Lo conferma il parere degli addetti ai lavori: nessuna obiezione fondata nel merito è stata opposta alle norme che la Lombardia ha adottato, frutto dell'esperienza maturata nel corso degli anni da alcuni dei più frequentati reparti di maternità milanesi: la Clinica Mangiagalli e l'Ospedale San Paolo. Due le questioni scientifica la prima, organizzativa l'altra che rappresentano una certa innovazione nel testo dell'Atto di indirizzo emanato dalla Lombardia: il termine di 22 settimane più tre giorni quale limite per effettuare aborti nel secondo trimestre, e la presenza di almeno due medici (oltre alla presa visione del primario) per redigere il certificato di richiesta dell'interruzione volontaria di gravidanza.
Certamente la struttura ha una certa rilevanza nel determinare i risultati, ma i dati mostrano che più ci si impegna e più si ottiene: «Basta guardare al Giappone aggiunge Noia dove si riscontrano tassi di sopravvivenza doppi rispetto all'Europa: là c'è un atteggiamento molto attivo per assistere i nati pretermine: per esempio, una puericultrice dedicata per ogni bambino». Infine, osserva Giuseppe Noia, anche il peso delle disabilità è un concetto che va adeguato: «I neuropsichiatri hanno osservato che non pochi neonati che alla nascita manifestavano danni con tassi di paralisi molto alti, a una verifica successiva agli otto anni di età mostravano sorprendenti riduzioni del danno originario: non poteva essere cancellato, ma era a un livello inimmaginabile alla nascita. Sono dati che devono far riflettere quando si assiste a levate di scudi per dichiarazioni abbastanza scontate, come è successo nel febbraio scorso, quando i primari di ginecologia delle università romane hanno ribadito il dovere di rianimare feti pretermine che mostrino segni di vitalità».
15 maggio 2008
Le linee guida lombarde andavano bene: lo dicono i medici!!
194: perché le linee guida lombarde funzionano
di Enrico Negrotti - Avvenire del 15 maggio - Inserto E' vita n. 175 - prima pagina
L'Atto di indirizzo é scaricabile - dal sito della Direzione Regionale Sanitá della Regione Lombardia - al link http://www.sanita.regione.lombardia.it/decreti/DDG2008_327.pdf
Si appoggiano sull'evidenza scientifica, sulla buona pratica clinica e sul tentativo di offrire ogni possibile sostegno alla donna che si trovi a valutare l'ipotesi di interrompere la gravidanza le misure previste dall' "Atto di indirizzo" che la Regione Lombardia approvò nel gennaio scorso e che pochi giorni fa è stato sospeso da un'ordinanza del Tar.
Claudio Fabris, direttore della Neonatologia del Sant'Anna di Torino e presidente della Società italiana di neonatologia, trova del tutto adeguato il termine scelto dalla Lombardia: «Nel corso degli anni sono molto migliorate le nostre capacità di assistere i neonati pretermine. Se all'epoca in cui è stata approvata la 194 si indicava di solito la 24esima settimana come soglia per la possibile vitalità del feto, oggi il quadro è molto cambiato e dalla 22esima settimana in poi esistono probabilità sempre crescenti di sopravvivenza. Così noi al Sant'Anna insieme con i ginecologi ci siamo dati un codice di comportamento e abbiamo fissato il termine a 22 settimane e sei giorni. Il limite della Lombardia è leggermente più stretto, ma non cambia molto: la raccomandazione è giusta».
Analogo apprezzamento per la scelta della Lombardia viene dal ginecologo Giuseppe Noia, docente di Medicina dell'età prenatale all'Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma: «Si tratta di indicazioni prese dai dati oggettivi della letteratura scientifica sull'argomento, non sono certo ragioni di natura confessionale quelle che inducono a dire che dalla 23esima settimana i feti hanno il 10-20% di possibilità di sopravvivere. Del resto la legge 194 parla dell'obbligo di assistere un neonato se manifesta segni di vitalità. Se 18 anni fa sotto un certo peso si salvava solo un 10% dei neonati, ora siamo al 90%: va ricordato che sono cambiate e migliorate le metodologie dell'assistenza per il danno da ipossia (insufficiente apporto di ossigeno) non solo per il neonato pretermine ma anche nell'adulto colpito da ictus o da infarto cardiaco».
Anche Andrea Natale, ginecologo dell'Ospedale Macedonio Melloni di Milano, sottolinea che «rifiutare le linee guida della Lombardia significa non accettare i progressi realizzati dalla neonatologia negli ultimi anni: è come non voler gettare lo sguardo in avanti».
Basilio Tiso, direttore sanitario della Mangiagalli, sempre a Milano, puntualizza: «Noi continueremo ad applicare quei parametri, che del resto avevamo adottato già dal 2004. Del resto le Linee guida sono state bocciate per la forma e non per la sostanza. Infatti c'è un accordo pressoché assoluto sulle 22 settimane come termine oltre il quale crescono le possibilità di vita del feto». Sul fatto che la firma di un secondo medico renda più difficile l'aborto, Tiso dissente e parla di organizzazione: «Stiamo parlando di aborti piuttosto rari, non più del 10% del totale. La Regione che deve organizzare i servizi può benissimo decidere che tali interventi vengano effettuati solo in strutture e in Lombardia non mancano (ma anche nelle altre regioni) sufficientemente grandi e attrezzate per avere sempre un'équipe disponibile».
Tra le altre misure significative dell'Atto di indirizzo c'è il potenziamento delle attività di prevenzione: «Ci siamo resi conto conclude Tiso che, tra le ragioni che portano a interrompere la gravidanza, stanno crescendo i motivi sociali ed economici: poiché molte tra le donne che si rivolgono a noi non sono passate dai consultori, ci pare opportuno far conoscere le possibilità di sostegno alla maternità che sono a disposizione». In questo senso un ruolo significativo in Mangiagalli viene svolto dal Centro di aiuto alla vita: «Noi siamo un consultorio familiare accreditato puntualizza la responsabile Paola Bonzi , che come tale deve sempre farsi carico della persona individualmente: e se la presa in carico realizza una relazione di aiuto, le settimane non contano. [...]».

Scarica e diffondi il banner!