi in Regione.

 

Forse proprio per lavarsi la coscienza rossa e laica dopo gli accordi che coinvolgono l'Udc Chieppa – mentre l'Italia protesta per la sentenza europea contro l'esposizione del crocifisso nelle nostre aule – dichiara che «sarebbe giusto che in tutti gli uffici pubblici non venissero esposti simboli religiosi».

 

Che razza di personaggio la Bresso abbia scelto per il suo listino emerge dal documento più allucinante del sito della sezione Ibarruri. Siamo nel 2008 e tutta l'Europa commossa ricorda dopo quarant'anni la primavera di Praga, i ragazzi schiacciati sotto i carri armati del Patto di Varsavia, il tragico rogo dello studente Jan Palach. Anche i comunisti italiani sventolano commossi le loro bandiere: quelle dell'Armata Rossa e di Breznev.

 

Si scopre così che, ricordando nel 2008 i quarant'anni dagli eventi di Praga, Chieppa e compagni sostenevano i «cinque Paesi socialisti fratelli (Urss, Polonia, Ungheria, Rdt e Bulgaria)» che «assolvendo il loro dovere internazionalista», decisero di «portare aiuto ai popoli della Cecoslovacchia nella loro lotta alla controrivoluzione, in difesa del socialismo, del progresso, della democrazia». L'invasione «impedì alla reazione interna ed internazionale di attuare il loro progetto criminale» e dimostrò «la solidità delle conquiste socialiste, la forza dell'internazionalismo proletario e la capacità di difesa dei comunisti».

 

Si comprende come perfino il sindaco di Torino Sergio Chiamparino abbia espresso alla Bresso il suo forte "disagio" nel votare un listino con Chieppa. Queste perplessità, ha detto il superiore di Chieppa, Oliviero Diliberto, «sono frutto di un anticomunismo». Quando sente parlare Chieppa perfino Chiamparino diventa anticomunista. Dal contagio dell'anticomunismo sembrerebbe invece immune l'Udc, che pur di far guadagnare il punticino portato da Chieppa alla Bresso chiede ai suoi elettori di votare per Fidel Castro, i carri armati di Breznev e il boicottaggio dei prodotti israeliani.

Sempre "tecnicamente", beninteso. Hasta la victoria siempre!

 

26 febbraio 2010

Alleanza Cattolica sostiene Roberto Cota

Regionali: Piemonte, Alleanza Cattolica lancia campagna pro-Cota

 

 

Torino, 26 febbraio 2010 (Adnkronos)

Alleanza Cattolica, associazione cattolica guidata in Piemonte dal professore di diritto Mauro Ronco e dal sociologo Massimo Introvigne lancia una campagna e un sito Internet 'Alleanza Cattolica per Cota' (www.alleanzapercota.org) che si appellano alle associazioni e ai singoli cattolici piemontesi perche' contrastino la candidatura di Mercedes Bresso e appoggino quella di Roberto Cota.

L'appello parte da una dura denuncia delle posizioni della Bresso su aborto, RU486, fine vita, unioni omosessuali, liberta' di educazione e della presenza nel suo listino o nella sua coalizione di esponenti della sinistra comunista e della lista radicale Bonino-Pannella. ''Non e' solo un manifesto contro la Bresso -spiegano Ronco e Introvigne- scendiamo in campo a favore di Cota il cui 'Patto per la vita e per la famiglia', sottoscritto a Torino il 24 febbraio e incluso nel programma, ci convince pienamente''

''Sull'immigrazione -conclude Introvigne- il piano Bresso e' la cronaca di un disastro annunciato: belle parole che nascondono un'apologia del multiculturalismo e nessun contrasto all'immigrazione clandestina. Il programma di Cota invece e' moderato e ragionevole''.

25 febbraio 2010

L'On. Cota sottoscrive il "Patto per la famiglia e per la vita"

"Patto per la vita e per la famiglia"

 

 Testo del patto sottoscritto da Roberto Cota, candidato alla presidenza della Regione Piemonte, il 24 febbraio 2010 a Torino, con quattro garanti – Massimo Introvigne (vice-responsabile nazionale di Alleanza Cattolica), Marisa Orecchia (presidente di Federvita Piemonte), Mauro Ronco (docente di diritto penale, già componente del CSM) e Maria Paola Tripoli (fondatrice del Servizio Emergenza Anziani) – i quali daranno vita a un tavolo di lavoro sulle politiche della nuova amministrazione regionale in tema di vita e famiglia

 

Esprimo apprezzamento per il comunicato pubblicato da Federvita Piemonte, che riunisce settanta Movimenti per la Vita e Centri di Aiuto alla Vita, in occasione delle elezioni regionali e ho preso atto di appelli sugli stessi temi provenienti dal Forum delle Associazioni Familiari, da Due Minuti per la Vita e da altri.

 

Con tutti sottoscrivo un patto per la vita e per la famiglia: non generico – perché è facile parlare di vita e di famiglia come concetti astratti, senza precisare in concreto che si tratta della vita dal concepimento alla morte naturale e della famiglia monogamica ed eterosessuale, fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna – ma specifico e articolato in impegni precisi.

 

1. Considerando che un aborto non è mai una vittoria per nessuno ma è sempre una sconfitta, m'impegno per quanto riguarda le competenze regionali di applicazione della  legge 194 a proporre e sostenere percorsi di aiuto concreto e fattivo alle donne che, anziché banalizzare l'aborto come soluzione, cerchino sempre possibili alternative, aprendo le istituzioni regionali anche alla  collaborazione con il volontariato pro-vita. In applicazione della stessa legge, se in Piemonte dovrà essere somministrata la pillola RU486, questo potrà avvenire solo con un protocollo che preveda il ricovero della donna dalla somministrazione della pillola fino al completamento del percorso abortivo, escludendo ogni ipotesi di aborto fai da te a casa propria.

 

2. La vita è veramente e pienamente vita fino alla morte naturale, come ho cercato di testimoniare con il mio impegno in Parlamento in occasione della tragica vicenda di Eluana Englaro e nella discussione di progetti di legge sul fine vita. Per essere ancora più chiaro, il modello virtuoso per me è quello umile, silenzioso ed eroico del quotidiano impegno delle Suore Misericordine che hanno assistito Eluana per farla vivere, non quello di chi – per citare il documento di Federvita – "ha offerto un ospedale piemontese per farla morire". Respingendo nel modo più deciso ogni ipotesi di eutanasia, la Regione da me guidata sarà vicina con un sostegno non solo teorico alle famiglie di malati nella condizione oggi chiamata stato vegetativo persistente, e sosterrà per quanto di sua competenza le cure palliative.

 

3. Rifiuto con chiarezza ogni ipotesi di omologazione della famiglia fondata sul matrimonio, a norma dell'art.29 della Costituzione, a ogni altra forma di convivenza anche omosessuale. Sono contrario a cerimonie, registri e altre iniziative che introducano surrettiziamente un'equiparazione tra unioni omosessuali e matrimonio monogamico ed eterosessuale.

 

4. M'impegno a una politica regionale a favore della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, che riconosco come cellula fondamentale della società, attraverso il sostegno alle giovani coppie che intendono contrarre matrimonio e una politica dei servizi che tenga conto del carico familiare e del numero dei figli.

 

5. Consapevole in particolare del ruolo unico svolto in Piemonte in oltre trecento anni di attività dalla scuola cattolica, che ha reso alla nostra regione servizi inestimabili, praticherò una politica che renda effettiva la libertà di educazione mediante erogazione di bonus o rimborsi che consentano alle famiglie la scelta della scuola libera, la quale andrà sostenuta anche quanto all'accoglienza di portatori di handicap e di figli di immigrati cui proporre percorsi autentici d'integrazione, prendendo in esame anche una politica di detrazioni fiscali nel quadro del federalismo fiscale.

 

6. La politica a favore della vita e della famiglia andrà a beneficio anche delle famiglie e in particolare delle donne e delle bambine immigrate. Prenderò misure regionali, e sosterrò quelle del governo nazionale, che vigilino contro gli abusi sulle donne e sui minori, non tollerino le mutilazioni genitali femminili, l'avviamento alla mendicità e alla prostituzione da parte di organizzazioni malavitose, la poligamia e i matrimoni forzati, e prevengano l'imposizione del burqa e di altre forme di velo integrale a donne e  ragazze che non desiderano portarlo. Di concerto con il governo nazionale, farò il possibile per convincere anche chi insegue l'utopia di una società aperta all'immigrazione senza regole e senza limiti che si tutela davvero la vita e la famiglia degli immigrati onesti, venuti da noi per lavorare, e si pratica la virtù cristiana dell'accoglienza, solo tenendo conto che il numero d'immigrati che il Piemonte può accogliere non è infinito, e che le regole e la lotta contro l'immigrazione clandestina vanno a vantaggio anche degli immigrati regolari, oltre che della sicurezza di tutti.

 

 

Torino, 24 febbraio 2010

Roberto Cota

 

Massimo Introvigne

Marisa Orecchia

Mauro Ronco

Maria Paola Tripoli

23 febbraio 2010

La strage silenziosa dei nascituri disabili

Bambini Down, la strage silenziosa
 Di fronte all'esito della diagnosi prenatale, nove donne su dieci scelgono l'aborto

di Enrico Negrotti – © Avvenire – 23 febbraio 2010 – pagina 7

 

Oggi le reazioni all'assurdo gruppo di Facebook sono perlopiù solidali e indignate, ma non sempre la nostra società mostra sentimenti di accettazione verso le persone con sindrome di Down (SD). Senza elencare un lungo elenco di discriminazioni più o meno palesi che queste persone devono spesso sopportare, c'è un dato abbastanza significativo: nella stragrande maggioranza dei casi di fronte a una diagnosi prenatale di SD, la gravidanza si conclude in un aborto.

 

Non sono opinioni, ma i dati che emergono dalle poche indagini scientifiche condotte sull'argomento, come il recente articolo pubblicato il 26 ottobre scorso dal British Medical Journal (2009; 339:b3794) che indica come Oltremanica nell'arco di vent'anni siano leggermente diminuite (meno 1 per cento) le nascite di bambini con sindrome di Down, mentre l'aumento dell'età materna ne faceva prevedere un incremento significativo (più 48 per cento): a essere aumentati altrettanto sono stati i test prenatali. E anche in Europa, secondo un'indagine del 2003, veniva indicato un calo nei nati tra il 1975 e il 1999 statisticamente significativo. In Italia l'incidenza dei bambini con SD è di circa 1 ogni 1000-1200 nati – secondo diverse valutazioni – cioè 500-600 bambini l'anno.

 

L'indagine condotta da Joan Morris, docente di statistica medica all'Università di Londra, e da Eva Alberman, professore emerito, è significativa nella crudezza dei numeri. Vengono presi in esame i nati vivi con sindrome di Down e le diagnosi prenatali in Inghilterra e Galles tra il 1989 e il 2008, analizzando i dati del Registro nazionale di citogenetica della sindrome di Down. In un riquadro riassuntivo si indica che era già noto che le madri più anziane sono maggiormente a rischio di concepire bambini con la sindrome di Down, e che gli screening prenatali per la sindrome di Down sono più disponibili oggi rispetto ai primi anni Novanta. Quello che la ricerca aggiunge è che «il numero di diagnosi di sindrome di Down è cresciuto del 71 per cento (da 1075 nel 1989/90 a 1843 nel 2007/2008), mentre i nati vivi sono diminuiti dell'1 per cento (da 755 a 743), a causa degli screening prenatali e delle conseguenti interruzioni di gravidanza». Dal punto di vista demografico si osserva che «in assenza di screening prenatali e conseguenti aborti, il numero di nascite di persone con sindrome di Down sarebbe cresciuto del 48 per cento a causa della scelta dei genitori di far famiglia più tardi».


 Analoghi risultati ha ottenuto una ricerca condotta nel 2003 da Daniela Pierannunzio, Pierpaolo Mastroiacovo, Piero Giorgi e Gian Luca Di Tanna che ha preso in esame i dati relativi a 31 registri internazionali delle malformazioni congenite raccolti dall'International Clearinghouse for Births Defects monitoring Systems nel periodo tra 1974 e 2000. I risultati generali indicano che la prevalenza alla nascita totale è pari a 9,07 per 10mila nascite con un calo nel corso degli anni statisticamente significativo. In particolare si passa da 16,10 bambini con SD ogni 10mila nati nel 1975 a 6,09 nel 1999: un risultato «dovuto al corrispondente aumento di interruzioni di gravidanza a sua volta dovuto alla diffusione generalizzata della diagnosi prenatale».

 

Si tratta di risultati che devono far riflettere ma che non possono stupire, se solo si ricorda il dibattito che ha preceduto (e seguito) l'approvazione della legge sulla procreazione medicalmente assistita e la campagna referendaria. Il ritornello di chi sosteneva la necessità di effettuare la diagnosi pre-impianto era per eliminare «alcune gravi patologie», quali appunto sindrome di Down (che non è una malattia), fibrosi cistica, talassemia. Inutile dire che, siccome cure per correggere la sindrome di Down non esistono, la «cura» si traduce in una eliminazione dell'embrione: anche perché – si sosteneva (e si sostiene), la donna poi può sempre abortire. E anche se la legge 194 non prevede affatto l'eliminazione del feto per motivi di discriminazione genetica [attenzione a non farsi ingannare dalla presunta "bontà" della legge 194/1978. La legge formalmente non prevede la possibilità di abortire i figli malformati tout court (cioè per il semplice fatto che sono malformati), ma sostanzialmente i requisiti (necessari e sufficienti per ottenere il certificato autorizzativo per avere libero a gratuito accesso all'aborto) della sussistenza di un "pericolo serio/grave per la salute fisica e psichica della donna", relativo alle previsioni di malformazioni del nascituro, sono talmente ampi, fumosi ed onnicomprensivi da poter affermare che in Italia è di fatto lecito e praticato, da oltre 30 anni, l'aborto eugenetico!, ndr], questo avviene spesso.

 

Al punto che il clamoroso caso dell'aborto «sbagliato» nel 2007 all'ospedale San Paolo di Milano non ha sollevato nessuna onda di protesta. Era stato deciso di abortire selettivamente la gemellina con SD: un errore in fase di intervento portò invece alla morte di quella sana. Ma la bambina con SD fu eliminata con un secondo aborto. Recentemente sono stati assolti i medici che avevano compiuto l'intervento errato: non per violazione della 194, bensì per l'imperizia dell'operazione. La cultura eugenetica strisciante [ma neanche troppo strisciante!, ndr] ha portato troppi genitori a considerare come «cura» l'eliminazione dell'embrione segnato dalla sindrome.

22 febbraio 2010

Intervista su Teleradio Padre Pio - martedì 23 febbraio ore 10.20

Si informa che domani martedì 23 febbraio, durante la trasmissione "Noi per voi", in onda alle ore 10.20 su Teleradio Padre Pio, vi sarà un'intervista telefonica al Responsabile Nazionale dell'Associazione Due minuti per la vita. La trasmissione è seguibile in diretta dal sito dell'emittente al link http://www.teleradiopadrepio.it/index.php.

CS - In Italia i bambini Down si possono uccidere ma non offendere

Torino, 22 febbraio 2010

 

Comunicato stampa

 

In Italia i bambini down si possono uccidere ma non offendere

 

 

L'Associazione Due minuti per la vita si unisce al giusto coro di condanne, provenienti da personalità politiche, Associazioni e società civile nei confronti del recente gruppo su Facebook che offende gravemente, ed in maniera intollerabile, la dignità dei bambini down.

 

Mentre si auspica il celere intervento dell'autorità giudiziaria sulla vicenda, non si può omettere di ricordare che in Italia l'uccisione delle persone down è legale da oltre 30 anni, quando nel 1978 la legge 194 rese lecito l'aborto al verificarsi di "un serio pericolo per la sua [della donna] salute fisica o psichica in relazione [...] a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito" (art. 4, aborto entro i primi 90 giorni) ovvero "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna" (art. 6, aborto dal 90° giorno fino alla possibilità di vita autonoma del feto).

 

Allo stesso modo occorre menzionare le pronunce dei giudici attraverso le quali è stato permesso, in totale sfregio e disapplicazione della legge 40/2004, di praticare la c.d. diagnosi pre-impianto, con conseguente selezione, sugli embrioni (ottenuti con le tecniche di fecondazione artificiale) prima del loro trasferimento in utero.

 

Il gravissimo episodio del gruppo di Facebook non è dunque che la coerente e cinica applicazione di quanto già avviene legalmente, ed impunemente, nel nostro paese: dopo che la società ha respirato per decenni, e continua a respirare tuttora, l'alito appestato della disumana mentalità eugenetica, come si può pretendere che si rispetti una persona disabile una volta nata se quando è ancora nel grembo materno è lecito ucciderla?

 

L'Associazione Due minuti per la vita augura che questo deplorevole episodio possa essere un'occasione per ricordare senza compromessi e mistificazioni il diritto inalienabile alla vita di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale: si dica la verità tutta, evitando la triste miopia di considerare la dignità ed il decoro di una persona più importanti del suo diritto alla vita.

 

 

Associazione Due minuti per la vita

Casella postale 299 10121 Torino - Fax. 011.19.83.42.99

www.dueminutiperlavita.info - info@dueminutiperlavita.org

www.facebook.com/dueminutiperlavita

21 febbraio 2010

Le donne che ricevono aiuto non abortiscono

Aborto, 8 donne su 10 lo evitano se aiutate

di Enrico Negrotti – © Avvenire online – 19 febbraio 2010

http://www.avvenire.it/Cronaca/cav+milano+aborto_201002191809251600000.htm

 

Un aiuto economico di 4mila euro basta spesso a salvare un bambino dall'aborto. Ma il Centro di aiuto alla vita (Cav) presso la Mangiagalli di Milano a partire da aprile teme di non poterlo più promettere. È questo uno dei crucci maggiori di Paola Bonzi, fondatrice e direttrice dello storico Cav che ha sede presso la maggiore clinica ostetrica della Lombardia, dove ogni anno vengono al mondo circa 7mila bambini, ma dove si effettuano circa 1600 aborti. «Ma molti potrebbero essere evitati – sottolinea Paola Bonzi –. Basta pensare che su dieci donne a rischio d'aborto che si rivolgono a noi, otto o nove rinuncerebbero all'interruzione di gravidanza se aiutate economicamente». Di qui l'appello alle istituzioni (Regione, Provincia e Comune) a mettere in campo un po' di buona volontà per sostenere economicamente un Centro che, nel solo 2009 ha incontrato e aiutato circa 2200 donne. […]


Proprio ieri all'Ospedale Maggiore Policlinico di Milano sono stati inaugurati tre reparti completamente rinnovati dopo la ristrutturazione: si tratta degli ambulatori della Clinica Mangiagalli, del nido Santa Caterina e del reparto degenze della chirurgia pediatrica. «Siamo contenti di queste realizzazioni – osserva Paola Bonzi – ma vorrei sottolineare che prima bisogna far nascere i bambini: poi potremo curarli, educarli, aiutarli a crescere». «Sappiamo che sei donne su dieci in fila per abortire – aggiunge – piangono in attesa della visita. Sono straniere al 70%, ma le italiane sono in aumento: spesso donne con contratti a termine che vedono il lavoro messo a rischio dalla gravidanza». È evidente che occorre poter offrire risorse concrete: «Il nostro Cav è una onlus e abbiamo un bilancio trasparente – puntualizza Bonzi –. Di un milione e 800mila euro di uscite nel 2009, la voce sussidi pesa per 800mila euro. Il consultorio familiare è accreditato e le prestazioni professionali (psicologo, ginecologo, ecc) sono rimborsate dalle Asl, ma l'aiuto alle donne dobbiamo trovarlo noi. Infatti forniamo non solo sussidi economici diretti (200-250 euro al mese per 18 mesi), ma anche latte e attrezzature di tutti i tipi e pannolini fino all'anno di età del bambino: assicurarli a 600-700 bambini l'anno comporta cifre considerevoli».

Nel 2009 sono state 2200 le donne che si sono rivolte al Cav per un aiuto: di queste circa 600 incinte nel primo trimestre e a rischio di aborto: «Per almeno 400 di loro serviva un aiuto economico: i conti sono presto fatti. E quando incontriamo una donna in difficoltà, non abbiamo tempo: quando esce dal Cav deve avere in mano un progetto che le offra la tranquillità per 18 mesi». E ora le casse sono quasi vuote: «Abbiamo risorse solo fino ad aprile, perché dobbiamo mantenere le promesse alle donne cui le abbiamo fatte. E quindi potremmo non poter accettare nuove persone in carico. Mi preoccupa molto – sottolinea Paola Bonzi – di essere posta in un dilemma tra l'angustia perché le donne che vengono in Mangiagalli per abortire non conoscono l'esistenza del nostro Cav e dall'altra parte non sapere come fare ad aiutarle se si rivolgessero a noi».

Quello che serve quindi è uno slancio straordinario da parte delle istituzioni: «Come tre anni fa, quando ottenemmo 500mila euro dalla Regione e 200mila dal Comune. Abbiamo idea di quanto costano alla sanità le cure delle donne alle prese con le conseguenze dell'aborto, che rischiano depressione, tentativi di suicidio, abuso di sostanze? Non è meglio impiegare i soldi prima, per far nascere i bambini?»

19 febbraio 2010

Le tante domande ancora insolute sulla vicenda di Eluana

Eluana, quante domande rimangono aperte

di Rosaria Elefante* – © Avvenire – Inserto. È  vita – n. 245 dell'11 febbraio 2010 – pag. 2

 

Testimonianze decisive e ignorate. Una decisione stilata da più Corti in base a conoscenze cliniche sorpassate. Un decreto di volontaria giurisdizione scambiato per sentenza. Un esposto pieno di dubbi critici archiviato perché i fatti cui si riferisce non sarebbero «penalmente rilevanti»... Tutte le ombre sulla vicenda

 

Se si pensa a quando l'intera Italia rabbrividì davanti alle immagini di due genitori, i coniugi Schiavo, che cercavano disperatamente di salvare la loro figlia nonostante sentenze passate in giudicato, non si può non rimanere quantomeno perplessi di fronte alla stessa Italia nella quale pochi anni dopo si è consentito che a una persona incapace, altamente disabile, sulla scorta di tre testimonianze e un decreto di volontaria giurisdizione – nemmeno una sentenza passata in giudicato, ma mero atto autorizzativo, modificabile, rivedibile e annullabile –, venisse sospesa l'alimentazione e l'idratazione, provocandone così la morte.

 

Un anno dopo i «perché» rimasti senza risposta sono ancora tanti e difficili da mettere a tacere. Lasciando da parte tutti quelli relativi al rapporto padre/madre-figlia, sui quali è giusto che non si pronunci se non chi ne ha la giusta competenza, quelli di ordine giuridico invece reclamano ancora una risposta che forse non arriverà mai. Innanzi tutto perché in uno stato di diritto come il nostro – dove la Carta costituzionale tutela in maniera inequivocabile gli incapaci, garantendo solidarietà e tutela della salute – in nome di una presunta libertà è potuto accadere

quanto è successo a Eluana?

 

Perché a livello processuale tante distrazioni (la mancata nomina di uno o più neurologi specialisti in stati vegetativi; o la carenza di attività istruttoria e delle testimonianze di amiche e professori di Eluana, che non avendo altre vie continuavano a rilasciare interviste), violazioni di dettati normativi (ad esempio l'omissione di soccorso per chi si è limitato ad assistere alla morte per disidratazione di Eluana, quando il decreto concedeva mera autorizzazione e non obbligo soltanto al padre), forzature in senso univoco?

 

Perché ignorare fatti testimonianze e strumenti di diritto, dando invece rilevanza giuridica a ciò che per sua natura non ne ha (si pensi al famoso protocollo stilato da un'associazione che non è neanche parte processuale)? Perché una lettera così importante come quella di Eluana a suor Rina Gatti, sua insegnante di italiano per 5 anni, non è stata presentata ai giudici, sebbene la stessa religiosa ne abbia autorizzato la pubblicazione sulla stampa?

 

Perché non mettere a tacere tanti dubbi – peraltro in ossequio a quanto prevede sia il Codice sia la sentenza della Cassazione nel 2007 – sottoponendo Eluana quand'era ancora viva (e non certo con esami ex post) a una risonanza magnetica funzionale o ad altro accertamento diagnostico di ultima generazione, come quelli che hanno consentito la scoperta di diagnosi sbagliate su persone considerate in stato vegetativo "permanente" ma che in realtà non lo erano?

 

Perché dichiarare lo stato di salute di Eluana come «cosa passata in giudicato», pertanto non più modificabile? È mai possibile un "giudicato" sulla situazione di salute di un soggetto "vivente", per quanto disabile sia? Lo stato di salute di chi si considera sano può variare nell'arco di una giornata, anche radicalmente. E allora, perché adottare un simile espediente giuridico? Esiste un giudicato in quel senso?

 

Perché la Corte d'Appello di Milano si è accontentata di un'unica «recente» relazione medica di parte, resa da Carlo Alberto De Fanti, medico di fiducia della famiglia, datata 2 febbraio 2002, e di una ormai sorpassata letteratura medica, quella della «MultiSociety Task Force on Pvs» datata addirittura 1994?

 

Possibile che a oggi non si sia ancora capito con assoluta certezza se Eluana fosse in grado di deglutire o no? Non può far fede la prova eseguita alla Quiete di Udine dopo la sospensione della nutrizione assistita e la somministrazione del luminale. Non è un mistero per gli specialisti l'esistenza della videofloroscopia, esame di routine che non si basa su un giudizio soggettivo e/o emozionale e che evidenzia l'abilità deglutitoria. Perché l'atteggiamento monolitico di fronte a un "caso" come questo, dove invece sarebbe stato sicuramente più fruttuoso un dialogo sincero, nella consapevolezza che non potessero esistere certezze assolute?

 

Perché a fronte di un esposto dove si elencavano tutti questi interrogativi il pubblico ministero ha risposto: «Non ravvisandosi nei fatti descritti condotte penalmente rilevanti, e rilevato che le questioni di fatto e di diritto poste all'attenzione di questo ufficio sono state già oggetto di pronunce giurisdizionali che hanno assunto il carattere dell'insindacabilità essendo stati esauriti tutti i mezzi di impugnazione previsti»? Cos'è allora «penalmente rilevante»?

 

È giusto, legittimo e giuridicamente corretto considerare il decreto di volontaria giurisdizione con cui si autorizzava la sospensione della nutrizione assistita a Eluana, come pronuncia insindacabile? E cosa significa? Il Codice di procedura civile e tutta la giurisprudenza fino a oggi non dichiarano che il decreto di volontaria giurisdizione – quello in forza del quale Eluana è morta – non può mai, per sua natura, assumere il carattere e la forza di una sentenza passata in giudicato? Forse non è più vero che il decreto di volontaria giurisdizione è emesso "rebus sic stantibus", e cioè in base allo stato di fatto esistente al momento dell'emissione, e può essere modificato quando qualcosa cambia, ad esempio la presenza di altre testimonianze, una diagnostica nuova o una visita medica più recente?

 

E ancora. Perché a seguito del deposito dell'autopsia sul corpo di Eluana non si perseguono quanti hanno dichiarato il falso? Eppure il referto non parla di piaghe, di calvizie, o di corpo devastato, come qualcuno continua invece a dire. Così, tra le tante esperienze negative di questo caso c'è anche un diritto negato in radice, senza un autentico accertamento della verità.

 

* presidente Anbi – Associazione nazionale biogiuristi

 

Notazione dell'Associazione Due minuti contro la vita:

Di fronte alla caparbietà ed alla pervicacia a senso univoco – soprattutto a livello giuridico e medico – per riuscire ad ottenere l'autorizzazione  ad interrompere l'idratazione e la nutrizione di Eluana Englaro, al fine di ottenerne la morte, non resta che riflettere sulle parole di Giovanni Paolo II, parole dure, schiette e drammaticamente profetiche (Evangelium Vitae, n. 12 e 17 ):

«Guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di "congiura contro la vita". Essa non coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati.

[…]

17. L'umanità di oggi ci offre uno spettacolo davvero allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei quali si sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro singolare proporzione numerica, nonché al molteplice e potente sostegno che viene loro dato dall'ampio consenso sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal coinvolgimento di parte del personale sanitario.

 

Come ebbi a dire con forza a Denver, in occasione dell'VIII Giornata Mondiale della Gioventù, «con il tempo, le minacce contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono dimensioni enormi. Non si tratta soltanto di minacce provenienti dall'esterno, di forze della natura o dei "Caino" che assassinano gli "Abele"; no, si tratta di minacce programmate in maniera scientifica e sistematica. Il ventesimo secolo verrà considerato un'epoca di attacchi massicci contro la vita, un'interminabile serie di guerre e un massacro permanente di vite umane innocenti. I falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile».

 

Al di là delle intenzioni, che possono essere varie e magari assumere forme suadenti persino in nome della solidarietà, siamo in realtà di fronte a una oggettiva «congiura contro la vita» che vede implicate anche Istituzioni internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto. Non si può, infine, negare che i mass media sono spesso complici di questa congiura, accreditando nell'opinione pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla contraccezione, alla sterilizzazione, all'aborto e alla stessa eutanasia come segno di progresso e conquista di libertà, mentre dipinge come nemiche della libertà e del progresso le posizioni incondizionatamente a favore della vita.»

 

18 febbraio 2010

Traballano le "certezze" sull'irreversibilità dello stato vegetativo

In Belgio un imprevedibile "sì" condanna i giudici italiani

di Gianfranco Amato www.ilsussidiario.net - 8 febbraio 2010

 

Un anno fa Eluana Englaro veniva messa a morte grazie ad un provvedimento della magistratura fondato, tra l'altro, su due assiomi. Il primo riguarda il fatto che la ragazza di Lecco si trovasse in uno stato di coma irreversibile (categoria scientifica inesistente), dal quale non sarebbe mai potuta uscire. Il secondo è relativo al fatto che senza una «pienezza di facoltà motorie e psichiche» quella di Eluana fosse una «vita non degna di essere vissuta», traduzione italiana del termine "lebensunwertes Leben", coniato dai giuristi tedeschi negli anni '30 e riecheggiato tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich.


Così, nel febbraio 2009, attraverso la carta bollata, si è spenta l'esistenza di Eluana. Per una strana ironia della sorte, a ridosso dell'anniversario della sua morte, i fatti e la ricerca scientifica hanno sconfessato quei discutibili postulati dei giudici. Due giovani belgi, entrambi in stato vegetativo persistente a seguito di un incidente d'auto, sono stati incaricati dal destino di sgretolare i due presupposti logici della tragica decisione sul caso Englaro. 


Lo "scherzo" che hanno fatto i due belgi ai soloni togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana), dimostrando ancora una volta che il cosiddetto "coma irreversibile" non esiste. L'altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di facoltà psichica, arrivando a "dialogare", attraverso il cervello, con i medici.

 

Gli scettici possono leggere l'articolo che illustra l'interessante esperimento, dal titolo Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of Consciousness, pubblicato lo scorso 3 febbraio sul New England Journal of Medicine (10.1056/NEJMoa0905370). In pratica, si è trattato di sottoporre il ventinovenne belga a due stimolazioni attraverso un processo di immaginazione (Imagery Tasks), in cui gli si è stato chiesto di simulare alcune azioni (tirare una pallina da tennis, camminare nella propria casa, ecc.) ed un processo comunicativo (Communication Task), in cui gli sono state poste domande su aspetti attinenti la sua vita personale.


Immaginabile l'astonishment - così è stato definito -, ovvero lo stupore dei medici quando il paziente, dopo aver risposto "no" alla domanda se il nome di suo padre fosse Thomas, ha risposto, invece, "sì" quando gli hanno chiesto se il padre si chiamasse Alexander, vero nome del genitore.


Le reazioni rispetto a questa sensazionale scoperta mi hanno indotto ad una riflessione. Tutti gli esperti hanno dichiarato che il risultato di quell'esperimento «changes everything», cambia tutto. Ma cambia secondo prospettive e visioni antropologiche opposte. Da una parte ci sono coloro che vedono in questa nuova possibilità di comunicazione con i pazienti in stato vegetativo un'opportunità per migliorare le condizioni esistenziali in cui si trovano, assumendo, per esempio, informazioni su eventuali problemi clinici e adottando i relativi rimedi.

 

Dall'altra parte ci sono coloro che vedono nella scoperta la sola opportunità di conoscere esattamente la volontà di chi si trova in stato vegetativo circa il proprio destino, ovvero se ricorrere o meno all'eutanasia, perché proprio questa scoperta mostrerebbe com'è ancora più atroce la condizione di una mente lucida intrappolata in un corpo che non risponde. Due modi diversi di guardare questo risultato scientifico. Due modi diversi di concepire la vita e la morte. E poco c'entra, in realtà, la fede o una prospettiva religiosa.


Enzo Jannacci ce lo ha dimostrato quando in quella celebre intervista al Corriere della Sera, sull'onda emotiva della vicenda Englaro, dichiarò che non avrebbe mai «staccato una spina e sospeso l'alimentazione ad un paziente» perché «interrompere una vita è allucinante e bestiale». E ce lo ha dimostrato anche quando, da medico, ha affermato, profeticamente, che «vale sempre la pena aspettare» e che «la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».

 

Ce lo ha dimostrato, inoltre, quando ha dichiarato che «la vita è sempre importante» e se anche «si presenta inerme e indifesa», rappresenta comunque «uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque». E ce lo ha dimostrato, ancora di più, quando è arrivato a dire che se suo figlio si fosse trovato nelle condizioni di Eluana, «sarebbe bastato un solo battito delle ciglia» a farglielo sentire vivo.


Non oso immaginare che cosa sarebbe successo se la povera Eluana fosse ancora qui tra noi e se, sottoposta al nuovo esperimento, avesse dato segni di coscienza. Probabilmente sarebbe caduto ogni velo di ipocrisia e il dibattito si sarebbe focalizzato, a quel punto, sul tema vero: l'eutanasia. Resta, comunque, una considerazione finale. Ad Enzo Jannacci sarebbe stato sufficiente un battito delle ciglia per fargli sentire vivo suo figlio. Al signor Englaro, probabilmente, non sarebbe bastato neppure il fatto che sua figlia avesse risposto "sì" alla domanda: «Tuo padre si chiama Beppino?».

17 febbraio 2010

Di notte Eluana chiamò "mamma, mamma"!

Quando Eluana chiamò «mamma»

L'invocazione due anni dopo l'incidente

di Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola – © Avvenire – 9 febbraio 2010 – pagina 5

 

Ospedale di Sondrio, Divisione di Lungodegenza, ore 4 del mattino del 15 ottobre 1993. Eluana è in stato vegetativo "permanente" – come si diceva allora – da quasi due anni. Nella sua stanza succede qualcosa: «La paziente ha cominciato a lamentarsi facendo versi...», si legge nella "Documentazione clinica" che la riguarda (e racconta i 17 anni dall'incidente alla morte). Non è un'eccezione che Eluana emetta suoni, sospiri, gemiti, le accade da due anni e lo farà per altri 15, fino al giorno prima della morte a "La Quiete" di Udine.

 

Ma quella notte non si placa, forse appare più agitata del solito, forse ha accanto un'infermiera più attenta, forse lì con lei è rimasta sua madre, non lo sappiamo. Fatto sta che Eluana continua a "lamentarsi", come volesse dire qualcosa, e chi è lì la incoraggia, porge l'orecchio a quei "versi", finché – è scritto nella cartella clinica – «stimolata a dire la parola "mamma" è riuscita a dirla due volte, in modo comprensibile».

 

Sono passati quasi due anni dall'incidente d'auto che prima l'ha condotta in fin di vita e poi sprofondata nello stato vegetativo, ma Eluana chiama mamma Saturna, evoca l'immagine cui ci si rivolge nel bisogno.

 

Nei due anni di ricovero a Sondrio mamma Saturna la raggiunge quotidianamente da Lecco, pur di restarle accanto e continuare a spiare in lei quei segnali che solo un genitore può cogliere, il movimento di un dito, un sospiro più lungo... Messaggi spediti dal profondo di una coscienza nascosta, da sottolineare con trepidazione al medico di turno: «La madre riferisce, nel pomeriggio, la comparsa di movimenti spontanei di estensione del gomito sinistro», era scritto qualche pagina prima.

 

Ogni genitore resta sempre in attesa, scruta ed ascolta, aspetta una risposta che magari arriverà tra vent'anni, stimola, chiama, accarezza, spera. Così Eluana «saltuariamente esegue ordini semplici su comando della madre», ad esempio «flessione dorsale dei piedi, flessione esterna delle ginocchia».

 

Poi quell'invocazione due volte ripetuta, e chissà come avrà rimbalzato sul cuore di Saturna dopo anni di silenzi: «Mamma, mamma». Ha viaggiato molto, Eluana, nei 17 anni di "sonno", di ospedale in ospedale, per brevi ricoveri, esami, riabilitazioni, e ogni volta – si legge – «nessun problema durante il trasferimento». È tranquilla, non necessiterebbe nemmeno di farmaci antiepilettici, nessuna crisi, mai. Il penultimo viaggio importante è quello che la porta a Lecco, dalle suore Misericordine, dove la famiglia chiede che sia ospitata perché è là che Saturna l'aveva partorita il 25 novembre del 1970, e là ora avrebbe potuto continuare ad assisterla, a due passi da casa. La speranza non muore, specie se i medici a Sondrio hanno scritto che «a tratti fissa e sembra contattabile», o che «se adeguatamente stimolata esegue ordini semplici», non un mignolo mosso, non un colpo di palpebra ma addirittura «la apertura e chiusura della mano sinistra»...

 

Fantasie di una madre che vede ciò che vuole vedere? No, osservazioni di medici e infermieri: «...Emetteva qualche vocalizzo, fissava e cercava di incrociare lo sguardo dell'interlocutore». «Messa prona con appoggio sui gomiti accettava la posizione», anche se poi «non riusciva a raddrizzare il capo». «Sembra muovere le dita dei piedi su comando...». Alla fine, «considerata la giovane età della paziente e la continua evoluzione anche se lenta, si consiglia il prosieguo del trattamento riabilitativo».

La speranza non muore, ma ce ne vuole davvero tanta, e Saturna si ammala di dolore, le loro strade si separano. Eluana è curata nella casa di cura delle Misericordine fino alla notte tra il 2 e il 3 febbraio di un anno fa, quando il padre la fa trasferire a "La Quiete" di Udine, dove dovrà morire (un ricovero ufficialmente finalizzato al suo «recupero funzionale» e «alla promozione sociale dell'assistita»).

 

E durante il viaggio questa volta Eluana si dibatte, fino a espellere il sondino.

16 febbraio 2010

CS - La "Verità" di Povia non rende liberi

Torino, 16 febbraio 2010

 

Comunicato Stampa

 

 

La "verità" di Povia non rende liberi

 

 

Questa sera, in occasione della prima serata del 60° Festival della Canzone Italiana di Sanremo, diversi milioni di italiani ascolteranno il brano "La verità" di Giuseppe Povia, avente per tema la vicenda di Eluana Englaro (1970-2009), benché il riferimento esplicito sia stato eliminato dal titolo.

 

Il testo della canzone, secondo l'anticipazione fornita dell'Ansa, propone un fraseggiare che vuole presentarsi suadente, poetico e accattivante, al fine di veicolare l'idea che quanto è stato compiuto un anno fa nei confronti della giovane lecchese sia una forma buona, giusta e pietosa di "liberazione" dalla condizione in cui ella si trovava, un'espressione di amore coraggioso e senza eguali: "non voglio più dormire in fondo al mare / chiedo solamente di volare / volare sopra le parole, sopra tutte le persone / sopra quella convinzione di avere la verità".

 

Ma l'inconfutabile realtà storica e scientifica degli avvenimenti è molto meno poetica: Eluana era una donna gravemente disabile, che respirava autonomamente ed il cui cuore pulsava regolarmente senza il sussidio di nessun macchinario. Eluana era una donna innocente ed indifesa, che è stata privata dell'alimentazione ed idratazione fino al sopraggiungere della morte. Si dica anche questo stasera.

 

Il vero discrimine non è tra chi "ha" la verità e chi no, bensì tra chi la vuole dire, perché con umiltà la riconosce, e chi no. Come ebbe ad affermare, senza circonlocuzioni e infingimenti, il Tribunale di Lecco nel decreto del 2 marzo 1999: «la sospensione dell'alimentazione artificiale si risolve nella soppressione del malato per omissione nei suoi confronti del più elementare dei doveri di cura e assistenza». Ma questo non è contemplato nella "verità" poviana che, inchinandosi e rendendo omaggio alla nota ideologia secondo cui alcune vite non sarebbero "vere" o "degne", non può rendere liberi.

 

 

Associazione Due minuti per la vita

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