19 febbraio 2010

Le tante domande ancora insolute sulla vicenda di Eluana

Eluana, quante domande rimangono aperte

di Rosaria Elefante* – © Avvenire – Inserto. È  vita – n. 245 dell'11 febbraio 2010 – pag. 2

 

Testimonianze decisive e ignorate. Una decisione stilata da più Corti in base a conoscenze cliniche sorpassate. Un decreto di volontaria giurisdizione scambiato per sentenza. Un esposto pieno di dubbi critici archiviato perché i fatti cui si riferisce non sarebbero «penalmente rilevanti»... Tutte le ombre sulla vicenda

 

Se si pensa a quando l'intera Italia rabbrividì davanti alle immagini di due genitori, i coniugi Schiavo, che cercavano disperatamente di salvare la loro figlia nonostante sentenze passate in giudicato, non si può non rimanere quantomeno perplessi di fronte alla stessa Italia nella quale pochi anni dopo si è consentito che a una persona incapace, altamente disabile, sulla scorta di tre testimonianze e un decreto di volontaria giurisdizione – nemmeno una sentenza passata in giudicato, ma mero atto autorizzativo, modificabile, rivedibile e annullabile –, venisse sospesa l'alimentazione e l'idratazione, provocandone così la morte.

 

Un anno dopo i «perché» rimasti senza risposta sono ancora tanti e difficili da mettere a tacere. Lasciando da parte tutti quelli relativi al rapporto padre/madre-figlia, sui quali è giusto che non si pronunci se non chi ne ha la giusta competenza, quelli di ordine giuridico invece reclamano ancora una risposta che forse non arriverà mai. Innanzi tutto perché in uno stato di diritto come il nostro – dove la Carta costituzionale tutela in maniera inequivocabile gli incapaci, garantendo solidarietà e tutela della salute – in nome di una presunta libertà è potuto accadere

quanto è successo a Eluana?

 

Perché a livello processuale tante distrazioni (la mancata nomina di uno o più neurologi specialisti in stati vegetativi; o la carenza di attività istruttoria e delle testimonianze di amiche e professori di Eluana, che non avendo altre vie continuavano a rilasciare interviste), violazioni di dettati normativi (ad esempio l'omissione di soccorso per chi si è limitato ad assistere alla morte per disidratazione di Eluana, quando il decreto concedeva mera autorizzazione e non obbligo soltanto al padre), forzature in senso univoco?

 

Perché ignorare fatti testimonianze e strumenti di diritto, dando invece rilevanza giuridica a ciò che per sua natura non ne ha (si pensi al famoso protocollo stilato da un'associazione che non è neanche parte processuale)? Perché una lettera così importante come quella di Eluana a suor Rina Gatti, sua insegnante di italiano per 5 anni, non è stata presentata ai giudici, sebbene la stessa religiosa ne abbia autorizzato la pubblicazione sulla stampa?

 

Perché non mettere a tacere tanti dubbi – peraltro in ossequio a quanto prevede sia il Codice sia la sentenza della Cassazione nel 2007 – sottoponendo Eluana quand'era ancora viva (e non certo con esami ex post) a una risonanza magnetica funzionale o ad altro accertamento diagnostico di ultima generazione, come quelli che hanno consentito la scoperta di diagnosi sbagliate su persone considerate in stato vegetativo "permanente" ma che in realtà non lo erano?

 

Perché dichiarare lo stato di salute di Eluana come «cosa passata in giudicato», pertanto non più modificabile? È mai possibile un "giudicato" sulla situazione di salute di un soggetto "vivente", per quanto disabile sia? Lo stato di salute di chi si considera sano può variare nell'arco di una giornata, anche radicalmente. E allora, perché adottare un simile espediente giuridico? Esiste un giudicato in quel senso?

 

Perché la Corte d'Appello di Milano si è accontentata di un'unica «recente» relazione medica di parte, resa da Carlo Alberto De Fanti, medico di fiducia della famiglia, datata 2 febbraio 2002, e di una ormai sorpassata letteratura medica, quella della «MultiSociety Task Force on Pvs» datata addirittura 1994?

 

Possibile che a oggi non si sia ancora capito con assoluta certezza se Eluana fosse in grado di deglutire o no? Non può far fede la prova eseguita alla Quiete di Udine dopo la sospensione della nutrizione assistita e la somministrazione del luminale. Non è un mistero per gli specialisti l'esistenza della videofloroscopia, esame di routine che non si basa su un giudizio soggettivo e/o emozionale e che evidenzia l'abilità deglutitoria. Perché l'atteggiamento monolitico di fronte a un "caso" come questo, dove invece sarebbe stato sicuramente più fruttuoso un dialogo sincero, nella consapevolezza che non potessero esistere certezze assolute?

 

Perché a fronte di un esposto dove si elencavano tutti questi interrogativi il pubblico ministero ha risposto: «Non ravvisandosi nei fatti descritti condotte penalmente rilevanti, e rilevato che le questioni di fatto e di diritto poste all'attenzione di questo ufficio sono state già oggetto di pronunce giurisdizionali che hanno assunto il carattere dell'insindacabilità essendo stati esauriti tutti i mezzi di impugnazione previsti»? Cos'è allora «penalmente rilevante»?

 

È giusto, legittimo e giuridicamente corretto considerare il decreto di volontaria giurisdizione con cui si autorizzava la sospensione della nutrizione assistita a Eluana, come pronuncia insindacabile? E cosa significa? Il Codice di procedura civile e tutta la giurisprudenza fino a oggi non dichiarano che il decreto di volontaria giurisdizione – quello in forza del quale Eluana è morta – non può mai, per sua natura, assumere il carattere e la forza di una sentenza passata in giudicato? Forse non è più vero che il decreto di volontaria giurisdizione è emesso "rebus sic stantibus", e cioè in base allo stato di fatto esistente al momento dell'emissione, e può essere modificato quando qualcosa cambia, ad esempio la presenza di altre testimonianze, una diagnostica nuova o una visita medica più recente?

 

E ancora. Perché a seguito del deposito dell'autopsia sul corpo di Eluana non si perseguono quanti hanno dichiarato il falso? Eppure il referto non parla di piaghe, di calvizie, o di corpo devastato, come qualcuno continua invece a dire. Così, tra le tante esperienze negative di questo caso c'è anche un diritto negato in radice, senza un autentico accertamento della verità.

 

* presidente Anbi – Associazione nazionale biogiuristi

 

Notazione dell'Associazione Due minuti contro la vita:

Di fronte alla caparbietà ed alla pervicacia a senso univoco – soprattutto a livello giuridico e medico – per riuscire ad ottenere l'autorizzazione  ad interrompere l'idratazione e la nutrizione di Eluana Englaro, al fine di ottenerne la morte, non resta che riflettere sulle parole di Giovanni Paolo II, parole dure, schiette e drammaticamente profetiche (Evangelium Vitae, n. 12 e 17 ):

«Guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, è rifiutata in molte maniere. Chi, con la sua malattia, con il suo handicap o, molto più semplicemente, con la stessa sua presenza mette in discussione il benessere o le abitudini di vita di quanti sono più avvantaggiati, tende ad essere visto come un nemico da cui difendersi o da eliminare. Si scatena così una specie di "congiura contro la vita". Essa non coinvolge solo le singole persone nei loro rapporti individuali, familiari o di gruppo, ma va ben oltre, sino ad intaccare e stravolgere, a livello mondiale, i rapporti tra i popoli e gli Stati.

[…]

17. L'umanità di oggi ci offre uno spettacolo davvero allarmante, se pensiamo non solo ai diversi ambiti nei quali si sviluppano gli attentati alla vita, ma anche alla loro singolare proporzione numerica, nonché al molteplice e potente sostegno che viene loro dato dall'ampio consenso sociale, dal frequente riconoscimento legale, dal coinvolgimento di parte del personale sanitario.

 

Come ebbi a dire con forza a Denver, in occasione dell'VIII Giornata Mondiale della Gioventù, «con il tempo, le minacce contro la vita non vengono meno. Esse, al contrario, assumono dimensioni enormi. Non si tratta soltanto di minacce provenienti dall'esterno, di forze della natura o dei "Caino" che assassinano gli "Abele"; no, si tratta di minacce programmate in maniera scientifica e sistematica. Il ventesimo secolo verrà considerato un'epoca di attacchi massicci contro la vita, un'interminabile serie di guerre e un massacro permanente di vite umane innocenti. I falsi profeti e i falsi maestri hanno conosciuto il maggior successo possibile».

 

Al di là delle intenzioni, che possono essere varie e magari assumere forme suadenti persino in nome della solidarietà, siamo in realtà di fronte a una oggettiva «congiura contro la vita» che vede implicate anche Istituzioni internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e l'aborto. Non si può, infine, negare che i mass media sono spesso complici di questa congiura, accreditando nell'opinione pubblica quella cultura che presenta il ricorso alla contraccezione, alla sterilizzazione, all'aborto e alla stessa eutanasia come segno di progresso e conquista di libertà, mentre dipinge come nemiche della libertà e del progresso le posizioni incondizionatamente a favore della vita.»