URGENTE


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31 gennaio 2010

Un altro abortivo in arrivo in Italia: la pillola del giorno dopodomani

EllaOne, basta la parola

Un “contraccettivo d’emergenza” che assomiglia molto a un abortivo

© IL FOGLIO – 30 gennaio 2010 – Editoriale  a pagina 3

 

La chiamano “pillola del dopodomani” per distinguerla dalla pillola del giorno dopo, rispetto alla quale presenta il “vantaggio” di poter essere usata fino a centoventi ore dopo il rapporto sessuale a rischio di concepimento, anziché fermarsi alle settantadue ore del Norlevo.

 

Il suo nome commerciale è EllaOne, è già arrivata in Francia, in Gran Bretagna e in Germania e, grazie all’autorizzazione al commercio concessa dall’Agenzia europea per i farmaci (Emea), sembra prossimo il suo sbarco anche in Italia, fin dall’inizio previsto nella strategia di lancio dell’azienda produttrice di EllaOne, la francese HRA Pharma.

 

Ora, a parte che parlare di “contraccezione”, sia pure “d’emergenza”, per un preparato che agisce fino a cinque giorni dopo il rapporto sessuale è abbastanza ridicolo, scopriamo che il principio attivo di EllaOne, l’ulipristal acetato, è un antagonista del progesterone dall’azione molto simile a quella del mifepristone, un altro antagonista del progesterone che costituisce il principio attivo della pillola abortiva Ru486.

 

Succede, insomma, che alla base della diversa tipologia di registrazione di preparati dotati della stessa azione, c’è sicuramente un diverso dosaggio ma anche una diversa strategia di mercato. EllaOne si guarda bene dal proporsi come abortivo, ma “nella fisiologia della riproduzione, l’embrione a cinque giorni dal concepimento è in utero per annidarsi” (come scrive il ginecologo Lucio Romano, presidente di Scienza e Vita, nell’ultima newsletter dell’associazione).

 

EllaOne si presenta come contraccettivo ma il suo principio attivo è simile all’abortivo mifepristone. D’altra parte, si sa che sono in corso sperimentazioni per fare anche del mifepristone, a dosi più basse che nella Ru486, un bel “contraccettivo d’emergenza”. Basta cambiare definizione e si rassicura sulla natura non abortiva ma “contraccettiva” di ciò che, con ogni evidenza, impedisce a un embrione di cinque giorni, già formato, di annidarsi in utero.

 

***

 

Si legga anche http://www.dueminutiperlavita.info/2009/05/ellaone-nuovo-abortivo-presentato-come.html

Spot pro life al Super Bowl

Touch down pro life

I cristiani americani pagano per lo spot anti aborto durante il Super Bowl

© IL FOGLIO – 30 gennaio 2010 – prima pagina

 

Trenta secondi e 3,2 milioni di dollari per “celebrare la vita” durante il Super Bowl del 7 febbraio, la finalissima del campionato di football che batte ogni anno il record di ascolti in Tv. Si chiamano “Focus on the family”, e sono un gruppo di cristiani conservatori attivi ovunque, anche a Colorado Springs: lì hanno deciso di comprare uno degli spazi pubblicitari più costosi al mondo per piazzare uno spot contro l’aborto. I 30 secondi che verranno mandati in onda in una delle pause dell’evento sportivo americano racconteranno la storia di Pam e Tim Tebow: nel 1987 la ragazza era incinta quando si ammalò durante un viaggio in una missione nelle Filippine. I medici le consigliarono l’aborto, lei rifiutò. Oggi suo figlio Tim è uno dei più amati giocatori di football e gioca come quarterback nei Florida Gators.

 

Il sito della Cbs, l’emittente televisiva che trasmetterà lo spot, ieri rispondeva alle critiche che hanno investito lo spot antiabortista (ancora non andato in onda). Il Women’s Media Center di New York ieri ha chiamato la Cbs per chiedere di togliere lo spot dalla programmazione perché “divide gli americani invece di unirli”. Il gruppo femminista ha inviato una lettera particolarmente violenta all’emittente, scrivendo che l’avere lasciato spazio a un’associazione no-choice durante il Super Bowl danneggerà la sua reputazione e farà perdere ascoltatori. Dal canto suo la Cbs ha risposto che manderà in onda lo stesso i 30 secondi di Focus on the family. Uno spot che i vertici del canale tv hanno esaminato con attenzione senza trovare motivi per rifiutarlo, dal momento che “celebra la famiglia”. I soldi per pagare la messa in onda non sono dell’associazione cristiana, ma arrivano da “alcuni amici generosi”. “So che a qualcuno non piacerà – ha detto Tim Tebow – ma io sono contro l’aborto perché oggi non sarei qui se non fosse stato per il coraggio di mia madre”.

30 gennaio 2010

I cattolici del Lazio non votino la Bonino!

Candidatura cattolica “no Emma”

Olimpia Tarzia nella lista Polverini contro “la cultura della morte”

© IL FOGLIO – 30 gennaio 2010 – prima pagina con continuazione a pagina XII

 

Roma. Ci sono (non pochi) cattolici che di fronte a Emma Bonino candidata presidente per la regione Lazio rifiutano di prendere posizioni nette o si limitano a un laconico “no” poco motivato, e c’è una cattolica che non solo si definisce antiboniniana senza ombra di dubbio, ma che ha deciso di candidarsi nella lista civica di Renata Polverini proprio per contrapporsi alla Emma Bonino abortista e divorzista: “Basta ipocrisie”, dice, “è il momento di scegliere da che parte stare”.

 

Si chiama Olimpia Tarzia, già fondatrice del Movimento per la Vita e già presidente della commissione Politiche familiari e dell’Osservatori regionale permanente delle famiglie nel Consiglio regionale del Lazio dal 2000 al 2005. Motivo della candidatura, dice Tarzia, “contrastare con tutte le mie forze la possibile drammatica deriva” cui si andrebbe incontro: “Votare Emma Bonino significa, nei fatti, aderire ad un umanesimo che, nella prospettiva cattolica, è disumano e disumanizzante. Le sue idee e ancora prima la concezione antropologica di cui è portatrice (su cui è impegnata da anni e che non rinnega in alcun modo) rappresentano tesi culturali e azioni concrete contro le quali combatto da trent’anni”.

 

E non basta, ché Olimpia Tarzia lancia un appello a tutti i cattolici perché non si accoccolino in un “silenzio assordante”. “Ciò che più mi inquieta”, dice, “è il pensiero che possa esistere il rischio reale di accettare una provocazione così pesante senza opporre le nostre ragioni. Non dobbiamo dimenticare che la cultura radicale, maestra nelle mistificazioni, origine del più esasperato individualismo e relativismo, ha diffuso nel nostro paese un laicismo intollerante, molto simile al fanatismo religioso; spacciandola come difesa dei diritti umani, ha propagandato una cultura di morte, che sferra i suoi attacchi più forti proprio dove la vita umana è più debole, alle sue frontiere: all’alba e al tramonto, alla vita prenatale e alla vita terminale”.

 

L’inquietudine di Olimpia Tarzia di fronte alla “concezione antropologica” radicale viene da lontano, dal 22 maggio 1978. “Avevo vent’anni quando incontrai per la prima volta Pannella”, dice. “In Senato si stava votando la legge 194 che ha legalizzato l’aborto in Italia. Assieme a un gruppo di giovani di vari movimenti e associazioni organizzammo un sitin per la vita. All’improvviso una signora ci comunicò che Pannella voleva incontrare una nostra rappresentanza. Pannella ci fece un lungo discorso, utilizzando al massimo la sua capacità di convincimento. Pronunciava parole come ‘battaglia di civiltà e di libertà’, ‘conquista delle donne’. Fissandoci negli occhi disse: ‘Sarà anche grazie a voi, donne e giovani cattolici, che riusciremo a portare a termine queste battaglie’. Ma non ci convinse”.

 

Fu a quel punto che Olimpia Tarzia decise di fondare, con altri, il Movimento per la vita.

Ai cattolici che di fronte alla candidatura Bonino dicono “la voto anche se non la pensa come me”, Olimpia Tarzia oppone quelle che chiama le “affermazioni da brivido” della Bonino. Trattasi di un’intervista della candidata radicale di qualche giorno fa, in cui Bonino ha detto: “Non temo di perdere i voti dei cattolici, le grandi conquiste civili di questo paese, dal divorzio all’aborto, sono state proprio dovute al voto dei cattolici. I clericali e i bigotti probabilmente non saranno contenti, ma non importa. Credo che i cattolici veramente credenti sentano invece questi problemi di libertà e responsabilità personale molto vicini al loro sentire”.

 

Olimpia Tarzia non ci sta: “Il dibattito sul diritto alla vita e sulla difesa e promozione della famiglia fondata sul matrimonio è solo apparente, perché i fautori dell’aborto libero, magari a domicilio, con la pillola killer Ru486, la Bonino in primis, non ammettono di essere contrastati e rifiutano il dialogo. Invocano lo ‘stato laico’, dimenticando che uno stato laico affonda le proprie radici nei diritti umani, primo tra tutti il diritto alla vita; dimenticando che il riconoscimento della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio non è un’opinione della chiesa, ma, oltre che appartenere alla legge morale naturale, è un’affermazione esplicitata all’art. 29 della Costituzione”.

 

La candidata Olimpia Tarzia smonta anche le obiezioni dei cattolici che non pensano di dover combattere, in questo momento, una battaglia “di idee e di civiltà”: “Alcuni avvertono che l’aborto non deve essere argomento di dibattito in una competizione che riguarda una amministrazione locale, aggiungendo che nel 2010 non è possibile continuare a dibattere di una legge, la 194, che ormai ha quasi trent’anni [la 194 è del 1978 quindi di anni ne ha più di 30!, ndr].

 

[…] Aggiungo che una cultura abortista, quale quella a cui fa orgogliosamente riferimento Emma Bonino, non produce i suoi frutti limitatamente al tema dell’aborto, ma tocca tutto il campo delle politiche sociali”.

“Senza contare che”, dice la candidata anti Bonino, “la regione ha ruoli legislativi, competenze dirette in materia di sanità, di politiche familiari e sociali, di educazione. Impensabile che provvedimenti legislativi in tal senso siano avulsi da un sistema di riferimento etico di valori, umani e civili.

 

Saranno le regioni, per esempio, a decidere come somministrare la Ru486. L’Emilia Romagna ha già deliberato per la somministrazione in day hospital”. Tutti motivi, questi, “per sentirsi coinvolti in prima persona, per sentirsi tutti candidati. Guardo i miei figli e sogno per la loro generazione una società molto diversa da quella propostaci dai radicali. Faccio un appello in particolare ai cattolici perché sentano sulla loro pelle la responsabilità di questa campagna elettorale”.

29 gennaio 2010

Perchè alcuni cattolici si vergognano di attaccare la Bonino?

Lo svarione filosofico che impedisce di svolgere il sillogismo sul diavolo radicale

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro -  © IL FOGLIO – 26 gennaio 2010 – pagina II

 

 

La cattiva politica è sempre figlia della cattiva teologia, che a sua volta ha per ancella una cattiva filosofia. In questo sta il perché del disarmante atteggiamento del mondo cattolico a fronte della candidatura di Emma Bonino. Un fenomeno che potrebbe apparire strano se si pensa che questo mondo, solo l’altro ieri, aveva partorito il Family day. Eppure, strano non è, lo dicono i fatti.

 

Nel viterbese, una nutrita rappresentanza della base cattolica voterà Bonino senza neanche turarsi il naso. Dal canto suo, Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, nasconde a pagina 11 una critica alla candidata radicale riducendo a rango di parere quello che avrebbe dovuto essere un articolo di fondo: lo ha denunciato il direttore del laico Foglio, tirando in ballo il diavolo, argomento così giù di moda in casa cattolica. Non basta: perché un cervello non certo gettato all’ammasso del politicamente corretto come Antonio Socci spiega che la Bonino e il diavolo non si accostano neanche in iperbole, ché si mischiano indebitamente politica e teologia: e lo spiega, naturalmente, al direttore del laico Foglio. Intanto, il direttore di Avvenire illustra che lui impagina come vuole, in piena autonomia, eccetera: e lo illustra sempre al direttore del laico Foglio.

 

In un mondo, non si dice ideale, ma quasi normale, tutto questo avrebbe del grottesco e i fatti di cui sopra andrebbero capovolti di segno. E invece no. All’indomani, o al massimo dopodomani, del Family day, il direttore del laico Foglio, si trova messo in croce dagli ambienti cattolici per aver detto ciò che essi stessi dovrebbero avere, se non il coraggio di dire, almeno la coerenza di pensare. Il paradosso nasce dal fatto che Giuliano Ferrara, ha l’abitudine di argomentare sillogisticamente, e mal gliene incoglie perché tale abitudine il mondo cattolico l’ha buttata alle ortiche assieme da vari decenni.

 

Il caso Bonino è la summa di tale debacle. Ragionare per credere, e partire dalla realtà per ragionare.

Ora, la realtà dice che i radicali, sono dei praticanti rigorosi che professano un anticattolicesimo ortodosso, argomentato, dottrinale. Si occupano di tutto ciò che sta a cuore al Papa e alla chiesa, tenendo immancabilmente una posizione inversa. Il loro obiettivo non è soltanto quello di cambiare le leggi o di mettere a segno vittorie politiche. La loro vera scommessa è capovolgere la mentalità dell’opinione pubblica senza che nessuno se ne accorga. E ora hanno piazzato la Bonino nella corsa alla presidenza del Lazio, imponendola a un Partito democratico che, a dispetto di certi sommessi e comunque colpevoli rigurgiti teodem, non è affatto estraneo alla ideologia radicale, ma ne rappresenta l’incarnazione di massa.

 

A fronte di tale premessa maggiore del sillogismo, traducibile in “la Bonino è il diavolo”, si trova la premessa minore “i cattolici combattono il diavolo”, cui dovrebbe seguire la conclusione “dunque i cattolici combattono la Bonino”. Ma la conclusione non segue. E non può seguire poiché il mondo cattolico è in debito di dottrina, e non solo nella sua cosiddetta ala sinistra. Il risultato è una popolazione cattolica spesso animata dalle migliori intenzioni, ma che ha convinzioni, princìpi, criteri di riferimento totalmente alternativi e contraddittori.

 

Tutto questo non è accaduto tra il Family day e la candidatura della Bonino. Ha radici ben più profonde, messe in luce acutamente da Luigi Manconi in un articolo pubblicato sull’Unità il 15 gennaio con l’inequivocabile titolo “I cattolici appoggeranno Emma Bonino”. Dopo aver spiegato che la secolarizzazione è “la tendenza ad adottare comportamenti e modelli di vita immanenti non derivati da dogmi di fede o da morali sovradeterminate”, e dopo aver messo in luce, evocando lo “scisma sommerso” di Pietro Prini, che “tale processo non riguarda solo i semplici fedeli, ma coinvolge anche una parte delle gerarchie”, Manconi fornisce le ragioni del fenomeno.

 

“Le politiche sulle questioni di fine vita” dice “ma anche lo stesso antiproibizionismo, sono il frutto di una riflessione morale che pone al centro l’integrità della persona umana, la sua dignità e i suoi diritti”. E da ciò desume che “l’antropologia radicale rivela profondi punti di contatto con l’antropologia, anch’essa fondata sui concetti di dignità e integrità della persona. (…) In altre parole, le controversie etiche finiscono con l’avvicinare i cattolici (e anche le gerarchie) ai Radicali più di quanto li avvicinino i titolari di una concezione agnostica e amorale della vita”.

 

E’ ovvio che, quando è integro, il cattolicesimo non offre alcun appiglio a tale prospettiva. Ma le cose cambiano totalmente se si pensa che Manconi ci sta descrivendo impietosamente quel magma informe che oggi porta sulla divisa la targhetta di “mondo cattolico”. Un coacervo che attraversa la politica, la teologia, la filosofia, e che può scegliere Hans Kung o Sant’Alfonso Maria de Liguori, Kant o Tommaso d’Aquino, Bonino o Berlusconi, Martini o Ratzinger, sostenendo di appartenere alla stessa religione.

 

Lo svarione teologico, che si traduce in svarione morale e politico, ha come strumento uno svarione filosofico: l’assunzione del metodo, delle categorie e dei princìpi di filosofie estranee al cattolicesimo. Per cui, davanti a un qualsiasi fenomeno nato in quel brodo culturale, non si è in grado di dare risposte cattoliche.

 

L’impostazione di un problema ne determina la soluzione, quindi le questioni sociali formulate oggi all’interno del radicalismo possono avere, con sfumature diverse, soltanto soluzioni radicali. E’ il dialogo, bellezza. Peguy denunciava questo dramma già nel 1900 parlando di “cristiani sfaldati nel loro cristianesimo. Perché è da dirsi che non sono più cristiani; forse non lo sono più in nulla e sono puramente, propriamente moderni”. Gente che, votando la Bonino, si illude persino di perfezionare, purificare il cristianesimo. Ma, è sempre Peguy che parla, “perfezionare il cristianesimo è quasi come se si volesse perfezionare il nord, la direzione del nord. Ma il cristianesimo è naturalmente e sovrannaturalmente fisso”.

 

Agnoli spiega (e bene) perchè sostenere la Bonino è sbagliato!

I cattolici si fanno ingannare dalla Bonino perché si sono già ingannati sulla natura della fede

di Francesco Agnoli – © IL FOGLIO – 26 gennaio 2010 – pag. II

 

L’inchiesta di Marianna Rizzini sui cattolici favorevoli alla Bonino, che la preferiranno a Renata Polverini alle prossime regionali del Lazio, non mi ha stupito. E sicuramente non ha meravigliato neppure la Bonino, che sa abilmente vestire i panni di Giano bifronte. In occasione della sua auto-candidatura a presidente della Repubblica di circa dieci anni fa, infatti, Emmatar non esita a diffondere ovunque la foto sua e di Pannella insieme a Giovanni Paolo II, con evidenti fini propagandistici. Contemporaneamente i radicali, lei compresa, si battono per la liberalizzazione della droga, celebrano la breccia di Porta Pia, rinvigoriscono l’Associazione per lo sbattezzo e nutrono di menzogne e di accuse contro la chiesa filiazioni radicali come Anticlericale.net.

 

Ma in tempo di elezioni, quando occorre prendere voti, mentire non è un problema. Il fine giustifica i mezzi, per chi ha fini molto piccoli, molto umani e a breve scadenza. Così, per esempio, appena annunciato l’appoggio del Pd alla Bonino, per evitare polemiche in quel frangente inopportune, la radicale Maria Antonietta Coscioni ha prontamente ritirato 2.400 emendamenti alla legge sul testamento biologico. Alla faccia della conclamata coerenza. Vi erano infatti contenute esplicite dichiarazioni a favore dell’eutanasia, non solo nei casi estremi, come spesso si vuole far credere, ma in assoluto.

 

Uno degli emendamenti opportunamente ritirati, pronto forse a essere riproposto dopo le Regionali, cominciava infatti così: “Ogni persona ha diritto di porre termine alla propria esistenza” (Corriere, 13/1/2010). Per fare un altro esempio, tratto dal passato, le associazioni di cui la Bonino fa parte ai tempi della famosa foto pubblicata da Libero, il Cisa e il M.L.D., non hanno nessuno scrupolo a spiegare a tutti, a pagina 25 di un libretto intitolato “Aborto: facciamolo da noi” (Ed. Napoleone, 1975), che la “cifra più riduttiva sugli aborti clandestini ogni anno” in Italia è di “un milione e mezzo”. Solo quattro pagine dopo si dice, senza nessun ritegno, che l’aborto clandestino nel nostro paese “è vissuto da tre milioni di donne” ogni anno.

 

Sparare cifre assurde e coscientemente gonfiate sino all’incredibile è insomma ritenuto lecito, pur di raggiungere l’obiettivo prefissato: in questo caso far passare il ricorso all’aborto come un fatto ormai normale ed acquisito. Analogamente, nello stesso libretto, non si ha scrupolo a sostenere che il “diritto” all’aborto non ammette eccezioni; che anzi spesso abortire è un bene, “una scelta matura e responsabile”, perché serve a tutelare il nascituro da future condizioni precarie (fisiche, psicologiche o solo economiche che siano); oppure perché va a vantaggio della “famiglia preesistente, che spesso ha bisogno di essere difesa e protetta in quanto già reale e concreta”.

 

Tenere il bambino, al contrario, “a volte è un atto di debolezza e di egoismo”, commesso da chi non vuol capire che l’embrione e il feto, che oggi con l’ecografia tutti sappiamo essere già formati, non sarebbero altro che “contenuto dell’utero, ancora informe e grumoso”, una “ipotesi di vita”, un “ovulo fecondato” né “vitale né capace di vita” (“un ovulo fecondato non è necessariamente una vita; non lo è per il padre e non lo è nemmeno per la madre”). Dunque, per gli autori del citato manuale per l’aborto, qualsiasi motivo è valido per ricorrere al metodo Karman, quello della pompa di bicicletta: un metodo “semplice, rapido”, “per la donna e non per il ginecologo”, con il “materiale tutto in plastica, con la punta tonda”, inventato “in una comune popolare cinese”, come “rifiuto da parte dei cinesi di utilizzare la scienza borghese così come essa è”.

 

Nello stesso opuscolo la chiesa viene svillaneggiata, e i cattolici nel contempo derisi o adulati. Anche la chiesa, si sussurra maliziosamente alle donne che per motivi religiosi hanno qualche remora ad abortire, ha sempre permesso tale azione, anche all’epoca del terribile Concilio di Trento. Per cui, care donne timorate di Dio, non vi preoccupate a ricorrere al nostro aiuto, tante “associazioni cattoliche” già lo fanno. Abortire non è un dramma, ma un momento di crescita; non un atto di egoismo, ma di maturità; neppure un peccato, ma un gesto nel solco della più pura tradizione evangelica. Infatti, “solo nel 1869 Pio IX per ragioni politiche (necessità di incrementare le nascite per aver maggior forza lavoro per la nascente industria) condannò nell’enciclica Rerum Novarum (di Leone XIII, ndr) l’aborto”.

 

Detto questo, mi chiedo se la doppiezza radicale, e in particolare quella della Bonino, sia la causa vera, profonda, del voto che molti cattolici le regaleranno. Non lo credo: di solito si inganna solo chi è già bendisposto a farsi ingannare, o chi ha perso il contatto con la propria storia, con le ragioni della propria cultura, in questo caso della propria fede. E’ allora a una crisi di fede e di ragione che occorre ricondurre il fenomeno. Personalmente ho un’ipotesi: il voto cattolico alla Bonino mi sembra riconducibile allo spirito irenistico che da quarant’anni a questa parte è penetrato, come il fumo di Satana di cui parlava Paolo VI (Omelia del 29 giugno 1972), nella Chiesa. Quel fumo che avvolge la realtà, la verità, rendendola indistinta e confusa, e che fa sì che verità e carità, intimamente unite nel Cristo, siano state disgiunte dai suoi

seguaci, non solo nei fatti, come è inevitabile, ma addirittura nella teoria.

 

A partire soprattutto dagli anni sessanta, dal Concilio e dal post Concilio, infatti, si è diffusa in una certa parte del mondo cattolico l’idea che verità e carità siano in antagonismo, in alternativa: aut… aut, e non più et… et. Sono gli anni in cui si comincia a parlare quasi esclusivamente della cosiddetta “pastorale”: come annunciare Cristo, come renderlo gradito al mondo, come evitare gli errori del passato, come fare la pace con la cultura contemporanea, come farsi accettare da tutti… Come, come, come… Questo diventa il problema essenziale, se non l’unico. L’assillo, direi, che ottenebra molte intelligenze. La forma diviene più importante della sostanza e la sostanza viene mutata per assumere forma più accattivante.

 

Si chiama “aggiornamento”, ottimismo mondano e porta persino a cambiare la traduzione del canone della

Messa: l’evangelico “versato per voi e per molti”, che lascia intendere la possibilità che alcuni uomini non vogliano usufruire del sangue redentore di Cristo, viene sostituito con “per voi e per tutti”, frase molto più rassicurante, che suggerisce una salvezza universale e automatica per tutti. Così, piano piano, mentre si addolcisce il linguaggio e si smorzano le sferzate evangeliche, si dimentica che l’annuncio di Cristo non è solamente una questione di modi e di linguaggi appropriati; si omette di ammettere che talora è necessario opporsi al mondo, seguendo la via della croce, dello scandalo, del martirio, che Lui stesso, non altri, ha indicato. Inutile dire che spostare ogni accento sulla pastoralità, sulla carità, sulle modalità opportune, sul dialogo, sull’incontro, sull’apertura, ha condotto gradualmente a oscurare il dogma, i contenuti, la sostanza.

 

Si è voluto rendere insipido il sale; si è annacquata la medicina perché non fosse più amara; si è preferito essere medici pietosi, che lasciano proliferare la piaga ulcerosa, piuttosto che medici coscienti e realistici. Ma è veramente possibile scindere la carità dalla verità? Cosa è l’amore, senza una meta, vera, cui dirigerlo? E’ servito, al “mondo”, che nessuno più lo richiamasse, “opportune, importune”, come raccomanda san Paolo? Ha aumentato il tasso di felicità della nostra civiltà?

 

In nome dello spirito irenistico, cioè relativista, si è smarrita in molti la distinzione fondamentale tra peccatore e peccato, e nella confusione, si è ritenuto che abbracciare il peccatore significhi nel contempo, necessariamente, ignorare il peccato; che abbracciare la donna e l’uomo che hanno abortito comporti l’accettazione dell’aborto, e la sua derubricazione ad azione neutra e indifferente; che l’evangelico “non giudicare” significhi non prendere mai posizione per la verità. Anche, se non soprattutto, nei confronti di se stessi. Solo così si può giustificare lo svilupparsi, a poco a poco, di una catechesi in cui non si parla quasi più delle verità di fede, dei “novissimi” (morte, giudizio, inferno, paradiso), del senso del peccato, della confessione. In cui non si discute, neppure tra cattolici, per evitare scontri, dibattiti, frizioni, delle cose più serie e più concrete della vita di ogni giorno: la morale, il fidanzamento, il matrimonio, l’apertura ai figli. Al punto che il sottoscritto, che nella Chiesa è cresciuto, non ricorda di aver sentito quasi mai un sacerdote o un catechista parlare dell’indissolubilità del matrimonio, del divorzio, dell’aborto e delle altre sfide imposte dalla contemporaneità.

 

Mentre a scuola, o con gli amici, se ne parlava spesso, senza che una voce chiara e ferma, divinamente ispirata, fosse neppure accessibile ai più. Ovviamente, in questo abbraccio col mondo, mentre si è ritenuto di poter scindere la carità dalla necessaria intransigenza sui principi, si è finiti per mancare alla carità primaria del cristiano: quella di dire e di annunciare la verità ricevuta. Quella di non nascondere la luce rivelata, per quanto possa dare fastidio agli occhi di chi è abituato alle tenebre, sotto il moggio. In conseguenza di questo nuovo spirito, si è sviluppato un cattolicesimo delle “buone maniere”, della carità spicciola, divenuta filantropia.

 

Così, piano piano sono nate generazioni di cattolici che ritengono che il peccato più grande sia votare Pdl o Lega (sembra, anzi, talora, che sia l’unico peccato rimasto); che la fede sia qualcosa di personale, che non incide affatto nella vita di tutti i giorni; che l’essenziale sia nascondere la propria fede in Dio, perché non sia mai che il dichiararla, anche senza nessun trionfalismo o retorica, possa suonare come “imposizione”; che la chiesa abbia sempre sbagliato allorché ha lottato per affermare qualche principio contro il mondo; che i volontari del Movimento per la vita siano fanatici residui di un passato ormai al tramonto.

 

Questi cattolici di nuovo conio, ben descritti da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro nei loro pungenti manuali, sono dediti ai mea culpa giornalieri sul petto dei nostri padri; alla distribuzione di cibo e di vestiario, come unica proposta agli immigrati e ai poveri del Terzo mondo, quasi Cristo fosse venuto sulla terra esclusivamente per moltiplicare i pani e i pesci e non per darci “parole di vita eterna”.

 

Persa ogni concretezza e quotidianità, esultano per le marce pacifiste, colorate e poco impegnative, e schifano chi prega dinnanzi alle cliniche abortiste (ma spesso anche ci prega e basta); ammirano le inutilissime sfilate

radicali a favore dei bambini che muoiono di fame in Africa, ma non sanno inorridire per le migliaia di bambini che il ciclone Emmatar ha eliminato con le proprie mani e col sorriso sulla bocca.

 

Voteranno Bonino, magari senza grande convinzione, ma per dimostrare a se stessi di essere sufficientemente “laici”, per sentirsi moderni, aperti e dialoganti. Come quella Maria Pia Garavaglia, senatrice cattolica del Pd, che mi ha scritto per complimentarsi, calorosamente, per la mia nomina alla direzione di un Movimento pro life, e qualche giorno dopo, con lo stesso entusiasmo, ha condannato un eventuale “rifiuto” e “chiusura” degli elettori cattolici verso la Bonino. Poi la ha ampiamente lodata e imbrodata in un’intervista a Radio radicale, come “persona di qualità politiche e umane” e ha solennemente dichiarato: “Conosco e stimo la candidata e sono sicura che, nella sua campagna elettorale, saprà valorizzare temi e programmi che stanno a cuore agli elettori cattolici”. Quali temi e quali programmi non si sa.

28 gennaio 2010

La Bresso è eticamente insostenibile dai cattolici!

Piemonte. Cinque bugie sul duello Bresso-Cota

di Massimo Introvigne – Pubblicato tra le Note del profilo di Facebook – 21 gennaio 2010

 

È iniziata la campagna elettorale in Piemonte tra Mercedes Bresso (PD), candidata del centro-sinistra, e Roberto Cota (Lega Nord), candidato del centro-destra. Come mi è capitato di rilevare in un articolo su Libero dell’8 gennaio 2010, Mercedes Bresso offre il raro esempio di una vita tutta consacrata al laicismo. Da questo punto di vista, il rilievo del personaggio è nazionale.


A Mercedes Bresso si deve riconoscere almeno una qualità. Non fa mistero della sua avversione alla Chiesa e del suo anticlericalismo. Sbandiera le origini del suo impegno politico, che viene «da un’antica militanza radicale e dalla collaborazione con Emma Bonino» in nome del «diritto all’aborto»: «con Franca Rame facemmo una dichiarazione di aborto. Fummo incriminate per autocalunnia» (intervista a Gay TV, 5.6.2009). Con la Bonino oggi la Bresso chiede l’abolizione del Concordato con la Chiesa Cattolica: «I Patti Lateranensi?... Sì, sarebbe il momento di abolirli» (Corriere della Sera, 24.2.2009). E presenta francamente anche la sua vita privata: «Mi sono sposata due volte. Entrambe con rito civile» (ibid.). «Non ho figli perché non ne ho voluti. Sensi di colpa? Pas du tout» (Corriere della Sera, 16.4.2008).


Non si rende dunque un buon servizio, oltre che alla verità, neppure alla stessa Bresso quando per difendere l’indifendibile – il sostegno di cattolici alla sua candidatura – si divulgano bugie sperando nella memoria corta di elettori più o meno male informati. Almeno cinque bugie meritano una chiara risposta.


Prima bugia: «Non è vero che la Bresso sostiene il matrimonio omosessuale». Falso: la Bresso afferma che «per il momento credo si debba introdurre un provvedimento simile al Pacs che garantisca diritti veri. In prospettiva, compatibilmente con il necessario cambiamento culturale, credo che si debba pensare ad un riconoscimento vero e proprio come il matrimonio» (Gay TV, 5.6.2009).


Seconda bugia: «Non è vero che la Bresso si sia particolarmente impegnata, in occasione del caso Eluana Englaro, per sostenere che alla vita della ragazza si doveva porre fine sospendendo l’alimentazione e l’idratazione». Falso: la Bresso si è vantata di avere tra le prime in Italia offerto a Beppino Englaro le strutture pubbliche della Regione Piemonte (La Stampa, 20.1.2009), spiegando che per lei «la vita di Eluana è artificiale. Si sostiene che alimentazione e idratazione non sono trattamenti medici e questo è un falso» (L’Unità, 23.1.2009).


Terza bugia: «Sostenere la Bresso alle Elezioni Regionali è una scelta che non tocca la vita e la famiglia perché su queste materie la Regione non ha competenza». Falso: le scelte in materia di aborto e di fine vita in concreto coinvolgono gli ospedali, su cui la Regione ha un’ampia competenza. E infatti la stessa Bresso ci spiega che la Regione Piemonte da lei guidata assicurerà un’ampia diffusione della pillola abortiva RU486 senza badare a spese (dei contribuenti): «un eventuale aggravio di costi per la Regione è del tutto indifferente» (dichiarazione del 6.8.2009, sul suo sito). Quanto alle unioni omosessuali, ancora la Bresso ci assicura che «per quanto riguarda la Regione ci muoveremo per garantire pari opportunità a tutti i cittadini e per combattere ogni discriminazione» (30.9.2005). Altro che materie «non di competenza regionale»!


Quarta bugia: «Molti cattolici, senza che i vescovi protestassero, hanno sostenuto nel 2008 il candidato alla presidenza del Friuli Venezia Giulia del PDL, Renzo Tondo, il quale – come avrebbe poi praticamente dimostrato sul caso Eluana – in materia di fine vita aveva posizioni molto diverse da quelle della dottrina cattolica. Se hanno sostenuto Tondo, possono sostenere anche la Bresso». Falso: il fatto di avere sbagliato una volta non è un buon motivo per sbagliare di nuovo la seconda. Ad hominem, a politici che vengono dalla Democrazia Cristiana – con tutto il rispetto per le tante persone degnissime che ne hanno fatto parte –, si sarebbe tentati di ricordare una vecchia battuta di Giovanni Guareschi: «sbagliare è umano, perseverare è democristiano». Inoltre è ingeneroso paragonare Tondo, le cui posizioni in materia di fine vita sono certo inaccettabili, alla Bresso, la quale fa del laicismo un tratto dominante di tutta la sua esperienza politica e si schiera contro le posizioni care ai cattolici non solo sul fine vita ma su tutti i temi «non negoziabili»: aborto, RU486, matrimonio omosessuale.


Quinta bugia: «La Bresso sarà pure l’equivalente della Bonino ma anche il suo avversario Cota, esponente della Lega Nord, sull’immigrazione ha posizioni diverse da quelle dei vescovi. Sì, la Bresso ha le stesse posizioni della Bonino ma in Lazio l’alternativa alla Bonino è l’accettabile Polverini, in Piemonte è l’inaccettabile Cota, e per fermare la deriva xenofoba della Lega i poveri cattolici piemontesi sono dunque costretti a votare Bresso». Falso. E falso, in questo caso, tre volte. Falso in linea di principio, anzitutto perché chi fosse convinto che entrambi i candidati in caso di vittoria opereranno contro il bene comune non dovrebbe sostenere nessuno dei due.


Ma soprattutto perché per i cattolici i temi che determinano le scelte politiche non sono affatto tutti uguali. Come scriveva la Congregazione per la Dottrina della Fede in una nota trasmessa ai vescovi americani durante la campagna elettorale statunitense del 2004 ci sono temi su cui «ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici» – gli esempi indicati riguardano il campo della sicurezza e la guerra in Iraq, temi certo non meno gravi dell’immigrazione – «non però in alcun modo riguardo all’aborto e all’eutanasia» e ai principi non negoziabili di ordine morale. Ammettendo anche che Cota sia in dissenso dalla posizione dei vescovi italiani – o di qualcuno di loro – sulle materie dell’immigrazione, si tratterebbe comunque di temi «negoziabili», appunto su cui «ci può essere una legittima diversità di opinione anche tra i cattolici», mentre la Bresso è in totale e radicale opposizione alle dottrina della Chiesa su principi «non negoziabili» – aborto, fine vita, unioni omosessuali – da cui un cattolico non può dissentire «in alcun modo».


Ma – in terzo luogo – l’argomento è falso anche in linea di fatto. La posizione del governo Berlusconi – che certamente Cota sostiene e condivide – in tema d’immigrazione è oggetto di critiche da parte di alcuni vescovi. Come tutti i problemi complessi e tecnici se ne può e se ne deve discutere seriamente e pacatamente. La tesi del governo secondo cui l’Italia non può accogliere un numero illimitato d’immigrati e tale numero deve essere limitato trova sostegno nel Catechismo della Chiesa Cattolica, certo più autorevole delle interviste di questo o quel monsignore, il quale afferma al n. 2241 che la nazioni ricche sono tenute ad accogliere gli immigrati «nella misura del possibile» e che «le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche». Quanto alla tesi del governo secondo cui il miglior modo di aiutare i cittadini dei Paesi poveri è aiutarli a vivere dignitosamente a casa loro, assomiglia molto a questa affermazione sul problema dell’immigrazione: «La soluzione fondamentale è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno abbia più bisogno di emigrare». L’affermazione non è né di Berlusconi né di Cota. È di Papa Benedetto XVI, 15 aprile 2008.

Nessun vuole la Bonino

No, con Emma non ci sto

Nessuno a Roma, tra clero e associazioni cattoliche, sembra volerla presidente del Lazio. Qualche simpatizzante in rete. Per il capo aclista è “un grande errore del Pd”. Vicariato e sant’Egidio riservati

di Marco Burini – IL FOGLIO – 28 gennaio 2010 – prima pagina

 

Tutti allineati e coperti, i cattolici impegnati di Roma. Nessuno che la voglia, o che dica di volerla, Emma Bonino presidente della regione Lazio. Parroci, catechisti, operatori pastorali per usare un neologismo orrendo. Sono molti e rappresentano una diocesi molto grande: più di due milioni e 800 mila abitanti, di cui due milioni 473 mila battezzati distribuiti in 336 parrocchie, migliaia di preti e decine di migliaia di religiosi e religiose. Eppure l’umore percepito nei sondaggi più freschi (per quello che valgono) è meno ostile, c’è un testa a testa con la Polverini e statisticamente una bella fetta di elettori potenziali della Bonino siede nei banchi delle 711 chiese dell’Urbe, senza contare le diocesi suburbicarie (Albano, Frascati, Palestrina…). Solo che non escono allo scoperto. Lo fanno invece gli altri.

 

Candidarla è un peccato contro natura”, taglia corto don Filippo Di Giacomo, vaticanista di lungo corso, nonché ciociaro doc, che conosce bene sacri palazzi e base cattolica. “Quel giorno me ne andrò in gita. Ma come si fa a votare un’abortista come la Bonino? Sarà perché a suo tempo ho votato per la lista di Ferrara ma mi pare un assurdità, l’ennesimo segnale di confusione del Pd”. Niente male per uno come lei che scrive sull’Unità: “Ma se avrà presentato almeno cinquanta mozioni contro il Vaticano… è un’anticlericale livorosa”. “La Bonino non mi è mai piaciuta, non condivido le sue campagne”, dice Elena Liberatori, catechista nella parrocchia di Gesù Divin Maestro, zona Gemelli.

 

Evidentemente quelli del centrosinistra non avevano un nome, avevano chiesto a Zingaretti ma quello avrà pensato: una poltrona ce l’ho già. Certo che il Pd sta messo male, a prescindere dagli ultimi scandali”. Drastico anche don Nunzio Currao, parrocco di San Filippo Neri alla Pineta Sacchetti, zona nord. “Come si fa a votare una persona che porta alta la bandiera del laicismo e di tutti i controvalori? […]”. Per di più di una regione che ospita la Santa Sede. “Non c’entra. Parlo di valori come la famiglia e la salute che non sono solo religiosi, ma umani”. La questione antropologica, come direbbe il vicario emerito di Roma, Camillo Ruini. “Qui non si sa più chi è l’uomo. Cose succede se alla regione ci mettiamo una che dice tutto il contrario?”. Don Nunzio spiega che in parrocchia “si fanno itinerari di fede poi ognuno decide in coscienza, ovviamente dopo aver studiato programmi e candidati”. Insomma non c’è più il fedele che va dal parroco a chiedergli chi votare. “Ce n’è più di uno, invece, e io dico: prendi i tuoi valori e confrontali con quelli dei candidati”.

 

Più cauto don Marco Fibbi, parroco di San Romano martire (quartiere Tiburtino), fino a pochi mesi fa portavoce del vicariato. “Noi ci muoviamo a livello prepolitico, anche perché il laicato non si aspetta più da noi preti nomi di persone o partiti”. Tantomeno i più giovani che ostentano indifferenza alla politica. “La mia comunità è piena di universitari, la Sapienza è qui vicino. Non sono interessati ed è un peccato perché quella è la stagione ideale. Ma la politica ci riserva uno spettacolo poco edificante, da entrambe le parti”. Don Marco conferma che “i fedeli sono sensibili ai temi etici, solo che trovano poco riscontro nella prassi politica, così si è scavato un solco con l’associazionismo cattolico”. Forse si concentrano le energie nel sociale a scapito delle battaglie culturali. “Lo escludo. Quando c’era da mobilitarsi lo si è fatto: vedi il referendum sulla legge 40 o la vicenda di Eluana”.

 

L’associazionismo cattolico a Roma è presente in massa, un serbatoio di voti. Ma le bocche sono cucite. Quelli di Sant’Egidio non hanno voglia di parlare del caso Bonino, forse anche perché prima di scegliere la leader radicale era circolato il nome di Mario Marazziti, portavoce della comunità. Non si esprimono neanche quelli del centro Caritas della stazione Termini. Pulitissimo, efficientissimo, sembra il Pronto soccorso di una città del nord: pareti bianche e azzurre, personale in camice, poster di benvenuto in ideogrammi cinesi. Se provi a domandargli della Bonino, ti mettono in mano un biglietto da visita. “Parli con il nostro addetto stampa”. Il quale a sua volta rimbalza il cronista al vicariato “perché la Caritas non è un’associazione ma un organismo diocesano”. “Non c’è una posizione ufficiale sul tema” dice laconico il capo ufficio stampa, Angelo Zema, che dirige anche il settimanale diocesano RomaSette. In effetti il cardinale vicario, Agostino Vallini, privilegia una linea pastorale e per le questioni etiche, dice Zema, “rimanda al recente incontro del Papa con gli amministratori della regione Lazio, ai quali ha chiesto una politica di difesa della vita e di educazione delle giovani generazioni”.

 

Se la base non parla, si tastano i vertici. Il presidente delle Acli, Andrea Olivero, giudica “fortemente negativa” la candidatura Bonino. “E’ una personalità autorevole, ma da un Partito democratico che cerca un rapporto stretto con i cattolici non mi aspettavo che candidasse una paladina del laicismo. E poi la Bonino è una liberale estrema che ha poco a che fare con la società civile e il sindacato come li intendiamo noi, fu tra i promotori di un referendum contro i patronati. Ma il vero problema è il segnale che si dà al paese. Se nel Lazio sono i radicali a dare il candidato, e per di più senza un accordo politico nazionale, non si può pensare che gli elettori ti voteranno comunque pur di non scegliere l’avversario; il male minore non è una logica sempre vincente”. Eppure ci sono cattolici che non la mettono giù tanto dura, la Bonino non li scandalizza. “A parte il fatto che oggi è difficile identificare l’elettore cattolico – ribatte Olivero – in molti di noi l’inquietudine è viva. Noi delle Acli sulle grandi questioni etiche siamo sempre stati sulla breccia. Perciò l’alleanza con i radicali è sbagliata, così il mondo cattolico non ha alcuna garanzia”.

 

Meno inquieta Chiara Geloni, vicedirettore di Europa, quotidiano che ha pubblicato mail di credenti che definiscono i radicali “il partito più cristiano al momento presente in Italia” (evidentemente i simpatizzanti si annidano nella rete). Anche lei viene dal mondo cattolico. “Sono di Massa Carrara e non conosco bene Roma, ma credo sia una realtà più complessa di altre diocesi. La politica radicale ha elementi di attrazione per i cattolici – pena di morte, fame nel mondo – anche se c’è forte competizione con Sant’Egidio. Ma la Bonino si illude se pensa che basti. Dipende tutto da lei, se vuole fare una bella battaglia radicale oppure vincere davvero”. Finora i radicali hanno ragionato così: no al Vaticano talebano e sì allo scisma sommerso, i veri credenti li rappresentiamo noi. Uno schema non particolarmente raffinato. “Ma non era mai successo che ingaggiassero una battaglia maggioritaria come questa. Devono cambiare registro, ma spero che Bonino ce la faccia”, conclude Geloni. Almeno una esce allo scoperto.

27 gennaio 2010

La scelta anti-vita del Pd. Ed il connubio con l'Udc.

La guerra alla vita del Pd

Il Piemonte di Bresso, il Lazio di Bonino. E i casiniani dal lato sbagliato.

© IL FOGLIO – 27 gennaio 2010 – Editoriale a pagina 3

 

La ricandidatura di Mercedes Bresso, che si è caratterizzata durante il primo mandato per l’appoggio a tutte le iniziative abortiste e quella di Emma Bonino nel Lazio danno una connotazione precisa alla proposta avanzata dal centrosinistra per l’imminente tornata elettorale regionale.

 

Sostenere che i temi di natura etica, quelli della vita e della famiglia, non hanno a che vedere con l’attività delle regioni è una sciocchezza. Le regioni hanno competenza sulla sanità e sull’assistenza, il che conferisce loro una responsabilità primaria proprio su questi temi. Ha torto Francesco Rutelli quando dice, imbarazzato dalla scelta tra la Bonino e Renata Polverini, che le regioni debbono occuparsi d’altro e che i candidati non si valutano sulle posizioni che hanno su una legge – quella sull’aborto – che in realtà nessuno contesta.

 

Ancora peggio si comporta Casini, che per condurre una campagna contro la Lega finisce col sostenere la candidatura Bresso, tradendo le battaglie che i suoi stessi consiglieri regionali hanno sostenuto per un quinquennio contro le aperture della governatrice a tutte le sperimentazioni abortive possibili e immaginabili.

 

Un confronto elettorale non è una guerra di religione, ma una concezione rispettosa o meno della vita e della famiglia è un discrimine laicissimo per le concrete politiche socio-assistenziali e sanitarie. Meglio saperlo e occuparsene prima che lamentare dopo la scristianizzazione o la disumanizzazione della società.

25 gennaio 2010

Bagnasco: I cattolici impegnati in politica siano coerenti con la fede!

Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Permanente della CEI

25 gennaio 2010

 

«10. […] incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni. Italiani e credenti che avvertono la responsabilità davanti a Dio come decisiva per l'agire politico.

 

So che per riuscire in una simile impresa ci vuole la Grazia abbondante di Dio, ma anche chi accetti di lasciarsi da essa investire e lavorare. Ci vuole una comunità cristiana in cui i fedeli laici imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita, esercitandosi ai beni fondamentali della libertà, della verità, della coscienza. Cresce l'urgenza di  uomini e donne capaci, con l'aiuto dello Spirito, di incarnare questi ideali e di tradurli nella storia non cercando la via meno costosa della convenienza di parte comunque argomentata, ma la via più vera, che dispiega meglio il progetto di Dio sull'umanità, e perciò capaci di suscitare nel tempo l'ammirazione degli altri, anche di chi è mosso da logiche diverse. Se questo è un sogno, cari Confratelli, so che ad esso ci si può avvicinare anzitutto attraverso le circostanze ordinarie dell'esistenza, le tappe apparentemente anche più consuete, ma che racchiudono in se stesse la cadenza del progetto che avanza.

 

Ecco, vorremmo che i valori che costituiscono il fondamento della civiltà − la vita umana comunque si presenti e ovunque palpiti, la famiglia formata da un uomo e una donna e fondata sul matrimonio, la responsabilità educativa, la solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli, il lavoro come possibilità di realizzazione personale, la comunità come destino buono che accomuna gli uomini e li avvicina alla meta…− formassero anche il presupposto razionale di ogni ulteriore impresa, e perciò fossero da costoro ritenuti irrinunciabili sia nella fase della programmazione sia in quella della verifica. Non a caso la vicenda sociale è oggi, a giudizio della Chiesa, radicalmente antropologica (cfr Caritas in Veritate, n. 15).

Negli USA in 51% della popolazione è contraria all'aborto!

A Washington i «pro-life».  Sempre più i no all’aborto
In trecentomila alla marcia per la difesa della vita

di Elena Molinari - © Avvenire  - 23 gennaio 2010 – pag. 15

 

Sul palco che incornicia una veduta limpida del Campidoglio americano, una ventina di donne stava da ore in piedi in semicerchio attorno a un podio. Avevano età diverse, diverso colore della pelle. Ma con la stessa determinazione reggevano un cartello che a grandi caratteri proclamava: «Mi sono pentita del mio aborto».


La trentasettesima marcia per la vita a Washington era giunta da poco ai piedi del palcoscenico, dopo essere partita in anticipo sull’orario. I gruppi di giovani raccolti lungo Constitution avenue erano già folti alle 10 di mattina e avevano avuto fretta di mettersi in movimento verso The Hill, “la collina” sulla quale svetta il Congresso americano, e dove è in bilico una legge di riforma sanitaria che potrebbe introdurre forme di finanziamento pubblico per l’aborto. «Eppure il 75 per cento degli americani si oppongono ad usare i soldi dei cittadini per pagare un’interruzione di gravidanza», spiegava Stephen Phelan dell’associazione Human Life International, citando una ricerca dell’Università di Quinnipiac.

 
Il numero che rimbalzava di bocca in bocca ieri nel “Mall”, la grande spianata al centro della capitale americana, era un altro: cinquantuno. Per la prima volta dal giorno della sentenza Roe contro Wade, con la quale la Corte suprema americana ha legalizzato l’aborto nel 1973, negli Stati Uniti il 51% della popolazione è contraria all’aborto.


«È un segnale chiaro che i nostri sforzi non sono stati vani, che vinceremo la causa della vita, che il dibattito si è riaperto», ha esclamato il deputato repubblicano dell’Arkansas Todd Akin. «Questa è la mia decima marcia per la vita, e finalmente posso dire di essere orgoglioso di vivere in un Paese dove la maggioranza rifiuta l’uccisione di vite innocenti». A suscitare il continuo entusiasmo dei partecipanti (300mila secondo gli organizzatori) era anche un monitor con una cifra che continuava a salire rapidamente, 71mila, poi 72mila, fino a 75mila. Era il numero dei partecipanti della marcia virtuale che per la prima volta era stata organizzata su Internet per coloro che non sono potuti andare a Washington . Una novità di quest’anno, che permetteva di creare un proprio alter ego animato e di vederlo muoversi lungo le vie della capitale verso la Corte suprema. È lì infatti, la tappa finale della marcia, che i manifestanti sperano che venga il cambiamento sotto forma di una sentenza che ribalti Roe contro Wade. «È quasi impossibile sopravvalutare quanto si sia trasformato lo scenario politico nei confronti del rispetto della vita negli ultimi mesi», diceva Karen Cross, direttore politico del Comitato National Right to Life. Ma il movimento per la vita non è convenuto a Washington solo per dire no all’aborto. Nell’agenda c’è anche la difesa della vita al suo termine, come ha ricordato Bobby Schindler, fratello di Terry Schiavo, la donna rimasta in stato vegetativo per oltre 10 anni prima che la rimozione del tubo che l’alimentava ne provocasse la morte nel marzo 2005. Un’altra novità della marcia per la vita 2010 è stata la veglia davanti alla Casa Bianca dove tremila persone, tutte quelle che avevano ricevuto l’autorizzazione della polizia, si sono riunite pacificamente in serata per pregare e cantare. «Preghiamo e digiuniamo per te, presidente Obama – recitavano i cartelli che sostenevano – perché tu capisca che l’aborto è violenza verso i più indifesi ». Se infatti George W. Bush ha sempre chiamato i leader del movimento per la vita per esprimere la solidarietà, il gruppo non si aspettava una telefonata da Obama.

24 gennaio 2010

Benedetto XVI sulla tutela della dignità umana

«Penso soprattutto alla necessità di un chiaro discernimento sulle questioni che toccano la tutela della dignità umana e il rispetto dell'inalienabile diritto alla vita, dal momento del concepimento alla morte naturale, e la protezione del diritto di obiezione di coscienza da parte dei sanitari e, di fatto, di tutti i cittadini. La Chiesa insiste sul vincolo indissolubile fra un'etica di vita e ogni altro aspetto dell'etica sociale perché è convinta che, secondo le parole profetiche del compianto Papa Giovanni Paolo II, non ha solide basi “una società che, mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace, si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” (Evangelium vitae, n. 93; cfr. Caritas in veritate, n. 15).

 

Benedetto XVI, Discorso a Sua Eccellenza il Signor Miguel Humberto Díaz, nuovo Ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede, 2 ottobre 2009

19 gennaio 2010

La menzogna non ha più veli: il racconto dell'agonia di Eluana Englaro

Nelle carte il gelo di un’agonia procurata e nude verità

Eluana non era «devastata» ma è stata straziata

di Lucia Bellispiga

 

© Avvenire – 14 gennaio 2010 – pagina 2

 

«In data 9 feb­braio il cadavere del­la signorina E­luana Englaro veniva trasferi­to all’obitorio della ‘Quiete’ su barella in ac­ciaio. Trattasi di cadavere fem­minile, della lunghezza di circa 171 centimetri, del peso di 53.5 chili, cute liscia ed elastica, ca­pelli neri… Entrambi i lobi pre­sentano un foro per orecchini. Indossa una camicia da notte in cotone rosa». Il resto ve lo rispar­miamo. Dura 133 pagine la ‘Re­lazione di consulenza tecnica medico-legale’, letta la quale il gip di Udine l’altro giorno ha de­finitivamente stabilito che il tut­to è avvenuto ‘regolarmente’.


Un testo che si regge a fatica e che toglie il sonno, e non tanto nelle pagine dell’autopsia, quan­do ormai Eluana è morta, ma in quelle tragiche, disumane dell’agonia, quando era viva e nelle stanze udinesi della ‘Quiete’ la si faceva morire.

Ora lo sappiamo: nei giorni e nelle notti in cui alla giovane donna venivano sottratti l’acqua e il nutrimento (il sostegno vita­le, lo chiama il documento), l’é­quipe del dottor De Monte sede­va accanto a lei e la osservava, prendeva appunti, diligentemente compilava di ora in ora la ‘Scheda di rilevazione degli ele­menti indicativi di sofferenza’.


Una crocetta alla voce ‘respiro affaticato e affannoso’ ne indica frequenza e durata, un’altra rile­va ‘l’emissione di suoni sponta­nei’, un’altra ancora i singoli la­menti sfuggiti a Eluana ‘durante il nursing’, ovvero mentre le ma­ni di medici e infermieri nulla ‘potevano’ per salvarle la vita e dissetarla (il Protocollo parlava chiaro, e loro erano lì per appli­carlo, volontari), ma sul suo cor­po continuavano a operare quel­le piccole attenzioni richieste dallo stesso Protocollo: ‘Si pro­cederà all’igiene giornaliera di routine al fine di garantire il de­coro…’. Il decoro.


Sono pagine meticolose, capilla­ri. Gelide. Il 3 febbraio, primo giorno di ricovero alla ‘Quiete’ di Udine (nel cuore della notte la giovane era stata prelevata da un’ambulanza e strappata alla clinica di Lecco dove viveva da quindici anni), la voce di Eluana si è sentita sette volte, e l’équipe solerte le ha annotate tutte. I suoni si moltiplicano il 4, e poi il 5, finché il 6 (all’alba di quel giorno si è smesso definitiva­mente di nutrire e dissetare la giovane) la mano di un’infermie­ra scrive per la prima volta: ‘Sembrano sospiri’. E forse lo sono, se il giorno 7 cessano an­che quelli. Eluana morirà im­provvisamente già il 9 febbraio alle 19 e 35, senza più la forza di gemere: ‘nessun suono’, ma ore e ore di ‘respiro affaticato e af­fannoso’. Nei palmi delle mani, strette, i segni delle sue stesse unghie.


Ancora più esplicite le pagine del diario clinico di quei sette giorni udinesi, racconto di un’a­gonia che inizia sull’ambulanza, quando il dottor De Monte an­nota la terribile tosse che scosse Eluana, e prosegue con asettico cinismo: Eluana si lamenta, E­luana non ha quasi più saliva, non suda nemmeno più, le mu­cose si asciugano, ‘iniziata umi­dificazione’, ‘idratata la bocca’, ‘frizionata su tutto il corpo con salviette rinfrescanti’. Il decoro.


L’igiene. C’è anche lo spasmo con cui la prima notte arrivò a e­spellere il sondino: allora lo scri­vemmo e ci diedero dei bugiar­di… ‘Non eseguito cambio pan­nolone perché non urina più’: è il giorno della morte. Tutto rego­lare, dicono i magistrati, tutto perfettamente annotato. A parte quella mezzoretta tra il decesso e la registrazione dell’elettrocar­diogramma, un ‘ritardo dovuto alla difficoltà di reperimento del­lo strumento’, scrive il capo dell’équipe… A parte, ancora, quelle tre ore che l’8 febbraio, il giorno prima della morte, in pie­na agonia, una giornalista di Rai 3 Friuli e un fotografo trascorro­no nella stanza di Eluana ripren­dendone gli affanni.


Ci avevano detto che Eluana non avrebbe sofferto, e veniamo a sa­pere che morì tra gli spasmi, con 42 di febbre. Che da molti anni pesava 65 chili. Che risultava «obiettivamente in buone condi­zioni generali e di nutrizione, con respiro spontaneo e valido, vigile durante buona parte della giornata». Che da due anni ave­va di nuovo «il mestruo». Che l’alimentazione col sondino «non aveva mai dato complican­ze » e i «parametri vitali si erano sempre mantenuti stabili, la pa­ziente non ha presentato mai patologie ad eccezione di spora­diche bronchiti-influenzali, prontamente risolte con antipi­retici ». Ce l’avevano descritta co­me un corpo ‘inguardabile’, u­na vista ‘devastante, piagata dal decubito, magra come uscita da un campo di concentramento’.


È pure calva, aggiunse Roberto Saviano… ‘Ha capelli neri, cute liscia ed elastica, corpo normale, nessun decubito’, recita ora l’autopsia. Ma lo attesta il perito: «Le disposizioni sono state mi­nuziosamente seguite».

13 gennaio 2010

Benedetto XVI al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AGLI ECCELLENTISSIMI MEMBRI  DEL CORPO DIPLOMATICO ACCREDITATO PRESSO LA SANTA SEDE PER LA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI PER IL NUOVO ANNO

Lunedì 11 gennaio 2010, Sala Regia

Eccellenze,
Signore e Signori,

E' per me motivo di grande gioia questo incontro tradizionale d'inizio d'anno, due settimane dopo la celebrazione della nascita del Verbo incarnato. Come abbiamo proclamato nella liturgia: "Nel mistero adorabile del Natale, Egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, e generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta" (Prefazio II del Natale). A Natale, quindi, abbiamo contemplato il mistero di Dio e quello della creazione; mediante l'annuncio degli angeli ai pastori ci è giunta la buona novella della salvezza dell'uomo e del rinnovamento dell'intero universo. Per questa ragione, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest'anno, ho invitato tutti gli uomini di buona volontà, ai quali gli angeli hanno promesso giustamente la pace, a custodire il creato. Ed è in questo stesso spirito che sono lieto di salutare ciascuno di Voi, in particolare coloro che sono presenti per la prima volta a questa cerimonia. Vi ringrazio sentitamente per i voti augurali, di cui si è fatto interprete il vostro Decano, il Signor Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, e Vi rinnovo il mio vivo apprezzamento per la missione che svolgete presso la Santa Sede. Attraverso di Voi, desidero far giungere il mio cordiale saluto e augurio di pace e prosperità alle Autorità e a tutti gli abitanti dei Paesi che Voi degnamente rappresentate. Il mio pensiero si estende, anche, a tutte le altre Nazioni della terra: il Successore di Pietro mantiene le sue porte aperte a tutti e con tutti desidera avere relazioni che contribuiscano al progresso della famiglia umana. Da qualche settimana, sono state stabilite piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Federazione Russa: è questo un motivo di profonda soddisfazione. Allo stesso modo, è stata molto significativa la visita che mi ha reso recentemente il Presidente della Repubblica Socialista del Vietnam, Paese che è caro al mio cuore e nel quale la Chiesa sta celebrando la sua plurisecolare presenza con un Anno giubilare. Con tale spirito di apertura, nel corso del 2009, ho ricevuto numerose personalità politiche, provenienti da diversi Paesi; ho anche visitato alcuni di essi e mi propongo in futuro, nella misura del possibile, di continuare a farlo.

La Chiesa è aperta a tutti, perché – in Dio - esiste per gli altri! Pertanto essa partecipa intensamente alle sorti dell'umanità, che in questo anno appena iniziato, appare ancora segnata dalla drammatica crisi che ha colpito l'economia mondiale e ha provocato una grave e diffusa instabilità sociale. Con l'Enciclica Caritas in veritate ho invitato ad individuare le radici profonde di tale situazione: in ultima analisi, esse risiedono nella mentalità corrente egoistica e materialistica, dimentica dei limiti propri a ciascuna creatura. Oggi mi preme sottolineare che questa stessa mentalità minaccia anche il creato. Ciascuno di noi, probabilmente, potrebbe citare qualche esempio dei danni che essa arreca all'ambiente, in ogni parte del mondo. Ne cito uno, tra i tanti, dalla storia recente dell'Europa: vent'anni fa, quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo Continente, non si è potuto avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell'uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l'inquinamento del suolo, delle acque e dell'aria? La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un'esigenza estetica, ma anzitutto a un'esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio.

[…]

Occorre […] che tale attenzione e tale impegno per l'ambiente siano bene inquadrati nell'insieme delle grandi sfide che si pongono all'umanità. Se, infatti, si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell'ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? E' nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato. Perché, come insegna S. Tommaso d'Aquino, l'uomo rappresenta quanto c'è di più nobile nell'universo (cfr.Summa Theologiae, I, q.29, a.3). Inoltre, come ho ricordato al recente Vertice Mondiale della FAO sulla Sicurezza alimentare, "la terra può sufficientemente nutrire tutti i suoi abitanti" (Discorsodel 16 novembre 2009, 2), purché l'egoismo non porti alcuni ad accaparrarsi i beni destinati a tutti!

Vorrei sottolineare ancora che la salvaguardia della creazione implica una corretta gestione delle risorse naturali dei paesi, in primo luogo, di quelli economicamente svantaggiati. Il mio pensiero va al Continente africano, che ho avuto la gioia di visitare nel marzo scorso, recandomi in Camerun ed Angola, ed al quale sono stati dedicati i lavori della recente Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi. I Padri sinodali hanno segnalato con preoccupazione l'erosione e la desertificazione di larghe zone di terra coltivabile, a causa dello sfruttamento sconsiderato e dell'inquinamento dell'ambiente (cfr. Propositio n. 22). In Africa, come altrove, è necessario adottare scelte politiche ed economiche che assicurino "forme di produzione agricola e industriale rispettose dell'ordine della creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di tutti" (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, 10).

Come dimenticare, poi, che la lotta per l'accesso alle risorse naturali è una delle cause di vari conflitti, tra gli altri in Africa, così come la sorgente di un rischio permanente in altre situazioni? Anche per questa ragione ripeto con forza che, per coltivare la pace, bisogna custodire il creato! D'altra parte ci sono ancora vaste estensioni di terra, per esempio in Afghanistan ed in alcuni paesi dell'America Latina, dove purtroppo l'agricoltura è ancora legata alla produzione di droga e costituisce una fonte non trascurabile di occupazione e di sostentamento. Se si vuole la pace, occorre custodire il creato con la riconversione di tali attività. Chiedo perciò alla comunità internazionale, ancora una volta, che non si rassegni al traffico della droga ed ai gravi problemi morali e sociali che essa genera.

Sì, Signore e Signori, la custodia del creato è un importante fattore di pace e di giustizia! Fra le tante sfide che essa lancia, una delle più gravi è quella dell'aumento delle spese militari, nonché quella del mantenimento o dello sviluppo degli arsenali nucleari. Ciò assorbe ingenti risorse, che potrebbero, invece, essere destinate allo sviluppo dei Popoli, soprattutto di quelli più poveri. Confido, fermamente, che nella Conferenza di esame del Trattato di Non-Proliferazione nucleare, in programma per il maggio prossimo a New York, vengano prese decisioni efficaci in vista di un progressivo disarmo, che porti a liberare il pianeta dalle armi nucleari. Più in generale, deploro che la produzione e l'esportazione di armi contribuiscano a perpetuare conflitti e violenze, come quelli nel Darfur, in Somalia e nella Repubblica Democratica del Congo. All'incapacità delle parti direttamente coinvolte di sottrarsi alla spirale di violenza e di dolore generata da questi conflitti, si aggiunge l'apparente impotenza degli altri Paesi e delle Organizzazioni internazionali a riportare la pace, senza contare l'indifferenza quasi rassegnata dell'opinione pubblica mondiale. Non occorre poi sottolineare come tali conflitti danneggino e degradino l'ambiente. Come, infine, non menzionare il terrorismo che mette in pericolo un così gran numero di vite innocenti e provoca un diffuso senso di angoscia? In questa solenne circostanza, desidero rinnovare l'appello che ho lanciato il 1° gennaio durante la preghiera dell'Angelus a quanti fanno parte di gruppi armati di qualsiasi tipo affinché abbandonino la strada della violenza e aprano il loro cuore alla gioia della pace.

Le gravi violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della povertà e della fame, come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra. Di fronte a tale esodo, invito le Autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza. In particolare, vorrei menzionare i Cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin nell'esercizio della loro libertà religiosa, essi lasciano la terra dei loro padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli. E' per offrire loro un sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli nella fede, che ho convocato, per l'autunno prossimo, l'Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi sul Medio Oriente.

Signore e Signori Ambasciatori, quelle che ho tracciato finora sono soltanto alcune delle dimensioni connesse con la problematica ambientale. Tuttavia, le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti, sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana. E' chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell'importanza sociale del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina l'"ecologia umana" e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita. Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l'ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io penso all'Europa, che con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l'Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo "aperto, trasparente e regolare" (art. 17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire, l'Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana. Come ho rimarcato durante il mio viaggio apostolico del settembre scorso nella Repubblica Ceca, essa ha un ruolo insostituibile "per la formazione della coscienza di ogni generazione e per la promozione di un consenso etico di fondo, al servizio di ogni persona che chiama questo continente «casa»!" (Discorso alle autorità civili e al corpo diplomatico, 26 settembre 2009).

Proseguendo nella nostra riflessione, è necessario rilevare che la problematica dell'ambiente è complessa. Si potrebbe dire che è un prisma dalle molte sfaccettature. Le creature sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o, al contrario, messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l'esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi riferisco, per esempio, ad alcuni Paesi europei o del Continente americano. "Se togli la libertà, togli la dignità", come disse S. Colombano (Epist. n.4 ad Attela, in S. Columbani opera, Dublin 1957, p. 34.) Tuttavia,  la libertà non può essere assoluta, perché l'Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l'uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l'arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore.

La salvaguardia della creazione comporta anche altre sfide, alle quali non si può rispondere che attraverso la solidarietà internazionale. Penso alle catastrofi naturali, che durante l'anno scorso hanno seminato morti, sofferenze e distruzioni nelle Filippine, in Vietnam, nel Laos, in Cambogia e nell'isola di Taiwan. Come non ricordare poi l'Indonesia, e, più vicino a noi, la regione dell'Abruzzo, scosse da devastanti terremoti? Di fronte a simili eventi non deve venire meno l'aiuto generoso, perché la vita stessa delle creature di Dio è in gioco. Ma la salvaguardia della creazione, oltre che della solidarietà, ha bisogno anche della concordia e della stabilità degli Stati. Quando insorgono divergenze ed ostilità fra questi ultimi, per difendere la pace debbono perseguire con tenacia la via di un dialogo costruttivo. E' quanto avvenne venticinque anni or sono con il Trattato di Pace ed Amicizia fra Argentina e Cile, che fu raggiunto grazie alla mediazione della Sede Apostolica. Esso ha portato abbondanti frutti di collaborazione e prosperità, di cui ha beneficiato, in qualche modo, l'intera America Latina. In questa stessa parte del mondo, sono lieto del riavvicinamento intrapreso da Colombia ed Ecuador, dopo parecchi mesi di tensione. Più vicino a noi, mi compiaccio dell'intesa conclusa tra Croazia e Slovenia a proposito dell'arbitrato relativo alle loro frontiere marittime e terrestri. Mi rallegro, altresì, dell'accordo tra Armenia e Turchia, in vista della ripresa delle loro relazioni diplomatiche, ed auspico che attraverso il dialogo, i rapporti fra tutti i Paesi del Caucaso meridionale migliorino. Durante il mio pellegrinaggio in Terra Santa, ho richiamato in modo pressante Israeliani e Palestinesi a dialogare e a rispettare i diritti dell'altro. Ancora una volta levo la mia voce, affinché sia universalmente riconosciuto il diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. E che, ugualmente, sia riconosciuto il diritto del Popolo palestinese ad una patria sovrana e indipendente, a vivere con dignità e a potersi spostare liberamente. Mi preme, inoltre, sollecitare il sostegno di tutti perché siano protetti l'identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale. Solo così questa città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e anticipazione della pace che Dio desidera per l'intera famiglia umana! Per amore del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione, esorto i governanti e i cittadini dell'Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della violenza e l'intolleranza, per costruire insieme l'avvenire del loro Paese. Anche le comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma perché ciò sia possibile, bisogna che sia loro assicurato rispetto, sicurezza e libertà. Anche il Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in questi ultimi mesi e alcuni episodi hanno preso di mira direttamente la minoranza cristiana. Domando che si compia ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita del loro Paese. Trattando delle violenze contro i cristiani, non posso non menzionare, peraltro, i deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità copte egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando stavano celebrando il Natale. Per quanto riguarda l'Iran, auspico che attraverso il dialogo e la collaborazione, si raggiungano soluzioni condivise, sia a livello nazionale che sul piano internazionale. Al Libano, che ha superato una lunga crisi politica, auguro di proseguire sempre sulla via della concordia. Confido che l'Honduras, dopo un periodo di incertezza e trepidazione, si incammini verso una ritrovata normalità politica e sociale. E lo stesso mi auguro che si realizzi in Guinea ed in Madagascar, con l'aiuto effettivo e disinteressato della comunità internazionale.

Signore e Signori Ambasciatori, al termine di questo rapido giro d'orizzonte, che, a motivo della brevità non può soffermarsi su tutte le situazioni pur meritevoli di menzione, mi tornano alla mente le parole dell'Apostolo Paolo, secondo cui "la creazione geme e soffre" e "anche noi… gemiamo interiormente" (Rm 8,22-23). Sì, c'è tanta sofferenza nell'umanità e l'egoismo umano ferisce la creazione in molteplici modi. Per questo l'attesa di salvezza, che tocca tutta quanta la creazione, è ancor più intensa ed è presente nel cuore di tutti, credenti e non credenti. La Chiesa indica che la risposta a tale anelito è il Cristo, il "primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra" (Col 1,15-16). Fissando lo sguardo su di Lui, esorto ogni persona di buona volontà ad operare con fiducia e generosità per la dignità e la libertà dell'uomo. Che la luce e la forza di Gesù ci aiutino a rispettare l'"ecologia umana", consapevoli che anche l'ecologia ambientale ne trarrà beneficio, poiché il libro della natura è uno ed indivisibile. E' così che potremo consolidare la pace, oggi e per le generazioni che verranno. Buon Anno a tutti!