URGENTE


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24 febbraio 2009

Cortometraggio dedicato ad Eluana Englaro

Profondo e drammatico cortometraggio spagnolo dedicato ad Eluana Englaro: per visualizzarlo andare al link www.tempi.it/tempi-video/005346-ho-fame 
 

Tengo Hambre
Nessuno gli dà da mangiare, perché «lo vieta la legge. Sei un vegetale, senza vita, perché prolungare questa sofferenza?». Kafkiano video spagnolo «dedicado a Eluana Englaro»
di Emanuele Boffi - Tempi.it - 9 febbraio 2009 -  http://www.tempi.it/prima-linea/005399-tengo-hambre
 
 
Inizia con il rumore di spari e un ragazzo sdraiato sul divano di casa. Sta giocando al computer, scalzo, volto stralunato. è l'incipit del video di Benja Lorenzo della Asombro Producciones, titolato "Tengo Hambre. Corto dedicado a Eluana Englaro", che circola da qualche tempo su internet (è visibile anche sul sito di Tempi, www.tempi.it/tempi-video/005346-ho-fame , è sottotitolato in italiano). Dura poco più di quindici minuti e racconta una storia, all'apparenza grottesca, forse un po' troppo cruda nella descrizione delle figure dei genitori, ma indubbiamente fresca, kafkiana, con un finale semplice, ma non banale.

Il ragazzo si alza dal divano, spegne la tv, esce in strada. Chiama un amico, si vanta di aver giocato per 17 ore di fila e dice che però ora sta «morendo di fame». Mentre cammina per strada si intravede sullo sfondo, appeso a un muro, un manifesto su cui appare il volto del protagonista e qualche scritta poco nitida e incomprensibile. Entrato in un bar, ordina «un menù 2 e una bottiglia d'acqua». La cassiera si prepara a servirlo, ma con la coda dell'occhio vede che il ragazzo è lo stesso del volantino che tiene sottobanco. «Mi dispiace, non posso darle quello che ha chiesto». «Allora mi dia il menù tre, ma senza formaggio». La cassiera è imbarazzata: «Non posso darle nemmeno questo». Interviene il proprietario del locale: «Mi dispiace ma non possiamo darle da mangiare». «Ma come, perché?», chiede. «Per legge», risponde l'uomo. «Allora per legge lei mi dia il documento per i reclami». Ma il proprietario insiste, lo invita energicamente ad andarsene, «me ne vado, me ne vado, ma a chiamare la polizia».

Tra di voi c'è quello...
Parco. Il nostro si siede su una panchina, accanto a un operaio che addenta il proprio pasto. «Senti, ti do tutti i soldi che ho per il panino. Ho 35 euro e un po' di monete». Mentre rovista nelle tasche per cercare il compenso, l'operaio vede affisso su un albero il manifesto. Si alza di scatto, corre da un poliziotto: «Non gli ho dato niente, è stato lui a chiedere». Il ragazzo si avvicina, si forma un capannello di persone, l'agente spiega che non gli si può dare da mangiare perché «si deve rispettare la legge». 
Il nostro prova a dissetarsi a una fontanella e poco dopo alla canna dell'acqua impugnata da un giardiniere («Non posso darti da bere, non voglio avere problemi, ok?»), ma inutilmente. Sconsolato, si siede su un'altra panchina, mani nei capelli. Vede degli uccelli beccare delle briciole. Li allontana, cerca di mangiarle, le sputa. Il giardiniere chiama la polizia, il ragazzo scappa. Arrivato davanti a un distributore automatico di snack, capisce che cosa gli sta succedendo. Lì a fianco trova appeso a un muro il manifesto con la sua fotografia. Legge: «è vietato somministrare qualsiasi tipo di alimento e bevanda al soggetto della foto. La trasgressione sarà punita con pene da 2 a 10 anni di carcere e una multa minima di 20 mila euro». Sconvolto e coi crampi allo stomaco, vaga per le vie della città, nascondendosi sotto il cappuccio della felpa. S'odono voci di telegiornali che ricordano alla popolazione che «è vietato dar da mangiare al ragazzo». 

Solo un senzatetto, che non lo riconosce, lo invita a fare la fila davanti a una casa, aspettando che i padroni portino fuori la spazzatura. Ma anche questa volta va male. Un uomo s'affaccia all'uscio: «Mi dispiace ragazzi, ma oggi non portiamo fuori la pattumiera». «Perché? Abbiamo aspettato tutto il giorno», protestano gli straccioni. «Tra di voi c'è quello...». Riconosciuto dai poveracci, è costretto di nuovo alla fuga. Rifugiatosi dietro un muro, chiama il padre. Pronto, chi è? «Sono tuo figlio, che stai cercando di far morire di fame». Risposta: «Facciamo del nostro meglio per te. è da talmente tanto tempo che abbiamo preso questa decisione per il tuo bene. Sei depresso. Senza far niente. Senza voglia di fare. Tutto il giorno attaccato a quella maledetta macchina. Come un vegetale. Senza vita. Perché prolungare la tua sofferenza?». «Posso cambiare...», protesta flebilmente. «Per l'amor di Dio, sono anni che ripeti sempre le stesse cose. Dici che andrai avanti, ma continui a dipendere da noi. Questa non è vita, non è essere vivi, è essere morti. Per questo vogliamo che tu muoia degnamente e smetta di soffrire. La decisione è presa. Accettala. Abbiamo sempre pensato al meglio per te. Addio».

Il biberon e la minestra
Il ragazzo non si arrende, si reca a casa dei genitori, ma questi lo lasciano fuori dalla porta. «Mamma, mi fa male la pancia dalla fame. Sto morendo di fame». Risposta della madre: «Vedrai che tutto sarà meglio dopo. Non ha senso prolungare la vita». Fugge di nuovo, mentre si sente la voce dal padre che, al telefono, contatta la polizia. Seduto su un marciapiede, il ragazzo bisbiglia sconsolato: «Forse hanno ragione. Non vale la pena continuare così. Non ce la faccio più». S'accascia. Catartici scrosci d'acqua. Inizia a piovere. Una figura gli si para davanti, volto nacosto dall'ombra di un ombrello. «Ho fame», implora il ragazzo.

Cambio di scena: interno di una casa. Il ragazzo, seduto davanti a un piatto, è titubante se affondare il cucchiaio nella minestra. Estrae dalla tasca il volantino e lo porge a una donna, in piedi davanti a lui. Lei lo prende, lo legge, lo ripone sul tavolo. «Ma perché?», dice il ragazzo, prima di essere interrotto dal pianto di un bambino. La donna esce dalla stanza, rientra con un neonato in braccio, si siede. Mentre il bambino succhia dal biberon, il ragazzo inizia a mangiare la minestra. Compare la scritta: «Dedicado a Eluana Englaro. Porque existe una alternativa a la muerte. La vida».


Benedeto XVI: L'eugenetica non riguarda solo il passato!

Discorso di Benedetto XVI ai partecipanti del Congresso Scientifico Internazionale "Le nuove frontiere della genetica e il rischio dell'eugenetica" promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XV Assemblea Generale - 21 febbraio 2009

 
 
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Accademici,
Gentili Signori e Signore!
 
Mi è particolarmente gradito potervi ricevere in occasione della XV Assemblea ordinaria della Pontificia Accademia per la Vita. Nel 1994 il mio Venerato Predecessore Papa Giovanni Paolo II la istituiva sotto la presidenza di uno scienziato, il professor Jerôme Lejeune, interpretando con lungimiranza il delicato compito che avrebbe dovuto svolgere nel corso degli anni. Ringrazio il Presidente, Mons. Rino Fisichella, per le parole con le quali ha voluto introdurre questo incontro, confermando il grande impegno dell'Accademia a favore della promozione e difesa della vita umana.
 
Da quando, nella metà dell'Ottocento, l'abate agostiniano Gregorio Mendel, scopri le leggi dell'ereditarietà dei caratteri, tanto da essere considerato il fondatore della genetica, questa scienza ha compiuto realmente passi da gigante nella comprensione di quel linguaggio che sta alla base dell'informazione biologica e che determina lo sviluppo di un essere vivente. È per questo motivo che la genetica moderna occupa un posto di particolare rilievo all'interno delle discipline biologiche che hanno contribuito al prodigioso sviluppo delle conoscenze sull'architettura invisibile del corpo umano e i processi cellulari e molecolari che presiedono alle sue molteplici attività. La scienza è giunta oggi a svelare sia differenti meccanismi reconditi della fisiologia umana sia processi che sono legati alla comparsa di alcuni difetti ereditabili dai genitori come pure processi che rendono talune persone maggiormente esposte al rischio di contrarre una malattia. Queste conoscenze, frutto dell'ingegno e della fatica di innumerevoli studiosi, consentono di giungere più facilmente non solo a una più efficace e precoce diagnosi delle malattie genetiche, ma anche a produrre terapie destinate ad alleviare le sofferenze dei malati e, in alcuni casi, perfino a restituire loro la speranza di riacquistare la salute. Da quando, inoltre, è disponibile la sequenza dell'intero genoma umano anche le differenze tra un soggetto ed un altro e tra le diverse popolazioni umane sono diventate oggetto di indagini genetiche che lasciano intravedere la possibilità di nuove conquiste.

L'ambito della ricerca rimane anche oggi molto aperto e ogni giorno vengono dischiusi nuovi orizzonti ancora in larga parte inesplorati. La fatica del ricercatore in questi ambiti così enigmatici e preziosi richiede un particolare sostegno; per questo la collaborazione tra le differenti scienze è un supporto che non può mai mancare per approdare a risultati che siano efficaci e nello stesso tempo produttori di autentico progresso per l'umanità intera. Questa complementarità permette di evitare il rischio di un diffuso riduzionismo genetico, incline a identificare la persona esclusivamente con il riferimento all'informazione genetica e alle sue interazioni con l'ambiente. È necessario ribadire che l'uomo sarà sempre più grande di tutto ciò che forma il suo corpo; egli, infatti, porta con sé la forza del pensiero, che è sempre tesa alla verità su di sé e sul mondo. Ritornano, cariche di significato, le parole di un grande pensatore che fu anche valente scienziato, Blaise Pascal: "L'uomo non è che un giunco, il più debole nella natura, ma è un giunco pensante. Non occorre che l'universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d'acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand'anche l'universo intero lo schiacciasse, l'uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, perché egli sa di morire e conosce la superiorità che l'universo ha su di lui; l'universo invece non ne sa nulla" (Pensieri, 347).

Ogni essere umano, dunque, è molto di più di una singolare combinazione di informazioni genetiche che gli vengono trasmesse dai genitori. La generazione di uomo non potrà mai essere ridotta a una mera riproduzione di un nuovo individuo della specie umana, così come avviene con un qualunque animale. Ogni apparire nel mondo di una persona è sempre una nuova creazione. Lo ricorda con profonda sapienza la parola del Salmo: "Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre... Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto" (139,13.15). Se si vuole entrare nel mistero della vita umana, quindi, è necessario che nessuna scienza si isoli, pretendendo di possedere l'ultima parola. Si deve condividere, invece, la comune vocazione per giungere alla verità pur nella differenza delle metodologie e dei contenuti propri a ogni scienza.

Il vostro convegno, comunque, non analizza solamente le grandi sfide che la genetica è tenuta ad affrontare; ma si estende pure ai rischi dell'eugenetica, pratica non certamente nuova e che ha visto nel passato porre in essere forme inaudite di autentica discriminazione e violenza. La disapprovazione per l'eugenetica utilizzata con la violenza da un regime di stato, oppure frutto dell'odio verso una stirpe o una popolazione, è talmente radicata nelle coscienze che ha trovato espressione formale nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Nonostante questo, appaiono ancora ai giorni nostri manifestazioni preoccupanti di questa pratica odiosa, che si presenta con tratti diversi. Certo, non vengono riproposte ideologie eugenetiche e razziali che in passato hanno umiliato l'uomo e provocato sofferenze immani, ma si insinua una nuova mentalità che tende a giustificare una diversa considerazione della vita e della dignità personale fondata sul proprio desiderio e sul diritto individuale. Si tende, quindi, a privilegiare le capacità operative, l'efficienza, la perfezione e la bellezza fisica a detrimento di altre dimensioni dell'esistenza non ritenute degne. Viene così indebolito il rispetto che è dovuto a ogni essere umano, anche in presenza di un difetto nel suo sviluppo o di una malattia genetica che potrà manifestarsi nel corso della sua vita, e sono penalizzati fin dal concepimento quei figli la cui vita è giudicata come non degna di essere vissuta.

È necessario ribadire che ogni discriminazione esercitata da qualsiasi potere nei confronti di persone, popoli o etnie sulla base di differenze riconducibili a reali o presunti fattori genetici è un attentato contro l'intera umanità. Ciò che si deve ribadire con forza è l'uguale dignità di ogni essere umano per il fatto stesso di essere venuto alla vita. Lo sviluppo biologico, psichico, culturale o lo stato di salute non possono mai diventare un elemento discriminante. È necessario, al contrario, consolidare la cultura dell'accoglienza e dell'amore che testimoniano concretamente la solidarietà verso chi soffre, abbattendo le barriere che spesso la società erige discriminando chi è disabile e affetto da patologie, o peggio giungendo alla selezione ed al rifiuto della vita in nome di un ideale astratto di salute e di perfezione fisica. Se l'uomo viene ridotto ad oggetto di manipolazione sperimentale fin dai primi stadi del suo sviluppo, ciò significa che le biotecnologie mediche si arrendono all'arbitrio del più forte. La fiducia nella scienza non può far dimenticare il primato dell'etica quando in gioco vi è la vita umana.

Confido che le vostre ricerche in questo settore, cari amici, possano continuare con il dovuto impegno scientifico e l'attenzione che l'istanza etica richiede su problematiche così importanti e determinanti per il coerente sviluppo dell'esistenza personale. È questo l'auspicio con cui desidero concludere questo incontro. Nell'invocare sul vostro lavoro copiosi lumi celesti, imparto a voi tutti con affetto una speciale Benedizione Apostolica.

I burattinai e gli artefici della vicenda di Eluana Englaro

Ma i massoni hanno perso
Dino Boffo, direttore di Avvenire, ci racconta la sua lunga campagna culturale in difesa della carità e della Englaro dalla guerra laicista per una nuova Porta Pia. E si dice ottimista
di Nicoletta Tiliacos - (C) Il Foglio - 20 febbraio 2009 - pagina I
Dino Boffo, il direttore di Avvenire, non ha mai avuto la percezione di muoversi controcorrente, nelle settimane nelle quali combatteva per salvare la vita di Eluana Englaro: "Non mi ci sono sentito certamente rispetto al senso comune, all'umore popolare,  mentre naturalmente è ben diverso il discorso rispetto all'intellighenzia laica e alla pubblicistica corrente". Boffo racconta al Foglio il senso di molti mesi di battaglia, la cui parte finale è stata semplicemente la più concitata e dolorosa, ma che aveva alle spalle un lavoro costante, condiviso in modo convinto da tutta la redazione del quotidiano dei vescovi: "Fin dall'estate scorsa, quando ormai si andava profilando il tipo di iniziativa che si sarebbe svolta nei mesi successivi in nome di Eluana, avevamo individuato una compatta strategia di un gruppo di professionisti, di competenze diverse, che affiancavano Beppino Englaro. Una strategia dove i radicali, a differenza del caso di Piergiorgio Welby, erano i principali portabandiera ma non gli attori e gli ispiratori principali. Ricordo di aver detto ripetutamente, in riunione di redazione, che se quella strategia fosse andata avanti, ci saremmo trovati – come è poi accaduto – a vivere in diretta un'agonia di giorni e giorni, con l'Italia stretta in una morsa angosciosa".
Non era difficile, prosegue Boffo, "immaginare questo tipo di situazione. Già allora, e parlo della scorsa estate, mi sembrava di capire che avremmo dovuto remare controvento, controcorrente, rispetto a tutta una pubblicistica schierata altrimenti, a parte pochissime eccezioni. La sensazione che ho sempre avuto ben chiara – salvo i momenti importantissimi in cui ho sentito il Foglio vogare dalla stessa parte, e al di là delle ultime settimane, nelle quali si è schierato il Giornale, con alcuni servizi e interventi fondamentali – è quella di essere stati beatamente soli".
Una solitudine che Boffo ha sentito "fin nelle ossa, è inutile negarlo. Ma devo anche dire, con il cuore in mano, che in questa vicenda ho davvero sentito la chiesa come il popolo della vita. L'ho sentito, direi, molto più che nella battaglia sulla legge 40 e ancor più che in occasione della polemica sui Dico e della preparazione del Family day". Boffo dice che c'è stato "uno spontaneo acconsentire, attorno alle ragioni del perché Eluana dovesse vivere, che mi ha molto confortato e ha dato forza e determinazione al nostro lavoro". La situazione era segnata fin dall'inizio "da sondaggi terrificanti. Ne ricordo uno di Renato Mannheimer, che dava al settanta per cento la posizione contraria alla nostra. Ricordo anche di aver detto alle persone con le quali discuto di solito di queste cose, che potevamo farcela soltanto se fossimo riusciti a portare gli italiani a comprendere qual era la vera posta in gioco".
Da quel momento le forze del giornale si sono concentrate su questo, perché "non avevo e non ho dubbi, su quale sia il sentire della gente comune, di quella gente che 'fa popolo' in Italia, e che è ancora oggi schierata dalle parti della vita e molto, ma molto perplessa tutte le volte che ingegneri e sperimentatori vari vanno a mettere le loro manacce in quel tesoro insondabile" che qualcuno ha chiamato "eccezione italiana". Un'eccezione, prosegue Boffo, "che aveva bisogno, per emergere anche in questo caso, di qualcuno che scoprisse i giochi. E' questo il nostro merito, se merito c'è stato. Ma dall'altra parte le cose sono state condotte con una tale superbia, e immaginando di avere in pugno l'Italia, che a un certo punto in tanti hanno dovuto prendere atto della loro cantonata". Il direttore di Avvenire ricorda "le parole di Marco Pannella, pronunciate nel corso della consueta conversazione radiofonica domenicale su Radio radicale, il giorno prima della morte di Eluana. Quelle parole non si possono dimenticare, perché di fatto Pannella ammetteva di aver perso. Diceva che l'Italia non era con loro, con chi chiedeva di far morire Eluana. Diceva, insomma, che era stato fatto affidamento su un'Italia che nella realtà non c'è".
Ricordiamo, per i lettori del Foglio, che Pannella, in quell'intervento, aveva sostenuto che, per come si stavano mettendo le cose, non conveniva più andare fino in fondo al protocollo di morte per Eluana, perché la battaglia fondamentale poteva risultarne gravemente pregiudicata: per Beppino Englaro – sempre secondo Pannella – sarebbe quindi stato meglio fermarsi, altrimenti in pochi giorni si rischiava di far approvare una legge che avrebbe impedito di sospendere alimentazione e idratazione nelle dichiarazioni anticipate di trattamento. E' successo, dice Dino Boffo, "che tirava un'aria diversa, che i nuovi sondaggi raccontavano di un paese spaccato a metà. E, immaginando i numeri reali che dovevano esserci dietro a quei sondaggi, un uomo come Marco Pannella, politico navigatissimo ma notoriamente non abituato a contenere schiettezza e irruenza, si è sfogato e ha dovuto ammettere, con Emma Bonino che gli è andata dietro il giorno dopo: l'Italia non è con noi. Chi aveva pensato a un paese che digerisse senza fiatare la morte di Eluana si era sbagliato".
Il ruolo del giornale dei vescovi, assunto senza timidezze, è stato allora quello di "ribattere colpo su colpo alle menzogne, agli alibi, alle manipolazioni" che dovevano far passare quella morte come "naturale": "Siamo stati l'altra campana, ed è stato faticoso, perché – sottolinea Boffo con calore – avevamo di fronte un'opera intelligentissima di dissimulazione, di cui il professor Defanti, il neurologo di Eluana, si è dimostrato maestro insuperabile. Pensiamo alla sua intervista uscita il giorno in cui Eluana sarebbe morta (è quella, pubblicata sul Corriere della Sera, nella quale Defanti parlava della buona salute di Eluana e spiegava che la donna non aveva mai avuto bisogno nemmeno di un antibiotico in diciassette anni, ndr)".
Era dunque necessario raccontare l'entourage di Beppino Englaro, "scoprire i personaggi, spiegare che non erano semplici professionisti di alto livello arruolati dal padre. No, erano semmai loro gli arruolatori del padre, che si erano prima sincerati della capacità di resistenza di quell'uomo addolorato e determinato (e che rispettiamo, perché non sappiamo che cosa può avvenire quando ci si trova nella sua situazione). Una volta avuta la certezza della 'tenuta' di Beppino Englaro, quei personaggi si sono messi a suo servizio conducendo in realtà la loro battaglia". Una battaglia, prosegue Boffo, "nella quale hanno trovato a Udine dei meravigliosi alleati.
Una cupola di indole massonica, che ha messo in campo una solidarietà formidabile, cementata in modo trasversale, capace di superare qualsiasi appartenenza politica, di categoria, di professione". Tra i personaggi che hanno fatto corona al padre di Eluana, Boffo trova che "in fondo il più sincero sia stato il bioeticista Maurizio Mori. Lo ha detto chiaramente: la vicenda Englaro doveva essere, per l'Italia, un'altra Porta Pia. E allora è stato scelto un caso, che aveva le caratteristiche giuste, anche familiari. Quel caso è stato costruito con scienza, allo scopo di dimostrare che non è vero che la vita è indisponibile, che non è vero che la vita è sacra". Questa era, ed è, la posta in gioco, oltre alla vita per sempre perduta di Eluana Englaro. Una volta capito questo, non c'è stata scelta, per il compassato direttore di Avvenire, un veneto schivo che tutti descrivono come ostinatamente restio a comparire in prima fila ("Non vado in televisione e nemmeno alla radio. Preferisco sparire, far parlare il giornale", dice al Foglio Boffo. Che pure dirige, oltre all'Avvenire, la rete televisiva e la radio della Cei, Sat2000 e Blusat2000).
L'unica scelta possibile, di fronte alla dichiarazione di guerra all'idea dell'indisponibilità della vita, fatta sul corpo e sulla vita concreta di una persona, "è stata quella di infrangere lucidamente una caratteristica strutturale di Avvenire, che è un giornale di equilibrio e di misura, dedicando pagine su pagine alla vicenda di Eluana. L'ho dovuto fare, quando ho capito che il progetto era anche quello di buttare dalla rupe Tarpea, insieme con la vita di Eluana, anche la testimonianza delle suore Misericordine. E' bastato sentir dire all'anestesista di Udine, che aveva appena preso in consegna Eluana, quello che tutti ricordiamo sulle condizioni della donna durante il viaggio". Cera "la volontà di addossare alle suore la responsabilità di una situazione che non era certamente quella di Eluana finché era rimasta affidata alle loro cure. Abbiamo dovuto raccontare la verità, le cose che nessuno avrebbe mai potuto smentire". Boffo accetta la sfida di chi ha minacciato querele e denunce: "Lo facciano, e vedremo se Avvenire ha detto cose false. Abbiamo verificato qualsiasi notizia fino allo spasimo. Non ho mai voluto fare del sensazionalismo. Io e la mia redazione abbiamo voluto mettere in pagina tutto ciò che serviva a salvare la vita di Eluana e la testimonianza esemplare delle sue suore".
Attaccare quella testimonianza era indispensabile, da parte dei volenterosi teorizzatori della morte necessaria di Eluana, "perché il nichilismo non sopporta la bontà. E quelle suore sono un monumento alla bontà, alla dedizione più leale, pura, generosa, senza nessun tornaconto. Quando ho capito che si stava buttando nella spazzatura anche questo, perché la versione menzognera da far valere era quella delle condizioni di Eluana già disastrose al momento in cui era uscita dalla clinica di Lecco, il mio giornale non ha potuto far altro che assumersi il compito di raccontare la verità". Compito difficile, quando ogni due per tre "ci trovavamo di fronte a giornalisti che in tv sciattamente ripetevano la sciocchezza delle 'macchine da staccare'. E' stata già titanica l'impresa di far capire che macchine da staccare non ce ne erano mai state".
Farsi capire, raccontare la posta in gioco, spiegare contro ogni semplificazione che equivaleva a un avallo, più o meno innocente, più o meno inconsapevole, di una sentenza di morte. Ma è vero o no, come ha scritto sull'Osservatore romano la storica Lucetta Scaraffia a novembre, che stavolta la voce cattolica non è mancata ma non è stata capace di farsi ascoltare, di trovare le giuste parole per spiegare e spiegarsi? Tanto che, ha scritto Scaraffia, "questa volta sembra che la voce del pensiero cattolico sia stata poco ascoltata, come se le ragioni che portava a favore della vita di Eluana non fossero abbastanza convincenti"?
Dino Boffo non è d'accordo con questa interpretazione: "Credo invece che quel popolo che nessuno interroga veramente abbia capito perfettamente quello che stava succedendo, e alla fine lo ha dimostrato. La chiesa e i cattolici hanno parlato senza equivoci, è semmai questo che viene loro rimproverato come indebita ingerenza. Parliamoci chiaramente: se una religione, una religione di popolo come la nostra, non si interessa della vita e della morte, di che cosa altro mai si dovrebbe interessare? Non stiamo parlando del sistema elettorale delle elezioni provinciali. Stiamo parlando della vita e della morte. Se la religione maggioritaria di un popolo non dice una parola quando sono in gioco la vita e la morte, non ha più titolo morale per esserci". Avvenire non si è tirato indietro, dice Boffo, "e comunque il popolo ha capito. Anche la chiesa, a mio giudizio, è stata compatta e convergente attorno alla necessità di testimoniare in Eluana l'amore alla vita". E' vero, "ci sono state due voci discordanti di vescovi: due su quattrocento. Una percentuale assolutamente sopportabile, molto inferiore rispetto ad altri momenti di svolta. Ma le corrispondenze che arrivavano in redazione ci raccontavano di una miriade di iniziative dei vescovi, piccoli e grandi segni che da tutte le diocesi manifestavano una partecipazione fortissima alla vicenda di Eluana".
Ogni giorno bisogna scegliere la strada da percorrere con il proprio giornale, aggiunge Boffo, e "ogni giorno lo si fa, ad Avvenire, sapendo di avere addosso gli occhi dell'opinione pubblica, e di dover gestire un patrimonio di credibilità senza paragoni, come è quello della chiesa, che farebbe tremare le gambe a chiunque. Devo dire però che sono stati di immensa forza e di enorme significato gli interventi di Papa Benedetto XVI. Nei quali mai è stata direttamente nominata Eluana, ma che (legandosi provvidenzialmente alla giornata della sofferenza del malato, da sempre celebrata l'11 febbraio) hanno fatto capire la vicinanza del Pontefice al popolo della vita. Leggendo e rileggendo quelle parole, non ho avuto dubbi sulla direzione da seguire".
Non è stato possibile impedire che si arrivasse alla morte di Eluana Englaro. Dino Boffo e il suo giornale si sentono sconfitti? "No, non mi sento sconfitto. Non lo dico perché ritenga umiliante ammettere una sconfitta. Ho sofferto davvero per quello che accadeva a Eluana. La sentivo mia sorella, pur non avendola mai vista, e sono tuttora molto addolorato per la sua fine. Ma c'è un lascito che, sono convinto, rimarrà presente in tutti noi. Quella vicenda ha fatto capire agli italiani – in qualche caso anche ai più ubriachi di indifferenza e di futilità – qual era la vera posta in gioco, come dicevo all'inizio. [...]
Credo che oggi ci voglia un gran coraggio a sostenere che acqua e cibo sono terapie, e che possiamo toglierli a chi non è in grado di provvedere a se stesso". In questo senso, conclude il direttore di Avvenire, "la rivoluzione antropologica da qualcuno brillantemente studiata a tavolino non è riuscita. Non sono stati sovvertiti i codici della civiltà, nonostante la formidabile strategia messa in atto e nonostante le minacce che sono arrivate anche a noi. Le abbiamo registrate, le abbiamo attentamente ascoltate. Poi abbiamo detto, tutti insieme, con la mia magnifica redazione, fatta di persone appassionate della vita, che scattano senza nemmeno bisogno di chiederglielo: benissimo, abbiamo detto, si va avanti".

19 febbraio 2009

Pro-memoria sul caso Englaro - Inserto E' Vita di Avvenire - 19 febbraio 2009

Avvenire È Vita 19febbraio2009

I cattolici hanno il dovere di difendere la vita

 
Al termine dell'Udienza Generale, il Santo Padre ha incontrato brevemente la Sig.ra Nancy Pelosi, Speaker of the House della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, e il seguito.
 
Sua Santità ha colto l'occasione per illustrare che la legge morale naturale e il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale impongono a tutti i cattolici, e specialmente ai legislatori, ai giuristi e ai responsabili del bene comune della società, di cooperare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per promuovere un ordinamento giuridico giusto, inteso a proteggere la vita umana in ogni suo momento.
 

17 febbraio 2009

Mons. Fisichella: la deriva eugenetica e' un rischio reale!

Conferenza Stampa di presentazione del Congresso "Le nuove frontiere della genetica e il rischio dell'egenetica" (20-21 febbraio 2009) promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XV Assemblea Generale.
 
 
Ogni anno l'attività della Pontificia Accademia per la vita si confronta su un tema di particolare importanza scientifico. La scelta del Congresso Internazionale che si svolgerà i prossimi 20-21 febbraio è caduta sul tema: Le nuove frontiere della genetica e il rischio dell'eugenetica. Saranno relatori del Convegno scienziati provenienti da diverse Università e tratteranno il tema sotto differenti prospettive: da quella prettamente biomedica a quella legale, dalla riflessione filosofica e teologica a quella sociologica. A nessuno, infatti, sfuggirà che una simile tematica rappresenta sempre più spesso un riferimento costante della medicina; soprattutto dopo la scoperta del genoma e la conseguente conoscenza di gran parte delle caratteristiche peculiari del patrimonio genetico di ognuno di noi. Grazie al grande lavoro svolto nell'ultimo decennio soprattutto sotto la direzione di F. Collins circa lo Human Genome Data Base è possibile la mappatura di migliaia di geni che permettono la conoscenza di diverse tipologie di malattie e viene offerta spesso la concreta possibilità di superare la patologia ereditaria. Le conquiste genetiche appartengono al costante e spesso frenetico progresso tecnologico che sembra non avere più confini. Ci sono, evidentemente delle finalità proprie alla ricerca genetica: la prima e basilare si compie nella diagnostica ed è aumentata enormemente la gamma delle sue nuove applicazioni; a livello prematrimoniale e preconcezionale ha una sua applicazione per verificare il rischio di essere portatori sani di patologie. La stessa applicazione, comunque, viene compiuta oggi anche a livello prenatale e porta con sé - come si può immaginare - problematiche di ordine etico differenti. La genetica, inoltre, possiede finalità terapeutiche che possono trovare riscontro su cellule somatiche o sull'embrione precoce. Non si può dimenticare, infine, la finalità produttiva che trova soprattutto nell'ambito farmacologico ampio riscontro.
 
Non è tutto oro, comunque, ciò che appare. Ogni conquista scientifica porta sempre con sé inevitabilmente quello sguardo del Giano bifronte che mostra la bellezza e insieme la tragicità. Il rischio di una deriva della genetica non è solo un richiamo teorico che viene fatto; appartiene, purtroppo, a una mentalità che tende lentamente ma inesorabilmente a diffondersi. Il termine di "eugenetica" sembra relegato al passato e il solo richiamo terminologico fa inorridire. Come spesso succede, tuttavia, un sottile formalismo linguistico unito a una buona pubblicità sostenuta da grandi interessi economici fa perdere di vista i veri pericoli sottesi e tende a creare una mentalità non più in grado di riconoscere l'oggettivo male presente e formulare un giudizio etico corrispondente. Avviene così che mentre sembra non esserci più posto nelle nostre società democratiche, rispettose per principio della persona, l'eugenetica messa al bando nell'uso terminologico ricompaia nella pratica in tutta buona coscienza.
 
Scopo del Congresso sarà quello di verificare se all'interno della sperimentazione genetica sono presenti aspetti che tendono e attuano di fatto un'azione eugenetica. Essa mostra il volto consolatorio di chi vorrebbe migliorare fisicamente la specie umana. Si esprime in diversi progetti di ordine scientifico, biologico, medico, sociale e politico; tutti più o meno collegati tra di loro. Tali progetti comportano un giudizio etico soprattutto quando si vuole sostenere che si attua una simile azione eugenetica in nome di una "normalità" di vita da offrire agli individui. Normalità che rimane tutta da definire e che spinge in maniera incontrovertibile e stabilire chi mai possa arrogarsi l'autorità per stabilire le regole e le finalità del vivere "normale" di una persona. In ogni caso, questa mentalità certamente riduttiva, ma presente, tende a considerare che ci siano persone che hanno meno valore di altre, sia a causa della loro condizione di vita quali la povertà o la mancanza di educazione, sia a causa della loro condizione fisica ad esempio i disabili, i malati psichici, le persone in cosiddetto "stato vegetativo", le persone anziane con gravi patologie.
 
Come si può osservare, i temi di questo Congresso sono di una grande attualità. Comportano il necessario confronto tra le diverse istanze e solo nella complementarità delle posizioni sarà possibile cercare di comporre una sintesi che sia capace di mostrare un percorso comune e condiviso da percorrere. Non sempre le istanze della scienza medica trovano l'accordo del filosofo o del teologo. Se da una parte, la tentazione di considerare il corpo come materia è spesso facile da riscontrare in alcuni, dall'altra, la preoccupazione perché mai si dimentichi l'unità fondamentale di ogni persona, che non è mai riducile alla sola sfera materiale perché possiede in sé quell'autoconsapevolezza che la porta a esprimere un senso per la propria esistenza, è una istanza che non può essere emarginata né sottaciuta. Ci si avvia verso un futuro carico di incertezze da questa prospettiva. Certo può crescere e deve progredire la ricerca per poter dare sollievo a ogni persona, ma nello stesso tempo si è chiamati a far crescere e progredire la coscienza etica senza della quale ogni conquista rimarrebbe sempre e solo parziale, mai destinata pienamente ad ogni persona nel suo desiderio di una vita pienamente umana e proprio per questo aperta e sempre tesa verso una trascendenza che la sorpassa e avvolge.

16 febbraio 2009

Resistere!, come incudine sotto il martello!

Dalla predica del 20 luglio 1941 del Beato Cardinal Clemens August, Conte Von Galen (Vescovo di Münster 1933 – 1946)
 
 
[...] Diventar duri! Resistere! Noi in questo momento non siamo martello, ma incudine. Altri, per la maggior parte estranei e rinnegati ci martellano, cercano con la forza di sviare il nostro popolo, noi stessi, la nostra gioventù dal retto comportamento verso Dio. Chiedete al fabbro e lui vi dirà: Ciò che viene battuto sull'incudine non ottiene la sua forma soltanto dal martello, ma anche dall'incudine. L'incudine non può e non ha neppure bisogno di ribattere, basta che sia resistente, dura. Quando è sufficientemente ferma, solida, dura, allora solitamente resiste più a lungo del martello. Per quanto duramente colpisca il martello, l'incudine sta lì in calma solidità e servirà, ancora per molto tempo, a dar forma a ciò che deve essere di nuovo forgiato.
 
[...] Dio li assisterà perché non perdano la forma e il comportamento di fermezza cristiana, quando il martello della persecuzione li colpirà duramente, ferendoli ingiustamente. Chi nei nostri giorni viene battuto sono i nostri religiosi, padri, fratelli e sorelle.
 
[...] Chi in questo tempo viene battuta tra martello ed incudine è la nostra gioventù, quella in crescita, non ancora matura, che è ancora malleabile, tenera. Noi non la possiamo sottrarre ai colpi del martello del paganesimo, dell'ostilità al cristianesimo, ai falsi insegnamenti e costumi. Cosa viene loro insegnato [...]? Che cosa vengono ad apprendere nelle scuole [...]? Che cosa leggono nei nuovi libri di scuola? Fatevi mostrare, genitori cristiani, i libri, specialmente quelli di storia delle scuole superiori! Sarete atterriti con quale noncuranza della verità storica in essi si cerca di inculcare nei bambini inesperti la diffidenza verso il Cristianesimo e la Chiesa, si cerca di riempirli di odio contro la fede cristiana. Nelle scuole statali prescelte, nelle scuole del Partito, nei nuovi istituti di formazione per i futuri insegnanti di ambo i sessi è esclusa qualsiasi influenza cristiana, anzi, qualsiasi attività religiosa viene esclusa per principio. [...] Genitori cristiani, voi dovete occuparvi di tutto ciò, altrimenti trascurate i vostri sacri doveri, altrimenti non potrete reggere dinanzi alla vostra coscienza ed a Colui che vi ha affidato i bambini, affinché li guidiate verso il cielo.
 
Noi siamo l'incudine, non il martello. Voi non potete sottrarre i vostri figli ai colpi martellanti dell'ostilità alla fede e alla Chiesa. Ma anche l'incudine partecipa alla forma. Fate che la vostra casa paterna, il vostro amore e la vostra fedeltà di genitori, la vostra esemplare vita cristiana siano l'incudine forte, resistente, solida ed incrollabile, che accoglie la veemenza dei colpi nemici, che rinvigorisce e consolida sempre di più le forze ancora deboli della gioventù nella santa volontà di non farsi sviare dal cammino verso Dio. Chi in questo tempo è battuto, siamo, quasi senza eccezioni, tutti noi.
 
[...] Attualmente noi siamo l'incudine per tutti i colpi che si abbattono su di noi, nel più fedele servizio in favore del popolo e della Patria, ma anche sempre pronti ad agire, con il più grande coraggio di autosacrificio, secondo le parole: «Bisogna obbedire più a Dio che agli uomini». Dio parla a ciascuno di noi per mezzo della coscienza formata dalla fede. Obbedite sempre, immancabilmente, alla voce della coscienza. Prendete, ad esempio, come modello quel Ministro di giustizia prussiano del vecchio tempo - l'ho citato già una volta tempo fa -, al quale un giorno il suo re, Federico il Grande, ordinò di cambiare e modificare, secondo il desiderio del monarca, una sentenza legittima del tribunale. Allora quel vero gentiluomo, un certo signor von Münchhausen, dette al suo Re questa magnifica risposta: «La mia testa è a disposizione di vostra Maestà, ma non la mia coscienza. Sono pronto a dare la mia vita per il mio Re, anzi gli obbedisco perfino accettando la morte dalla mano del boia. La mia vita è del Re, non la mia coscienza». È stata estirpata la progenie di tali gentiluomini, che la pensano così e così agiscono, sono morti gli impiegati prussiani di tale genere? Non vi sono più borghesi e contadini, artigiani ed operai di simili sentimenti? Di uguale coscienziosità ed uguale nobiltà d'animo? Ciò io non posso e non voglio credere.
 
E perciò, ancora una volta: tempratevi, resistete! Non cedete! Come l'incudine sotto i colpi del martello. Può darsi che l'obbedienza a Dio, la fedeltà alla coscienza costi a me o a voi la vita, la libertà o la patria. Ma piuttosto morire che peccare! Che la grazia di Dio, senza la quale noi non possiamo fare nulla, dia e mantenga a voi e a me quella fermezza incrollabile.
 
[...] qualunque cosa succeda, non abbandonate la fede rivelata da Dio, la fede cattolica ereditata dagli antenati. In mezzo alla distruzione di opere umane, in mezzo a tutte le calamità e preoccupazioni io vi esorto con le parole che il primo Papa dei tribolati cristiani scrisse: «Umiliatevi, dunque, sotto la potente mano di Dio, affinché a suo tempo vi esalti. Deponete in Lui tutte le vostre angustie, perché Egli si prenda cura di voi. Siate sobri ed in guardia! Il diavolo, vostro avversario, si aggira come leone ruggente... Resistetegli, fermi nella fede... Il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamato in Gesù Cristo all'eterna sua gloria, dopo che avrete sofferto per breve tempo, Egli stesso vi perfezionerà, vi renderà fermi, forti, incrollabili.
 
 

15 febbraio 2009

Caffarra: "Uccisa un'innocente col permesso di un tribunale"

«Uccisa un'innocente col permesso di un tribunale»

 «È stato messo in essere il primo tentativo di delegittimare la pietas e l'operosità della carità»

di Mons. Carlo Caffarra - (C) Avvenire – 15 febbraio 2009 - pagina 8

 

A proposito del tragico epilogo della vicenda di Eluana Englaro, il cardinale arcivescovo di Bologna si rivolge ai fedeli con questa riflessione che viene pubblicata oggi sul settimanale diocesano Avvenire – Bologna Sette


Cari fedeli, sento il dovere di inviarvi alcune riflessioni che possano guidarvi in questi giorni, dopo la tragica fine di Eluana Englaro. È come se sentissi voi tutti rivolgermi la domanda del profeta: «Sentinella, quanto resta della notte? (Is 21,11)». Oso pensare e sperare che queste mie riflessioni raggiungano anche uomini e donne non credenti, e pensosi del destino del nostro popolo.


1. La prima cosa da fare è di chiamare cose ed avvenimenti col loro nome: fare chiarezza è la prima necessità nel percorso della vita. È stata uccisa una persona umana innocente, e per giunta con l'autorizzazione di un tribunale umano. Risuonano tragicamente solenni le parole del servo di Dio Giovanni Paolo II: «Niente e nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere per se stesso o per un altro affidato alle sue responsabilità questo gesto omicida, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo, né permetterlo» [Lett. Enc. Evangelium Vitae  57, 5].

 

Non è la prima volta nella storia che un tribunale dà questa autorizzazione. Ma le sentenze dei tribunali non cambiano la realtà. Né lasciamoci confondere dalle pur legittime discussioni sulla Costituzione, sulle competenze degli organi costituzionali, e da cose di questo genere. Prima che cittadini di uno Stato, siamo uomini e donne partecipi della stessa umanità.

 

Prima della legge scritta sulle Carte costituzionali e nei Codici, c'è la legge scritta nel cuore umano. Essa insegna che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale; lo è anche quando la morte fosse causata da semplice omissione di un atto che invece avrebbe potuto tenerlo in vita.


2. Ma è accaduto anche un altro fatto sul quale vorrei che riflettessimo profondamente: è stato messo in essere il primo tentativo di delegittimare nella coscienza del nostro popolo la pietas e l'operosità della carità cristiana, di offuscarne la splendente bellezza.

 

Se infatti si afferma il principio che esistono uomini e donne la cui «qualità di vita» rende la loro esistenza indegna di essere vissuta, che senso ha stare loro vicini con l'amore che se ne prende cura, con la tenerezza che condivide la loro umanità devastata? Ci sono dei gesti che hanno una portata simbolica che va molto oltre a chi li compie, ed il cui significato obiettivo si insedia dentro al vissuto umano, devastandolo. Notte tragica quella in cui Eluana Englaro fu tolta alle Suore Misericordine!

 

L'essere umano fragile è stato tolto alla carità cristiana per consegnarlo nella sua impotenza all'arbitrio della decisione di altri. Ed allora le vere eroine in questa vicenda sono state loro, le Suore Misericordine. Sono le suore che nelle nostre Case della carità continuano ad affermare non colle parole, ma con la vita, l'unica vera libertà: la libertà di amare, la libertà di donare. E con loro vedo tutte le nostre religiose, e tutte le altre persone, famiglie ed aggregazioni dedite ai più diseredati: a chi «non ha più senso che viva».

  3.
3. Di fronte al mistero della sofferenza e del male, alla ragione che non sa rispondere alla domanda: «perché?», non resta che riconoscere umilmente che il mistero, senza negare la ragione, la trascende. Non c'è altra possibilità di salvezza per una ragione che non voglia dissolversi nell'assurdo.

Cari fedeli, a questo punto forse mi chiederete: ed allora che fare?

A voi rispondo che c'è una cosa sola che ci salva dalla perdizione totale: radicarci in Cristo, vivendo un'intensa esperienza di fede nella Chiesa.

 

È da comunità di uomini e donne che in Cristo hanno trovato la perla preziosa che dà senso alla vita, che nasce quel nuovo modo di pensare e di vivere, di giudicare ed introdurci nella realtà che afferma il valore infinito di ogni persona umana. In una parola: solo una fede profondamente pensata e vissuta genera una cultura vera; solo una fede quotidianamente praticata potrà tenere viva nella nostra società quella grande tradizione umanistico-cristiana, la cui necessità è riconosciuta anche da non credenti. È il grande impegno educativo: la rigenerazione di tutto l'umano in Cristo; è la via che la nostra Chiesa vuole percorrere.

 

A Maria affidiamo la causa dell'uomo: perché «in Lei si raccese l'amore».

 

14 febbraio 2009

Il decreto legge non era urgente?

Berlusconi: "Il decreto legge non era urgente? Dopo 3 giorni Eluana e' morta"
da Roma - (C) Avvenire - 14 febbraio 2009 - pagina 11
 
«Mi è stato detto che non c'era urgenza e necessità» nel varare un dl sul caso di Eluana Englaro, «ma dopo tre giorni la povera Eluana è morta». Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ieri è tornato sulla vicenda che ha causato una frizione tra lui e il Colle, mentre il ministro al Welfare, Maurizio Sacconi, da Verona, ha sottolineato: «No­to che tutti i giornali stranie­ri, a differenza di quelli italia­ni, hanno chiamato le cose con il loro nome: eutanasia». [...]

Il martirio della pubblica testimonianza

Messa solenne per la festa di S. Biagio
Chiesa di S. Biagio di Cento (Fe), 3 febbraio 2009

Omelia del Cardinal Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna

 

[...]

2.Cari fratelli e sorelle, [...] i tempi nel quali viviamo confermano pienamente la parola evangelica e la profezia di Simeone: Gesù è luce che illumina le genti e nello stesso tempo segno di contraddizione. È difficile, e sarebbe troppo lungo evidenziare tutte le forme nelle quali è confermata la parola evangelica. Mi limito solamente a tre.

 

La prima è costituita dalle tenebre di una così iniqua distribuzione della ricchezza, da oscurare la luce della carità evangelica e dell'amore privilegiato di Cristo per i poveri. La grande povertà di intere popolazioni prive dei più elementari beni della sussistenza umana e distrutte dalle malattie ha il significato profondo di un'opposizione a Cristo da parte dei potenti, opposizione che esige e genera il martirio della carità.

 

La seconda è costituita dal tentativo di oscurare nella coscienza dell'uomo la luce delle due evidenze originarie: essere uomini è infinitamente più che essere animali; il matrimonio, base e sorgente di ogni socializzazione umana, è fra un uomo e una donna. Mai come in questa forma di contraddizione a Cristo si è vista all'opera quel potere della menzogna, che esige e genera il martirio della verità.

 

La terza è costituita da una concezione subdola della libertà pubblica secondo la quale a tutti è concesso di partecipare al dibattito pubblico, meno che ai cristiani come tali. Nel momento in cui entrano nella discussione pubblica, essi devono lasciare fuori le loro convinzioni cristiane. È la sfida più provocatoria che è lanciata alla luce del Vangelo: "senza Dio, senza Cristo si vive meglio!", che esige e genera il martirio della pubblica testimonianza.

 

3. Martirio della carità, martirio della verità, martirio della pubblica testimonianza: dove troverà il discepolo di Cristo la forza? Riascoltiamo la parola di Dio. "Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità".

Il "martirio" comporta disprezzo, emarginazione. Il nuovo persecutore è il "politicamente corretto"; chi non vi si adegua è censurato in tutti i modi, e non raramente ridicolizzato. Il discepolo di Cristo può abbandonare il plauso della maggioranza, gli onori dei potenti della comunicazione, perché "la sua speranza è piena di immortalità". La comunione con Cristo basta.

 

"Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede". "La fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l'uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale… si relativizza" [Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi 8]. In questo il discepolo ha già vinto il mondo perché lo ha completamente relativizzato, perché se ne è liberato.

 

Cari fedeli, partiamo da questa celebrazione con tanta gioia nel cuore. La gioia semplice di chi ha ascoltato le parole di Gesù: "abbiate fiducia: io ho vinto il mondo" [Gv 16,33].

13 febbraio 2009

La buona battaglia in difesa della vita continua

Riposi in Pace! Noi altri, no!
di padre Gonzalo Miranda, L.C. - Zenit.org - 12 febbraio 2009 - http://www.zenit.org/article-17190?l=italian

Eluana non è più con noi. Riposi in pace. Noi altri, no: non possiamo riposare in pace, come se niente fosse successo.
Suo padre, Beppino, chiede di essere lasciato solo, in silenzio. E non ha l'obbligo di leggere quello che scriviamo. Ma noi non possiamo tacere, come se fosse calato il sipario alla fine di un lungo spettacolo drammatico: chi piange, chi applaude, chi commenta... E tutti a casa, per tornare alla vita reale. No, quello che abbiamo vissuto tutti, è vita reale. Anzi, morte reale. Più precisamente: omicidio reale.
 
I significati e le conseguenze di questi fatti e dei fiumi di parole, argomentazioni, slogan e imprecazioni che hanno invaso tutto il paese intorno a questa vicenda, sono enormi. E vanno ancora al di là della vita preziosa di Eluana Englaro. Toccano più o meno direttamente altre 2500 persone che si trovano in stato simile al suo. Si ripercuotono poi inevitabilmente su tante altre persone che soffrono o possono soffrire situazioni mediche in base alle quali qualcuno tenderà di nuovo a dire: "È già morto... E' solo un vegetale... È una vita indegna di essere vissuta...". Ed eventualmente spingere per una fine simile a quella di Eluana.
 
Non possiamo riposare in pace. Abbiamo l'obbligo morale di "tormentarci", di riflettere, di imparare e di trarre le dovute conclusioni, etiche e legali.
In questo sforzo di riflessione, possiamo per esempio chiederci: chi era Eluana? Non: chi era quella bella ragazza bruna, sempre sorridente, che abbiamo visto mille volte e che abbiamo imparato ad amare. Chi era la Eluana sul cui destino abbiamo tutti discusso appassionatamente: a casa, nel bar, nei tribunali, nelle radio e le tv, e alla fine, troppo tardi, anche al Senato. Chi era, come si trovava veramente, qual era la sua immagine reale?
 
Possiamo forse ricordarla? No, non ci hanno fatto vedere nemmeno un solo scatto. Sembrerebbe la cosa più logica: il padre voleva custodire giustamente la sua intimità. Possiamo, però, ricordare l'immagine di Terry Schiavo, la donna americana fatta morire nel 2005 perché si trovava, anche lei, in stato vegetativo persistente? Certo che ci ricordiamo! Quelle immagini, non potremo mai dimenticarle. Qual è la differenza? Molto semplice: in quel caso doloroso, qualcuno voleva che vedessimo. Nel caso doloroso di Eluana si voleva che non vedessimo.
 
I genitori di Terry (non il marito, Michael, che la portò fino alla morte) volevano che noi la vedessimo, affinché potessimo capire. Volevano che la gente, i giudici e tutti, potessero comprendere che Terry non era un vegetale; che era una persona viva che apriva e chiudeva gli occhi, che respirava perfettamente senza alcuna macchina, che reagiva sorridendo - solo meccanicamente? - alle carezze della mamma. 
 
Il signor Englaro [...] per 10 anni è andato in tutte le televisioni e radio di questo paese a parlare di Eluana, mostrando le sue foto - solo quelle anteriori all'incidente - e facendo diventare sua figlia un "caso pubblico". Un caso doloroso che ha toccato, anzi ferito, tutti noi. Ma noi non l'abbiamo vista. Evidentemente si voleva che non vedessimo, affinché non potessimo capire.
 
E allora, nel nostro doveroso sforzo di riflessione, dobbiamo tentare di vedere per capire. Conosciamo sempre più casi di persone che escono dallo stato vegetativo, anche dopo parecchi anni. Sappiamo di Salvatore Crisafulli, uscito dopo due anni. Ma chi ha seguito il tema da tempo, conosce anche tanti altri: Patti White Bull, dopo 16 anni; il polacco Jan Grzebski, dopo 19 anni; Terry Wallis, dopo 19; Massimiliano N., dopo 10...
In tutti questi casi, come in molti altri, gli interessati raccontano di aver sentito, capito, patito e addirittura di aver tentato di comunicare. Motivati da queste esperienze innegabili, l'equipe medica inglese guidata da A.M. Owen, ha voluto verificare l'eventuale attività cerebrale in una giovane in stato vegetativo persistente.
L'articolo scientifico pubblicato sulla rivista Science nel 2006 ha lasciato attoniti i più increduli: la Risonanza Magnetica Funzionale ha mostrato l'attivazione delle varie zone cerebrali, in corrispondenza con gli inviti da parte dei ricercatori ad immaginare di salire delle scale piuttosto che di giocare una partita di tennis, in maniera esattamente uguale a quanto evidenziato nel cervello dei "soggetti di controllo" sani.
 
Infatti, gli esperti si convincono sempre più - come riferisce un testo pubblicato due mesi fa dal President's Council of Bioethics degli Stati Uniti - del fatto che in queste situazioni "la valutazione clinica si limita a misurare la capacità di rispondere all'ambiente" e che "ci sono buone ragioni per essere molto cauti prima di assumere che la vita cosciente si sia estinta".
Certo, alcuni continueranno a dire, nonostante queste conferme sempre più numerose e schiaccianti, che comunque si tratta di vite "non degne di essere vissute", al punto che provocare la loro morte sarebbe una "liberazione".
 
In fondo si tratta di una profonda corruzione ideologica in relazione al valore della persona, di ogni persona umana. Corruzione che si esprime in quella che Giovanni Paolo II chiamò "Cultura della morte".
Con questa espressione non denunciava la nostra società come se fosse tutta assetata di sangue e di morte. La "cultura della morte" consiste in una mentalità - plasmata in una serie di realtà sociali - che, avendo perso di vista il valore intangibile di ogni vita umana, la considera come un bene relativo e disponibile per la libertà dell'individuo, così che considera la morte come la soluzione migliore davanti a certi problemi e l'opzione per essa un diritto che la legge deve riconoscere all'individuo.
 
Nel caso di una gravidanza non desiderata, pericolosa o problematica, la soluzione è la morte del nascituro; se si tratta di un malato in stato grave che non trova senso per la sua vita, la soluzione è anticipare "dolcemente" la sua morte; se si desidera portare avanti la ricerca per eventuali cure future con le cellule staminali pluripotenti, la soluzione passa attraverso la distruzione di embrioni umani. La morte, non come un bene desiderabile, ma sì come soluzione per la quale si può, e addirittura conviene, optare.
 
In verità dovremmo parlare, non di "cultura", ma di "anti-cultura". Cultura dice coltivazione dello spirito umano nella società. Qui stiamo tornando invece allo stato selvaggio, non coltivato. Stiamo tornando indietro. Le conseguenze, se andiamo in quella direzione, saranno abissali.
Non possiamo, dunque, tacere e chiudere gli occhi della mente e del cuore. Eluana riposi in pace. Noi no.
 
______
*Docente presso la Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma

Lettera del papa' di Terri Schiavo dopo la morte di Eluana- II

Riceviamo e pubblichiamo in esclusiva la lettera che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, saputo della morte di Eluana, ha inviato a ilsussidiario.net, dopo la sua prima lettera di domenica scorsa indirizzata a Beppino Englaro.
 
Il sussidiario.net - 11 febbraio 2009 - http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=12319
 
Siamo molto addolorati nel sentire di Eluana e pieni di tristezza per lei. Aveva solo 38 anni. Eluana è morta solo quattro giorni dopo che i medici hanno cominciato ad interrompere la sua alimentazione e idratazione, con l'intento di causarne la morte.
Tristemente, la morte di Eluana ci ricorda ancora le parole di Papa Giovanni Paolo II. L'averle tolto cibo e acqua, cioè l'assistenza di base, così da farla morire, è una cosa che riguarda tutti noi e il modo in cui ci prenderemo cura di quelli che hanno bisogno del nostro amore e della nostra compassione per continuare a vivere.
 
Per la nostra famiglia non passa giorno che noi non pensiamo alla nostra amata Terri e stiamo ancora soffrendo molto per una perdita così grande. Da quando Terri è morta, abbiamo deciso di portare avanti il suo lascito di vita e di amore, così che il suo sacrificio non sia avvenuto invano e, cosa più importante, che altri possano evitare lo stesso terribile destino.
Una cosa che sappiamo è che la questione non muore con Terri o Eluana, perché ci sono decine di migliaia di persone che vivono con lo stesso tipo di infermità. E le loro vite sono estremamente vulnerabili al crescente pregiudizio contro chi soffre di una infermità cognitiva.
 
Dopo la morte di Terri, la nostra famiglia ha dato vita alla Terri's Foundation, per poter sostenere le persone con gravi danni cerebrali che sono in pericolo di essere uccise, in base a questa crescente tendenza a considerare la loro vita come "non degna di essere vissuta".
Noi siamo profondamente addolorati per l'inutile morte di Eluana, ma siamo pieni di speranza che sempre più persone diventino coscienti di come viene trattato chi soffre di infermità come quelle di Terri ed Eluana, e che il nostro mondo cominci a dare valore alle loro vite, piuttosto che eliminarle. 
 
Noi preghiamo perché il padre di Eluana e tutti quelli che hanno preso parte nella sua morte possano un giorno ridare valore alla vita e capire che tutte le persone sono state create con pari dignità e rispetto, non importa quale infermità possano avere.
 
Ciò che dà qualità e valore alla vita è l'amore. Amare ed essere amati è ciò che dà valore alla vita. L'amore è l'arbitro ultimo della vita. L'eutanasia è l'abbandono dell'amore. Dove c'è amore, c'è speranza.
 
Robert Schindler Sr e la famiglia di Terri