L'Ufficio di Presidenza, nella riunione del 30 luglio 2008: vista la sentenza n. 21748 del 4 ottobre 2007, con cui la sezione prima civile della Corte di cassazione ha adottato un principio di diritto che individua due presupposti, ricorrendo i quali il giudice può autorizzare la disattivazione del presidio sanitario di nutrizione e idratazione di paziente in stato vegetativo permanente; visto, altresì, il decreto adottato dalla prima sezione civile della Corte di appello di Milano in data 25 giugno 2008, con il quale, sulla base del suddetto principio di diritto enucleato dalla Corte di cassazione, è stata accolta l'istanza di autorizzazione a disporre l'interruzione del trattamento vitale artificiale di soggetto in stato vegetativo permanente; considerato che con la richiesta avanzata viene contestata l'invasione o comunque la menomazione da parte della Corte di cassazione della sfera di poteri attribuiti costituzionalmente agli organi del potere legislativo; ritenuto che la Corte di cassazione abbia travalicato i limiti della funzione ad essa affidata dall'ordinamento, esercitando di fatto un potere legislativo in una materia non disciplinata dalla legge e ponendo a fondamento della sua decisione presupposti non ricavabili dall'ordinamento vigente, neppure mediante l'applicazione dei criteri ermeneutici; e che in tal modo la Corte di cassazione medesima ha leso la sfera di attribuzioni costituzionali della Camera, ha deliberato di proporre all'Assemblea di elevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato innanzi alla Corte costituzionale nei confronti della sezione prima civile della Corte di cassazione, con riferimento alla sentenza n. 21748 del 2007, e della prima sezione civile della Corte di appello di Milano, con riferimento al decreto adottato in data 25 giugno 2008, e di tutti gli altri atti eventualmente connessi e conseguenti, per vedere affermato che non spettava ad esse il potere di adottare i provvedimenti indicati nelle premesse.
Per aderire all'iniziativa o per richiedere ulteriori informazioni scrivere a:
31 luglio 2008
La Camera: sí al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato riguardo al caso di Eluana
L'Ufficio di Presidenza, nella riunione del 30 luglio 2008: vista la sentenza n. 21748 del 4 ottobre 2007, con cui la sezione prima civile della Corte di cassazione ha adottato un principio di diritto che individua due presupposti, ricorrendo i quali il giudice può autorizzare la disattivazione del presidio sanitario di nutrizione e idratazione di paziente in stato vegetativo permanente; visto, altresì, il decreto adottato dalla prima sezione civile della Corte di appello di Milano in data 25 giugno 2008, con il quale, sulla base del suddetto principio di diritto enucleato dalla Corte di cassazione, è stata accolta l'istanza di autorizzazione a disporre l'interruzione del trattamento vitale artificiale di soggetto in stato vegetativo permanente; considerato che con la richiesta avanzata viene contestata l'invasione o comunque la menomazione da parte della Corte di cassazione della sfera di poteri attribuiti costituzionalmente agli organi del potere legislativo; ritenuto che la Corte di cassazione abbia travalicato i limiti della funzione ad essa affidata dall'ordinamento, esercitando di fatto un potere legislativo in una materia non disciplinata dalla legge e ponendo a fondamento della sua decisione presupposti non ricavabili dall'ordinamento vigente, neppure mediante l'applicazione dei criteri ermeneutici; e che in tal modo la Corte di cassazione medesima ha leso la sfera di attribuzioni costituzionali della Camera, ha deliberato di proporre all'Assemblea di elevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato innanzi alla Corte costituzionale nei confronti della sezione prima civile della Corte di cassazione, con riferimento alla sentenza n. 21748 del 2007, e della prima sezione civile della Corte di appello di Milano, con riferimento al decreto adottato in data 25 giugno 2008, e di tutti gli altri atti eventualmente connessi e conseguenti, per vedere affermato che non spettava ad esse il potere di adottare i provvedimenti indicati nelle premesse.
30 luglio 2008
Oltre 4000 firme per Salvare Eluana! - Fattisentire.net: Scrivere ai politici contro l' "onnipotenza di certa magistratura"
Conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato: si attende entro sabato il voto in merito alla vicenda di Eluana Englaro
Sono intervenuti poi i relatori di minoranza Francesco Pardi (Idv) e Stefano Ceccanti (Pd). Quest'ultimo ha ripetuto i motivi per cui, secondo lui, il conflitto del Senato con la Corte di Cassazione «è inammissibile » e come tale sarà giudicato dalla Corte costituzionale che ha rilevato non deciderà sull'ammissibilitá «prima del 2009». Questo per dire che «non ci potrà comunque essere nessun riflesso immediato sulla vicenda Englaro». I senatori del Pd, come accennato, non parteciperanno al voto sulla relazione Vizzini. Durante la riunione del gruppo, nella tarda mattina di ieri, non sono mancati i momenti di tensione: l'ala cattolica era per l'astensione; altri avrebbero voluto votare contro il testo. Gli stessi che poi hanno accettato «per disciplina di partito» la soluzione finale, proposta da Chiti e appoggiata da Franco Marini. Contemporaneamente, il gruppo democratico ha approvato all'unanimità un ordine del giorno in cui si delibera di riservare «entro l'anno 2008» un'apposita sessione dei lavori di Palazzo Madama a un disegno di legge «in materia di consenso informato e dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari ». Insomma, l'impostazione data al problema nella scorsa legislatura dal senatore Ignazio Marino.
Per la senatrice del Pd Emanuela Baio «è sbagliato affrontare il tema nel modo proposto dalla maggioranza, perché non lo risolve ma lo aggrava». Meglio, ha aggiunto, «non partecipare al voto e chiedere al Parlamento di impegnarsi ad approvare una buona legge sulla fine della vita » per colmare «il vuoto legislativo esistente».
Di opposto parere Laura Bianconi (Pdl), che nel suo intervento in aula ha negato l'esistenza di quel vuoto, perché «esistono la Costituzione e il codice penale»: la prima «in nessuna parte ravvisa che si violi il rispetto e la dignità della persona se si provvede a fornirle cibo e acqua», come avviene per Eluana; il secondo punisce «l'omicidio, l'omicidio del consenziente e l'istigazione e l'aiuto al suicidio».
Relazione della Commissione Affari Costituzionali sulla vicenda di Eluana Englaro
Relazione della 1ª Commissione permanente (Affari costituzionali, Affari della Presidenza del Consiglio e dell'Interno, ordinamento generale dello Stato e della Pubblica amministrazione) Sulla questione se il senato debba promuovere conflitto di attribuzione tra poteri dello stato innanzi alla Corte costituzionale con riguardo alla sentenza n. 21748, resa dalla Corte di Cassazione prima sezione civile, in data 16 ottobre 2007 e alle decisioni successive e consequenziali adottate da altri organi di giurisdizione, a proposito del noto caso della giovane eluana englaro. Comunicata alla presidenza il 22 luglio 2008 Al link http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/203386.pdf il testo della relazione
24 luglio 2008
Oggi bottiglie d'acqua davanti al Duomo di Torino
I presidenti emeriti. Sempre oggi è stato diffuso un appello di insigni giuristi (i presidenti emeriti della Corte costituzionale Riccardo Chieppa e Cesare Mirabelli, oltre a Renato Baccari, Antonio Baldassarre, Gaetano Carcaterra, Marta Cartabia, Giuseppe Dalla Torre, Alberto Gambino, Giovanni Giacobbe, Aldo Loiodice, Marco Olivetti, Roberto Pessi, Aristide Police, Piero Sandulli, Fernando Santosuosso, Andrea Simoncini, Vincenzo Tondi della Mura, Giuseppe Valditara, Massimo Vari, Giuseppe Verde, Lorenza Violini). Nell'appello si sottolinea che la decisione della magistratura su Eluana "finisce per consentire una pratica di eutanasia, vietata dal nostro ordinamento, violando principi, da quelli più antichi (curam praetor habuit) a quelli a fondamento del sistema costituzionale, come i diritti inviolabili e la solidarietà, orientata in questo caso alla tutela del bene sommo della vita. Al di fuori di qualsiasi ipotesi di accanimento terapeutico, tale nefasto e deprecabile risultato viene raggiunto togliendo il sostegno vitale a una persona umana, tuttora vivente, riconosciuta come tale dalla stessa magistratura. Tanto è vero che il comportamento suddetto viene autorizzato sulla base della ricostruzione operata dal giudice, attraverso indici presuntivi, della volontà della Englaro". I giuristi affermano inoltre che "non è concepibile usare un procedimento civile, prefigurato per legge per altre funzioni, per sacrificare irrimediabilmente la vita di una persona che è un bene indisponibile".
22 luglio 2008
Acqua per Eluana al Duomo di Torino - Giovedí 24 luglio ore 19
Affrettare la morte di una persona incapace é lecito?
di Maurizio Fontana - L'Osservatore Romano del 22 luglio 2008, p. 5
Nel frattempo, però, il caso ha registrato importanti evoluzioni politiche. Nella notte fra il 21 e il 22 luglio, infatti, la Commissione Affari Costituzionali del Senato italiano ha votato l'apertura presso la Consulta di un conflitto di attribuzione con la Cassazione per la sua sentenza sul caso di Eluana. L'interesse è quindi molto alto e il professor Gigli spera che a questo interesse corrisponda una presa di coscienza per non arrivare a decisioni dalle conseguenze ritenute incontrollabili.
Il caso di Eluana Englaro presenta delle particolarità mediche, cliniche che giustificano un dibattito così ampio, articolato e acceso?
Il caso di Eluana Englaro ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica e della stampa nazionale in quanto è il «caso Terry Schiavo» d'Italia. Si tratta della prima paziente che verrebbe messa a morte in Italia sulla base dell'arresto, per mano medica, dell'alimentazione e della nutrizione assistite che sta ricevendo. Quindi verrebbe lasciata morire di fame e di sete. Questo evento ha giustamente richiamato l'attenzione perché costituirebbe una svolta epocale: cambierebbe di fatto la legislazione italiana, e per di più in maniera surrettizia, senza coinvolgimento del Parlamento, introducendo nell'ordinamento che aveva sempre salvaguardato il principio della «indisponibilità della vita umana» il concetto di «disponibilità della vita umana». La vita sarebbe a disposizione non solo della singola persona ma anche di quanti ritengono di poterne interpretare la volontà. Dal punto di vista della professione medica che ancora oggi nel codice deontologico nega in modo deciso l'ipotesi della eutanasia la sentenza, se eseguita, introdurrebbe di fatto la possibilità per il medico di andare incontro a una procedura di tipo eutanasico per omissione, benché non chiamata con questo nome.
La richiesta specifica dei familiari di Eluana di procedere per via giuridica può coinvolgere situazioni analoghe?
Il problema è proprio questo. La Corte di Cassazione e la Corte d'Appello di Milano hanno di fatto imposto solo due paletti alla possibilità di estensione ad altri casi di questo tipo di intervento: il fatto che lo stato vegetativo sia dichiarato irreversibile e il fatto che ci sia una manifestazione convincente della volontà del paziente.
È chiaro che se questi due concetti valgono nel caso di Eluana Englaro, essi potranno perché in assenza di norme la giurisprudenza fa testo essere invocati in altre simili circostanze. Se sarà accertato che in questo caso lo stato vegetativo prolungato è irreversibile cosa che è tutta da dimostrare e se saranno accertate come sicure le opinioni espresse in passato dalla paziente circa il suo non gradimento di una alimentazione assistita, se tutto questo potrà far testo nel caso di Eluana Englaro, potrà farlo anche in altri casi.
Nella vostra lettera inviata al procuratore della Repubblica, si legge di circa 1500 casi in Italia assimilabili a quello di Eluana. Si tratta ovviamente di una stima, estrapolata sulla base dei dati epidemiologici a disposizione. Potrebbe essere anche maggiore, ma non dovrebbe comunque discostarsi in maniera significativa dalla realtà.
I casi nella letteratura internazionale non sono ovviamente omogenei. Tuttavia l'incidenza stimata dello stato vegetativo a sei mesi (ovvero il numero di nuovi casi) può essere collocata a livello internazionale tra lo 0,5 e i 4 casi ogni centomila abitanti. I dati invece che riguardano la «prevalenza», ovvero il numero di soggetti presenti nella popolazione, sono ancora più variabili (anche perché con il variare del tipo di assistenza diversa da Paese a Paese cambia anche la mortalità). Quindi laddove c'è una maggiore attenzione terapeutica come è stato finora in Italia i dati sulla prevalenza tendono ad aumentare. Con questi limiti possiamo stimare il numero di pazienti in stato vegetativo tra 1 e 10 casi ogni centomila abitanti.
È sicuramente un bene chiarire. Innanzitutto queste persone non sono malati terminali. Tant'è vero che, se assistiti, possono vivere per molti anni come nel caso di Englaro. Inoltre non sono malati in coma: in essi la veglia si alterna al sonno; c'è una spontanea apertura degli occhi; c'è la presenza di alcune risposte riflesse che nel paziente in coma possono mancare. Quindi sono pazienti che vanno distinti sotto tutti i punti di vista, compreso quello comportamentale, dal paziente in coma. Non hanno bisogno di macchine. Per intenderci: non c'è alcuna spina da staccare. Non sono attaccati a un respiratore, non dipendono da particolari sistemi di somministrazione di farmaci. Inoltre contrariamente a ciò che molta gente pensa possono essere (se l'assistenza è buona) mobilizzati. Non sono certamente in grado di camminare ma possono essere messi su una poltrona. Infine sono pazienti nei quali sempre di più le nuove metodologie d'indagine ci mostrano in casi che cominciano ad essere numerosi un mantenimento di più o meno elementari sistemi di analisi e di discriminazione delle informazioni. Con i limiti dell'approssimazione, tutto ciò lascia pensare che una forma più o meno residuale di consapevolezza (non oso parlare ancora di coscienza) sia in loro presente.
Ci troviamo di fronte a persone nelle quali, in presenza di un danno cerebrale che può essere variabile da soggetto a soggetto, si determina una condizione come quella di un interruttore spento. La possibilità di funzionamento non è esclusa. E i casi di recupero dimostrano che può riattivarsi.
È chiaro che il numero dei pazienti in cui questo recupero si verifica è maggiore nelle prime fasi cronologicamente successive alla comparsa del problema. Ma sono ampiamente documentati casi in cui il recupero è successivo e si verifica anche a distanza di molto tempo.
Qualche esempio?
Credo che tutti ricordino la vicenda abbastanza recente di quel paziente polacco che era stato urtato da un tram ed era entrato in una condizione prima di coma e poi di stato vegetativo. L'uomo aveva subito il trauma mentre il Paese era ancora in epoca comunista e si era successivamente svegliato (un paio di anni fa) in un contesto sociale completamente diverso che lo aveva all'inizio enormemente disorientato.
Tuttavia è logico che più lo stato vegetativo si prolunga nel tempo e minori sono statisticamente le possibilità di recupero. Anche perché quella della «non ripresa» sembra essere una profezia che tende quasi ad autorealizzarsi. Mi spiego: se subentra un atteggiamento di abbandono del paziente è chiaro che le possibilità di recupero diminuiscono drasticamente. D'altronde è comprensibile che la società possa investire in termini di riabilitazione in maniera intensiva all'inizio perché c'è una maggiore possibilità di recupero. In ogni caso, al recente congresso di Lisbona della Brain Injury Association è stato presentato il caso di un soggetto che si è svegliato dopo diciotto anni.
Quando lei parla delle effettive capacità di percezione di alcuni stimoli, usa spesso il condizionale. Molti scienziati, invece, rilasciano dichiarazioni o prendono decisioni come se conoscessero perfettamente la fisiologia del cervello, come se fossero in grado di stabilire esattamente se una persona possa in un dato momento percepire, sentire, avere un qualche tipo di relazione con il mondo esterno. Questa certezza è giustificata?
Tutto ciò ci costringe a interrogarci su cosa sia la coscienza. Perché ancora non sappiamo dove essa sia localizzata. Fermo restando che pazienti in stato vegetativo sono uno diverso dall'altro quanto al danno, è altrettanto vero che noi non sappiamo con precisione come la coscienza lavori e quali siano le strutture assolutamente indispensabili per il suo funzionamento. È certo che la corteccia cerebrale gioca il ruolo più importante, ma anche che hanno un ruolo alcune strutture sottocorticali come i gangli della base o come il talamo. Allo stesso modo i dati più recenti di letteratura mostrano come anche alcune strutture del tronco dell'encefalo partecipino in qualche modo ai meccanismi che sottendono l'attività cosciente. Detto questo, noi dobbiamo quantomeno porci in una situazione di dubbio.
Assolutamente no. E metta in conto un altro fatto. Quanto ho appena descritto è il patrimonio di centri specializzati nella ricerca in questo campo, ma non fa parte dell'approccio diagnostico che viene normalmente seguito per la cura delle persone. Ad esempio, la risonanza magnetica funzionale dopo stimolazione con messaggi e informazioni piuttosto che non la Pet, certamente non vengono eseguite su tutti i pazienti.
Questo per sottolineare ancora che il buon senso vorrebbe un atteggiamento di umiltà e di dubbio. È un problema da cui possiamo uscire solo esulando in parte dalla pura medicina: innanzitutto dobbiamo ricordarci che siamo di fronte a delle persone umane. La stessa Corte di Cassazione che ha dato il via alla sentenza di Milano riafferma che tali pazienti sono persone umane a tutti gli effetti e che sono portatori di tutti i diritti al pari delle altre. È necessario allora chiederci: noi possiamo invocare un diritto sulla vita delle altre persone? È un diritto che ha il paziente stesso (estremizzando il principio di autodeterminazione) o, peggio, ce l'hanno anche altri che parlano in suo nome?
Questi sono i nodi da sciogliere. Perché se noi ammettiamo che il principio di autodeterminazione magari per interposta persona vale fino all'estremo, allora non c'è bisogno neanche di parlare di nutrizione e idratazione assistite attraverso cannula, ma addirittura come viene proposto da qualcuno più estremista su autorevolissime riviste mediche sarebbe possibile trasporre lo stesso tipo di atteggiamento anche, per esempio, alla nutrizione per bocca, col cucchiaio.
Chiariamo: la nutrizione assistita, in casi come questo, può essere considerata secondo lei un trattamento medico?
Dobbiamo metterci d'accordo sulle definizioni. Fino al 1983 era pacifico per tutti, compresa l'Associazione Medica Mondiale, che la nutrizione e l'idratazione fossero comunque un trattamento di base, proprio perché di esse hanno bisogno sia il sano che il malato. E l'assistenza sia che avvenga col cucchiaio perché il paziente non può muovere le mani, sia che avvenga con la cannula perché non può aprire la bocca non è nient'altro che il metodo con cui questo diritto fondamentale viene garantito. Una sorta di «protesi» con la quale viene garantita una necessità fondamentale. A partire dal 1983 viene invece operata una profonda revisione semantica per cui la nutrizione e l'idratazione diventano trattamento medico e come tale rifiutabile dal paziente o da chi ne fa le veci legalmente. Si è trattato di una forzatura strumentale, funzionale al progetto culturale che, a livello internazionale, incominciava a delinearsi.
Merita sottolineare a questo punto che, comunque, la stessa sentenza della cassazione del novembre scorso nega esplicitamente che l'idratazione e la nutrizione assistite costituiscano una forma di accanimento terapeutico e ritiene che esse debbano piuttosto essere considerate come un intervento proporzionato. Ciò malgrado, la sentenza ha ritenuto di dare preminenza alla presunta volontà della paziente.
Sempre svincolandoci dal singolo caso di Eluana Englaro. Le richieste a volte estreme dei familiari chiamati a fronteggiare situazioni pesanti o disperate, ci richiamano al problema dell'assistenza e del sostegno ai malati e a chi condivide nella vita di ogni giorno il loro problema. Questa è sicuramente una via da percorrere. Io stesso, insieme ad
altri colleghi, ho fatto parte di una commissione ministeriale che ha operato tra il settembre 2005 e il febbraio 2006 producendo un documento corposo e articolato, nel quale venivano analizzati i percorsi assistenziali necessari a questi pazienti. Il documento prendeva in esame anche i casi in cui la situazione si mostra «cronicizzata» e quindi con speranze minime di recupero pazienti nei quali non c'è più la possibilità, per ragioni realistiche, di richiedere un trattamento riabilitativo intensivo e per i quali si può sperare solo in una ripresa «spontanea». Per tali pazienti si arrivava a proporre nei casi in cui la famiglia non esista, o non sia in grado per motivi economici o per motivi psicologici di farsi carico del problema, o comunque in quei casi in cui la famiglia pur facendosi carico del problema abbia bisogno di periodi temporanei di allentamento della pressione che fosse comunque garantito sul territorio nazionale un numero adeguato di strutture speciali unità di accoglienza permanente (Suap). Per i casi invece in cui è possibile l'assistenza a domicilio, si proponeva che fosse disponibile per i familiari non solo una rete di assistenza domiciliare, ma anche un sostegno economico per venire incontro alla perdita di guadagno che una situazione del genere inevitabilmente porta in una famiglia. Di questo progetto non si fece nulla perché le vicende politiche che nel 2006 portarono al cambiamento di governo impedirono che il documento venisse portato alla conferenza Stato-Regioni che è l'organo deputato per decidere sugli standard di assistenza sul territorio nazionale.
Ora abbiamo saputo che nel nuovo Parlamento è stato presentato un disegno di legge che in pratica riprende il prodotto di quella commissione. Sulla spinta di queste ultime vicende sembra ci sia ora una maggiore attenzione a livello ministeriale. Così ci auguriamo da un lato che il documento della commissione possa essere riportato all'attenzione della conferenza Stato-Regioni, e dall'altro che il disegno di legge attuativo proposto in Parlamento possa essere già a settembre calendarizzato nei lavori parlamentari e giungere a una rapida approvazione. Sarebbe un atto di civiltà e di giustizia verso famiglie che sono state pesantemente colpite dalla vita.
In questo senso ci sono esperienze già sperimentate e documentate all'estero?
No. E credo che il nostro approccio sarebbe innovativo e interessante anche da questo punto di vista. Sarebbe un progetto estremamente umano e civile, nel solco della tradizione di solidarietà sociale e anche di amore cristiano che la nazione italiana certamente può offrire. È chiaro che in altri contesti ciò è più difficile. Pensiamo ad esempio
alla medicina negli Stati Uniti che è in gran parte privatizzata: lì o entrano in gioco opere caritatevoli oppure non è possibile affrontare il problema. Ecco allora che l'interruzione della nutrizione diventa pratica abituale: il caso Terry Schiavo emerse solo perché si creò un conflitto tra i genitori e il coniuge. Ma non era una novità. Purtroppo certe pratiche erano documentate anche a livello di alcune strutture sanitarie cattoliche. Fu soltanto dopo un intervento di Giovanni Paolo ii in occasione del congresso organizzato dalla Federazione internazionale dei medici cattolici e dalla Pontificia Accademia per la Vita nel 2004, nel quale con un memorabile discorso il Papa chiarì i giusti termini della questione che anche nelle istituzioni sanitarie cattoliche degli Stati Uniti si cominciò ad osservare una presa di distanza da quelle che erano scelte e pratiche comunemente accettate.
Per quello che riguarda modelli simili a quello che noi proponiamo, per quanto ne so io, solo la Francia propone qualcosa di interessante. Se si arriverà alla sanatoria per il caso Englaro viene da chiedersi cosa accadrà di tutte le persone che si trovano in situazioni simili e anche cosa dovranno fare i medici. Come dicevo prima, innanzitutto questo caso farà giurisprudenza. In Italia non c'è alcuna legge definita. Nel momento in cui qualcun altro dovesse fare una richiesta analoga, la Cassazione dovrà tenere conto
delle decisioni prese per il caso Englaro. C'è da considerare che il problema non è dato solo dai pazienti entrati in stato vegetativo a seguito di un evento acuto (ad esempio a
causa di un trauma) nei quali, in base a quanto abbiamo detto in precedenza, potrebbe anche essere contestato il principio dell'assoluta irreversibilità che, lo riaffermo, è indimostrabile ma anche dalla categoria di pazienti che sono entrati in uno stato vegetativo con un lento scivolamento cronico. Si tratta dei pazienti dementi, per i quali, essendo la malattia frutto di un processo degenerativo progressivo, vale il discorso della irreversibilità. E qui siamo nell'ordine di molte migliaia di persone, e con la tendenza a un aumento nel tempo considerato l'invecchiamento della popolazione. La demenza agli ultimi stadi certamente corrisponde molto di più che non il caso Englaro ai requisiti richiesti dalla Corte di Cassazione. A questo punto emerge la necessità di arrivare a un elemento chiarificatore, a un punto di riferimento che possa valere per tutti.
Quali sono a suo parere i percorsi per arrivare a una cultura condivisa?
Alcuni aspetti condivisi possono senz'altro essere trovati. Innanzitutto penso alla risposta in positivo a livello di servizi sanitari e sociali. Non si vede perché anche i fautori dell'autodeterminazione a ogni costo non dovrebbero accettare una scelta di civiltà.
Questo non risolve però il problema del caso in cui questa autodeterminazione volesse comunque esercitarsi. Non è pensabile, a mio parere, che valgano testimonianze più o meno approssimative di ciò che una ragazza può aver detto dopo aver visto qualcuno in rianimazione, con tutta l'emotività che ciò comporta. Dovrebbero almeno essere fortemente limitate le manifestazioni di volontà di questo tipo.
Resta però un confine comunque non riconciliabile che divide chi ritiene la vita umana comunque «indisponibile» come è stato finora nell'ordinamento giuridico italiano da chi invece ritiene che così non sia. Chiaro che di fronte a questa che è una scelta di natura etica, filosofica, antropologica il dialogo diventa più complicato. Un'altra risposta potrebbe darla in modo autorevole, una volta per tutte il Parlamento. In Italia abbiamo una Costituzione che viene invocata dalla stessa Corte di Cassazione e dalla stessa Corte d'Appello di Milano a proposito del principio di autodeterminazione.
La Costituzione al numero 32 recita che nessun cittadino può essere costretto a sottoporsi a trattamenti medici non desiderati. Ora questo comma dell'articolo 32 era stato inserito dai padri costituenti pensando a tutt'altro contesto: si pensava infatti alle terribili esperienze dei campi di concentramento, sterilizzazioni forzate e via dicendo. Non era stato scritto perché il paziente potesse disfarsi della propria vita.
Su questo punto, un aggiornamento che confermasse l'esplicita volontà dei padri costituenti sarebbe quanto mai auspicabile, anche se capisco che è difficile da realizzarsi.
Inoltre sarebbe opportuno che si desse sostanza nell'ordinamento italiano a quello che la Convenzione di Oviedo sulla biomedicina richiama nell'articolo 6 che di solito non viene citato lì dove afferma che nessun intervento medico su persona incapace può essere fatto se non in vista di un diretto beneficio del paziente. A livello giuridico, secondo me, si dovrebbe una volta per tutte dire che affrettare la morte di una persona incapace non può essere considerato un diretto beneficio.
Si spera per la mozione contro la sentenza di Cassazione...
Un voto per Eluana
La mozione salvavita andrà in Aula entro domani, altra acqua davanti alla clinica di Lecco
© IL FOGLIO 22 luglio 2008 pagina 1
Roma. Dopo una giornata di discussione, la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha deciso di portare in Aula e mettere ai voti la mozione dei senatori Francesco Cossiga e Gaetano Quagliariello.
Quella presentata la scorsa settimana per chiedere che il Senato sollevi il conflitto di attribuzione tra poteri dello stato innanzi alla Corte costituzionale sul caso di Eluana Englaro. Quella presentata per opporsi alla sentenza della Cassazione in base alla quale la Corte d'appello di Milano ha emesso la sentenza che permetterà al padre della ragazza di toglierle il sondino con il quale viene nutrita. Quando questo giornale va in stampa la commissione è ancora riunita, ma nonostante un po' di ostruzionismo da parte del centrosinistra il testo sarà discusso e votato dai senatori domani o dopodomani.
Stefano Ceccanti, senatore del Pd, ieri ha presentato una mozione di minoranza in cui chiede di non procedere con la richiesta di conflitto di attribuzione: "Se le Camere non condividono la sentenza della Cassazione ha detto facciano una legge, così colmeranno il vuoto legislativo". Impietosa reazione di Cossiga: "Che l'amico Ceccanti, essendo stato uno dei presidenti della nuova Fuci postconciliare, non credesse nella corrente morale cattolica e quindi sia favorevole all'aborto fino al mese prima del parto, e alle unioni tra omosessuali, lo capisco. Ma che sia a favore dell'omicidio disposto dalla magistratura non lo credo proprio".
Commentando l'idea di sollevare il conflitto d'attribuzione, ieri la vicepresidente del Senato Emma Bonino ha detto di sperare "che tutto questo porti a un'accelerazione della discussione del progetto di legge almeno sul testamento biologico in un modo rigoroso. La bussola da tenere è la determinazione e la volontà dell'interessato, magari espresse in altri tempi".
Sempre ieri Paolo Ravasin, ammalato di Sla e presidente onorario dell'associazione Luca Coscioni, ha registrato un testamento biologico in video (come Piergiorgio Welby) nel quale esige di non essere più alimentato qualora non fosse in grado di farlo attraverso la bocca. Mentre proseguivano le dispute parlamentari, il Movimento per la vita ambrosiano ha aderito alla proposta di Giuliano Ferrara e portato diverse bottiglie d'acqua di fronte alla clinica dove Eluana è ricoverata.
Al questo link il resoconto sommario della 23esima seduta della Commissione Affari costituzionali del Senato.
21 luglio 2008
Oltre 3000 adesioni all'appello per Eluana: continuiamo a pregare e a far firmare!
Salvatore Crisafulli: in stato vegetativo sentivo la fame e la sete!
La Sentenza di Morte emessa dal Tribunale di Milano nei confronti di Eluana Englaro è veramente agghiacciante, fa venire i brividi, cancellando definitivamente le nostre speranze e condannando duramente tutti i disabili gravissimi: mi chiedo cosa ne sanno i Tribunali e la Scienza Medica dello Stato Vegetativo? Di cosa si sono accertati? Esistono dei parametri e dei criteri validi per confermarne l'irreversibilità? Assolutamente no.
[...] Staccare il sondino che porta l'alimentazione sarà una morte veramente atroce, la definirei alquanto orribile. La definizione di Stato Vegetativo permanente si riferisce invece a una prognosi sottoposta a gravi margini di errore. Non esistono tutt'oggi validi criteri per accertare l'irreversibilità del Coma e dello Stato Vegetativo.
Prova schiacciante senza ombra di dubbio è la mia storia, quest'ultima confermata anche da Bob Schindler fratello di Terri Schiavo. Oggi ho quasi 43 anni, sono stato vittima di uno spaventoso incidente stradale (come Eluana Englaro Glaswos Coma scale di 3-4 grado) avvenuto a Catania l'11 settembre del 2003, riportando danni assonali diffusi che interessavano anche la ragione ponto-mesencefalica entrando in coma, successivamente trapassando lo stato vegetativo permanente. Ho vissuto nell'incubo per quasi due anni, incredibilmente nel 2005, mi risveglio e riesco a raccontare che io sentivo e capivo tutto. Durante il mio stato vegetativo io avvertivo e sentivo di avere fame e sete, non avvertivo solamente il sapore del cibo. Finalmente oggi riesco a sentire il sapore del cibo perché riesco ad essere nutrito dalla bocca (fino ad oggi sono portatore di PEG).
Io sentivo ma nessuno mi capiva. Capivo cosa mi succedeva intorno, ma non potevo parlare, non riuscivo a muovere le gambe, le braccia e qualsiasi cosa volevo fare, ero imprigionato nel mio stesso corpo, proprio come lo sono oggi. Provavo con tutta la mia disperazione, con il pianto, con gli occhi, ma niente, i medici troncavano ogni speranza, per loro ero un "vegetale" e i miei movimenti oculari erano solo casuali, insomma non ero cosciente.
Sentivo i medici dire che la mia morte era solo questione di tempo, e iniziavo ad aprire e chiudere gli occhi per attirare l'attenzione di chi mi stava attorno. I medici parlavano sempre di stato vegetativo permanente e irreversibile, lo ribadivano e lo scrivevano. Io riesco a comunicare tramite un computer, selezionando con gli occhi le lettere sullo schermo. Oggi a distanza di quasi 5 anni vivo da paralizzato, la mia patologia è quella che si chiama sindrome assimilabile alla Loked.in "uomo incatenato". La mia storia la raccontai anche a Piergiorgio Welby, supplicandolo "inutilmente" di lottare per la vita.
Dal mio letto di quasi resuscitato alla vita, voglio gridare a tutto il mondo il mio straziante e silenzioso urlo. Questa sentenza di morte emessa nei confronti di Eluana Englaro è veramente una sentenza agghiacciante: se applicata, si inizia la nuova era dell'eutanasia con l'eliminazione di tutti i disabili gravissimi che aspettano e sperano anche nella scienza. Il mio è il pensiero semplice di chi ha sperimentato indicibili sofferenze fisiche e psicologiche, di chi è arrivato a sfiorare il baratro oltre la vita ma era ancora vivo, di chi è stato lungamente giudicato dalla scienza di mezza Europa un vegetale senza possibile ritorno tra gli uomini e invece sentiva irresistibile il desiderio di comunicare a tutti la propria voglia di vivere.
Durante quegli interminabili due anni di prigionia nel mio corpo intubato e senza nervi, ero io il muto o eravate voi, uomini troppo sapienti e sani, i sordi? Ringrazio i miei cari che, soli contro tutti, non si sono mai stancati di tenere accesa la fiammella della comunicazione con questo mio corpo martoriato e con questo mio cuore affranto, ma soprattutto con questa mia anima rimasta leggera, intatta e vitale come me la diede Iddio. Ringrazio chi, anche durante la mia "vita vegetale", mi parlava come uomo, mi confortava come amico, mi amava come figlio, come fratello, come padre. Dove sarebbe finita l'umana solidarietà se coloro che mi stavano attorno durante la mia sofferenza avessero tenuto d'occhio solo la spina da sfilare del respiratore meccanico, pronti a cedermi come trofeo di morte, col pretesto che alla mia vita non restava più dignità?
La mia famiglia sfidava la scienza e la statistica dei grandi numeri svenandosi nel girovagare con me in camper per ospedali e ambulatori lontani. Urlando in Tv (Porta a porta e similari) minacce e improperi contro la generale indifferenza per il mio stato d'abbandono. Vi ricordate di quel piccolo neonato anencefalico di Torino, fatto nascere per dare inutilmente e anzitempo gli organi e poi morire? Vi ricordate che dalla sua fredda culla d'ospedale un giorno strinse il dito della sua mamma, mentre i medici quasi sprezzanti spacciavano quel gesto affettuoso per un riflesso meccanico da avvizzita foglia d'insalata?
Cara Mamma, quando mi coprivi di baci e di preghiere, anch'io avrei voluto stringerti quella mano rugosa e tremante, ma non ce la facevo a muovermi, né a parlare, mi limitavo a regalarti lacrime anziché suoni. Erano lacrime disprezzate da celebri rianimatori e neurologi, grandi "esperti" di qualità di vita, ma era l'unico modo possibile di balbettare come un neonato il mio più autentico inno all'esistenza avuta in dono da te e da lui. Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita di finta dolcezza. Credetemi, la vita è degna d'essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato.
Signor Presidente della Repubblica, solo il suo intervento (ma con i fatti) potrà evitare ulteriori richieste di eutanasia, in alternativa ordini di chiudere tutti i reparti di rianimazione.
Conflitto di attribuzione tra Corte di Cassazione e Parlamento?
Pubblicato il 15 luglio 2008
Seduta n. 37
COSSIGA , QUAGLIARIELLO , BIANCONI , BRICOLO , D'ALIA , PISTORIO , TOMASSINI , BERSELLI , CURSI , ALLEGRINI , AMATO , BALBONI , BENEDETTI VALENTINI , BONFRISCO , BORNACIN , CALABRO' , CENTARO , COLLI , COMPAGNA , CONTINI , D'AMBROSIO LETTIERI , DE FEO , DE LILLO , DELOGU , DI GIACOMO , GERMONTANI , GHIGO , GRAMAZIO , LICASTRO SCARDINO , MASSIDDA , MUGNAI , NANIA , POLI BORTONE , RIZZI , RIZZOTTI , SACCOMANNO , SPADONI URBANI , STANCANELLI , VALENTINO
Salviamo Abele, ma preghiamo per Caino!
La sofferenza è sempre e comunque un momento in cui l'uomo, attraverso lo specchio del dolore, ha la possibilità di vedere se stesso per quello che è; un momento che può essere sfruttato per far parlare il silenzio, quel silenzio dell'anima ove la voce di Dio diviene assordante tuono ed allo stesso tempo musica di speranza. Noi di Regina Mundi partecipiamo al dolore della famiglia Englaro, rispettando appunto quel silenzio ove solo Dio sa pronunciare le parole giuste. Per quanto possibile abbiamo cercato di evitare questo tema, rimanendo in preghiera e nella vicinanza spirituale per sostenere un uomo ormai stanco da 14 anni di speranze disattese. La speranza e la fede sono doni che solo Dio può dare e che possono essere impetrati attraverso la preghiera.
19 luglio 2008
Pregare a far firmare per difendera la vita di Eluana!
Al tempo stesso Vi chiediamo di continuare senza sosta a far firmare l'appello presente su www.firmiamo.it/eluanaenglaro, e segnaliamo che dal link http://www.box.net/shared/z124vmyw4k é scaricabile un volantino da stampare per diffondere l'iniziativa.


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