URGENTE


18 luglio 2010

La protesta anche su Facebook!

Si informa che da alcuni giorni la protesta contro la campagna Travelsex è diventata anche una “causa” su Facebook, al fine di aumentarne la visibilità.

 

Veniteci a trovare ed aderite numerosi: http://www.causes.com/causes/503465?recruiter_id=42115671!

 

Associazione Due minuti per la vita

www.dueminutiperlavita.info

info@dueminutiperlavita.org

06 luglio 2010

Appello al Ministro Giorgia Meloni

C.A.
Onorevole Giorgia Meloni, Ministro della gioventù

e  p.c.
Membri dello Staff del Ministro della Gioventù
Membri del Dipartimento del Ministro della Gioventù



Torino, 6 luglio 2010


Appello all’Onorevole Giorgia Meloni, Ministro della Gioventù
Per la sospensione del patrocinio ministeriale alla Campagna Travelsex


Gentile Onorevole Meloni,
nelle scorse due settimane attraverso il nostro sito www.dueminutiperlavita.info, sono state inviate diverse centinaia di e-mail – alla Sua attenzione ed a quella del Suo Staff, nonché del Consiglio Direttivo della SIGO, – in adesione all’iniziativa di sensibilizzazione e protesta “Chi semina contraccettivi raccoglie aborti”, realizzata al fine di permettere a cittadini italiani di esprimere la propria contrarietà nei confronti della massiccia campagna pro-contraccezione lanciata per il periodo estivo, con il Suo patrocinio, dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia.

A fronte di tale iniziativa ci è giunta, il 25 giugno 2010, la gradita lettera da parte del Professor Giorgio Vittori, Presidente della SIGO, a cui si è data risposta lo scorso 30 giugno. Dispiace e stupisce, invece, il silenzio del Suo Ministero, da cui non è pervenuta nessuna comunicazione istituzionale in risposta all’iniziativa. Non si pretende evidentemente che Ella – impegnata in numerosi impegni connaturati alla Sua funzione di Governo – risponda ad ognuno delle centinaia di messaggi ricevuti, e tuttavia si confida sinceramente che voglia interloquire con noi promotori dell’iniziativa al fine di rendere trasparente la qualità del supporto tecnico-scientifico offerto dagli esperti ministeriali che La ha indotta a concedere il patrocinio alla campagna Travelsex. La guida per viaggiare sicuri.

Gentile Ministro, la sua posizione ed il suo operato, in altre occasioni – in particolare relativamente alla difesa del diritto alla vita di Eluana Englaro ed alla ferma presa di posizione a favore del decreto legge che vietava la sospensione dell’alimentazione e dell’alimentazione alla giovane lecchese – sono stati particolarmente apprezzati. In questa occasione, invece, non possono essere condivisi: se all’epoca Ella affermava di essere convinta che “la difesa della vita sia il punto da cui bisogna partire prima di ogni altro ragionamento” (Il Giornale, 8 febbraio 2009, pag. 7) ci si auspicherebbe che ciò sia valido anche per la vita nascente e non soltanto per la vita nella disabilità.

Forse Ella non è al corrente che la recente letteratura scientifica sul tema dei rapporti tra contraccezione ed aborto dimostra la completa inefficacia della contraccezione nella prevenzione degli aborti e addirittura la possibilità, in alcuni casi, di un effetto paradosso (Puccetti R, Di Pietro ML, Costigliola V, Frigerio L. Prevenzione dell’aborto in occidente: quanto conta la contraccezione? Italian Journal of Gynaecology & Obstetrics 2009: 21(3): 164-78.). Ciò è dimostrato, in particolare dagli esempi di paesi come Francia e Gran Bretagna, nei quali – nonostante il costante l’aumento della copertura contraccettiva presso i giovani – nel solo anno 2008 sono stati effettuati, rispettivamente, 46.897 e 31.779 aborti da parte di ragazze adolescenti (Fonte: Istituto de politica familiar, El aborto en Europa y en España, 2010). Tali drammatiche cifre dimostrano lucidamente che la strada maestra per prevenire gli aborti non può essere la distribuzione a pioggia di preservativi e di pillole, ma un serio impegno per offrire ai giovani un’adeguata formazione ed educazione all’affettività, all’amore ed alla sessualità nel rispetto integrale della verità persona umana.

Si condivide pienamente il Suo rilievo secondo cui “puntare su questi temi è un investimento per il futuro perché significa anche tutelare la salute dei ragazzi” (Corriere online, 18 giugno 2010), e proprio per questo reputiamo necessario scongiurare in ogni modo l’avvallo a campagne mediatiche che facilmente conducono ad una visione della sessualità edonistica e deresponsabilizzante, priva di valori veri, una visione – in ultima analisi – che considera l’altra persona come strumento di piacere e di divertimento e nulla più.

Come giovani La invitiamo, Ministro Meloni, Lei che è a noi pressappoco coetanea, e che per mandato istituzionale è stata delegata a “promuovere e coordinare le azioni di Governo volte ad assicurare l'attuazione delle politiche in favore dei giovani in ogni ambito, ivi compresi gli ambiti […] dello sviluppo umano e sociale, dell'educazione” (D.P.C.M. 13 giugno 2008) ad accogliere la rispettosa richiesta di chiarimento ed operare una prudenziale sospensione del patrocinio alla campagna pro-contraccezione, in quanto foriera di una visione della sessualità che non rende giustizia alla verità, né a quella scientifica né a quella antropologica.


Convinti della Sua volontà di adempiere al Suo mandato operando le giuste scelte in vista del bene dei giovani italiani porgiamo distinti saluti.



Associazione Due minuti per la vita – Casella postale 299 10121 Torino – C.F. 97703690012
Tel. 011.043.62.93 – Fax. 011.19.83.42.99

03 luglio 2010

Drammatica testimonianza dal post-aborto


La storia di Giulia: l'Ivg, la solitudine e la depressione. Poi un incontro che riapre alla vita

"Io, libera dopo due aborti" - "Non erano grumi di cellule. Lo so: erano i miei bambini"
© La voce di Lugo - di Michela Conficconi – 27 giugno 2010



LUGO - Più che alla storia di una donna emancipata del XXI secolo, forte di "diritti" come l'aborto conquistati a suon di battaglie culturali e sociali, la vicenda di Giulia - una giovane della nostra provincia - rimanda ad un dramma profondissimo di solitudine, intessuto proprio di quelle stesse frontiere che ne avrebbero invece dovuto esaltare la libertà.


Giulia ha solo 27 anni, ma alle spalle della sua breve vita ha già due aborti volontari, effettuati a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro, il primo a 17 ed il secondo a 18 anni, ed una depressione scatenata da queste scelte che le ha minato progressivamente le relazioni interpersonali, il lavoro ed il corpo fino a portarla, più volte, sull'orlo del suicidio. È stato per anni pieno di brufoli il bel viso di Giulia: come quello di un'adolescente anche quando adolescente non lo era più. I suoi capelli neri e lucidi si erano diradati innaturalmente. La sua mente faceva irrigidire il corpo quando si trattava di accettare baci ed abbracci. E un bel giorno persino le sue braccia avevano pensato di tradirla rifiutandosi di funzionare anche per gesti semplici come fare il caffè. Non si affrettino i ben pensanti ad attribuire una sindrome post-aborto così profonda alla morale ecclesiale, perché all'epoca Giulia non frequentava la Chiesa. Ed era così lontana dal pensare che una cosa legale come l'aborto potesse avere effetti tanto devastanti nel vissuto di una donna che ci ha messo anni a capire che l'origine del suo male oscuro era proprio lì, in quel "grumo di cellule", come le ripeteva chi aveva vicino, che per alcuni mesi le erano cresciute in grembo e che ad un certo punto, senza avere piena coscienza di quanto si accingeva a fare, ha acconsentito a far strappare da sé.


Oggi sta bene, e i suoi occhi sono tornati a brillare di quella solarità connaturale al suo carattere semplice e dolce. Ma perché le cose potessero andare a posto c'è stato bisogno di un lungo lavoro, guidato da uno psicoterapeuta. Non per dimenticare e liberarsi di ingiustificati sensi di colpa: la ricetta dei politicamente corretti. Ma per ammettere la gravità del gesto commesso, elaborarlo e rendersi conto che ad essere sbagliata non era lei, ma la scelta fatta. Una scelta avventata per impedire la quale praticamente nessuno allora intervenne, strutture pubbliche comprese (forse per non influenzare l'esercizio della "libertà"? Per routine?), e che se fosse stata informata, emotivamente non così sotto pressione, sostenuta psicologicamente, indirizzata a strutture di supporto, se avesse saputo che il bambino si poteva lasciare anonimamente in Ospedale, se, se, se, "non avrei probabilmente fatto", dice. Tempi stretti e anche una innegabile superficialità da parte di diversi operatori incontrati nel cammino, l'hanno portata così dritta a quella che considera "l'azione più grave che potessi fare nella mia vita".


Per Giulia è doloroso ricordare il Calvario di cui ella stessa è stata l'artefice, ma accetta di raccontare per la prima volta ad un giornale per "infrangere l'assurdo silenzio che attornia il dolore delle donne che hanno effettuato un'interruzione volontaria di gravidanza – spiega – e che la solitudine rende ancora più profondo. Le mamme, gli operatori devono sapere cosa vuole dire abortire, e se la mia testimonianza può servire ad impedire altri drammi non mi tiro certo indietro". Tanto più che il vissuto di Giulia, a detta degli specialisti del settore, non è né più grave né molto diverso da quello di tante altre donne. Ed eccola la storia di questa ragazza, dura e a tratti quasi incredibile per la distanza tra quanto si afferma verbalmente e ciò che in realtà accade nell'iter delle donne verso l'Ivg e nel cuore di chi si decide di esercitare questo "diritto" conquista della modernità.


"La prima volta che sono rimasta incinta avevo 17 anni – racconta – Stavo con un ragazzo che in verità ero in procinto di lasciare perché violento. Non mi sono accorta subito del mio stato, perché non avevo il ciclo regolare ed era per me normale saltare un mese. Del resto non avevo notato nulla di particolare se non che mangiavo solo patate perché non mi andava altro. Poi un giorno vomitai violentemente per un odore intenso. Solo allora mi venne il dubbio e con immensa vergogna andai in farmacia a chiedere il test di gravidanza. Subito mi orientai verso l'aborto: perché ero molto giovane, non volevo che quel ragazzo fosse il padre dei miei figli e pensavo che una cosa legale non potesse essere sbagliata". Quindi l'incontro con operatore del Consultorio che, responsabilmente, volle che Giulia, allora minorenne, parlasse prima coi suoi genitori (nonostante per la legge non sia indispensabile). "Mia madre fu subito d'accordo – prosegue la giovane – mentre ci volle di più per convincere mio padre. I tempi erano tuttavia stretti perché ero già allo scadere del terzo mese, il limite posto dalla legge italiana per una Ivg. In Consultorio, allora, mi fissarono d'urgenza l'appuntamento in Ospedale". Nessuno psicologo né incontrato né proposto; nessuna delucidazione pratica sull'intervento di Ivg; nessuno che le abbia citato l'esistenza del Centro di aiuto alla vita. Tempo trascorso tra la scoperta della gravidanza e l'intervento: 3-4 giorni. Una bomba emotiva.


Quindi l'arrivo in Ospedale: era la mattina dell'11 settembre 2001: "Lo stesso momento in cui a New York cadevano le Torri Gemelle - evidenzia Giulia - Una singolare coincidenza che ha reso ancora più drammatico il ricordo di quel giorno". Che peraltro non ha poi mai potuto fare a meno di vivere come anniversario, come nel caso della Pasqua per il secondo aborto, con tutto il dramma legato al rinnovo periodico del dolore. "In Ospedale parlai prima con una donna che penso fosse un medico – ricorda ancora provata - Mi trattava sgarbatamente, forse perché pensava che stessi per fare una cosa orrenda. Ma, mi chiedo oggi, perché non me lo disse e non fece nulla per impedirmelo? Io ero spaventatissima e confusa per l'intrecciarsi di paura ed emozione, anche perché sentivo di essermi già affezionata alla creaturina che cresceva dentro di me. Ebbi solo la forza di chiedere cosa mi avrebbero fatto durante l'operazione, ma ricevetti solo una risposta superficiale in tono sbrigativo, quasi mi stessi impicciando di ciò che non mi competeva. Ho appreso solo qualche mese fa, guardando su Internet, come si effettua una Ivg nel primo trimestre, ovvero dell'aspirazione a pezzi del feto. Dei momenti successivi ho rimosso tutto. Mi hanno solo detto che non ho fatto altro che piangere. Nelle settimane a seguire, tuttavia, non notai nulla di cambiato in me".


Un dato in verità non strano, in quanto la sindrome post aborto matura, scrivono infatti gli esperti, non nel breve ma nel lungo periodo. "Pochi mesi dopo rimasi ancora incinta, di un altro ragazzo – prosegue il racconto – Mi accorsi ancora tardi del mio stato, perché avevo avuto comunque una sorta di ciclo". Ed ecco la nuova avventura al Consultorio: "Mi fissarono l'appuntamento a ora di pranzo, ma quando andai la dottoressa mi disse che era un brutto momento e che avremmo dovuto fare presto perché doveva uscire per la pausa. Mi toccò la pancia e mi disse che effettivamente ero incinta. Quindi mi indirizzò ad una clinica convenzionata per gli esami in vista dell'aborto. Nessuna ecografia, nessuno psicologo, nessun tentativo di dissuadermi". Poi l'incredibile: "Al Consultorio non mi fecero fretta perché senza ecografia non mi avevano detto di quale mese ero. Quando arrivai in clinica ebbi dunque la sorpresa di sapere che mi trovavo al quarto mese e che non potevo più abortire. Mi misi a piangere e il medico mi disse che c'era comunque una soluzione: si poteva andare in Nord Europa dove gli aborti si praticano a pagamento fino al quinto mese, e che avrebbero provveduto a tutto loro. Viaggio aereo e alloggio compreso… il tutto a meno di un migliaio di euro. Avevo un'ora di tempo per decidere. Andai in cortile da sola e piansi ininterrottamente. Poi scelsi di procedere. Anche in questo caso nessun percorso alternativo suggerito dagli operatori e nessuna spiegazione sul metodo dell'aborto che, nel secondo trimestre, è un parto prematuro pilotato che per me fu in anestesia totale".


"Nella clinica estera nessuno parlava la mia lingua e si comunicava per gesti – ricorda ancora carica di dolore Giulia – Quando tornai ero così provata che mi erano cadute ciocche intere di capelli". Mese dopo mese, poi l'arrivo della depressione, con incubi, progressiva chiusura in sé stessa, pianti continui. "Colori, odori, voci, c'erano mille cose che vivevo con ansia e dolore – dice – Poi ho capito che mi rimandavano alle Ivg, e sono arrivata a collegare, anche per i sogni ricorrenti, che tutto il mio male derivava di lì. Comparirono anche pensieri terribili come: 'ho ucciso e ora devo morire io'".


Poi il lieto fine, con la scelta di aprirsi ad un sacerdote e, poi, l'approdo ad una psicoterapia per sindrome post aborto: "Mi hanno fatto dare un nome a quei piccoli di cui sono stata anche se per poco madre. Non li ho mai visti ma sento che il primo era una femminuccia e il secondo un maschietto. Passo dopo passo ho imparato a convivere con il dolore senza che questo mi schiacciasse. Solo ammettere la gravità di quanto accaduto mi ha dato pace e ha riaperto i rapporti che prima rifuggivo, anche nei confronti dei bambini".


E conclude: "Non si può mascherare la realtà dell'aborto sostenendo che un bimbo nel grembo di una donna non è nessuno e che quindi si può liberamente buttare. Una mamma sa d'istinto che non è così, e non c'è ideologia che possa nascondere questa verità che emerge dal profondo dell'anima da ogni parte, come un fiume in piena, al di là della propria formazione e dei propri pensieri"

30 giugno 2010

La SIGO ci scrive. E noi rispondiamo

Torino, 30 giugno 2010

Rendiamo noto che il 25 giugno u.s. abbiamo ricevuto una lettera del professor Vittori, Presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia, in risposta alla nostra iniziativa di sensibilizzazione e di protesta contro la campagna pro-contraccezione lanciata dalla Società, con il Patrocinio del Ministro della Gioventù, in occasione del periodo estivo.

Su richiesta del Presidente Vittori segnaliamo che la lettera della SIGO è disponibile all'indirizzo http://www.dueminutiperlavita.eu/Lettera-SIGO-a-Due-minuti-per-la-vita.PDF. Trovate, inoltre, la nostra risposta all'indirizzo http://www.dueminutiperlavita.eu/Risposta-Due-minuti-per-la-vita_a-SIGO.pdf.

Con l'occasione informiamo anche che la nostra protesta via e-mail è stata segnalata a pagina 4 dell'inserto E' Vita di Avvenire del 24 giugno.


Associazione Due minuti per la vita
Preghiera in difesa della vita nascente
Casella postale 299 - 10121 Torino - Fax. 011.19.83.42.99
www.facebook.com/dueminutiperlavita

29 giugno 2010

I mondiali della contraccezione

IL CASO/ Ai mondiali in Sudafrica anche la Fifa scende in campo con le lobby degli abortisti

29 giugno 2010 - di Gianfranco Amato – www.ilsussidiario.net

 

 

La potentissima lobby cultural-affaristica del condom non si ferma neppure di fronte allo sport. Anzi, proprio il campionato mondiale di calcio in Sudafrica ha rappresentato un ottimo pulpito per proclamare al mondo il verbo della contraccezione. In contrapposizione, peraltro, con il retrivo e oscurantista Benedetto XVI.

 

Per non essere da meno, la Gran Bretagna ha primeggiato in generosità, inviando nell'ex colonia ben 42 milioni di preservativi, da utilizzare in occasione della World Cup. Sono 160 mila i condom che verranno distribuiti gratuitamente ai propri ospiti da un gruppo di hotel di Cape Town, accompagnati da uno slogan allusivo: «play it safe» (gioca sicuro).

 

Lo stesso ministero della Salute del governo sudafricano ha avviato la distribuzione di preservativi nelle camere di circa 100 hotel in tutto il Paese per promuovere il sesso sicuro, stando a quanto affermato da Kai Crooks-Chissano, project manager per il 2010 della South African Business Coalition on HIV/AIDS. Due preservativi per camera d'albergo ogni notte, è questo il piano governativo.

 

Anche l'amministratore delegato dell'Ente del Turismo di Cape Town, Mariette du-Toit Helmbold, ha voluto rivendicare la propria competenza in materia di contraccezione, avendo candidamente dichiarato di essere «ben consapevole che l'attività sessuale è parte integrante di una vacanza».

 

Il Sudafrica, però, non è stato invaso solo da normali preservativi per uomini. Anche quelli femminili hanno fatto la loro parte. La Female Health Company, infatti, ha annunciato di aver ricevuto un ordine per 3,5 milioni di FC2 Femidom, il preservativo rosa, che la ferrea logica dell'eguaglianza tra i sessi non poteva far mancare alle donne.

 

Il micidiale mix di dogmatismo e business che ruota attorno al condom è riuscito ad avere la meglio anche sull'altrettanto potente lobby calcistica della FIFA. In un primo momento, infatti, la Federazione si era opposta alla pubblicità e alla distribuzione gratuita dei preservativi negli stadi. Non certo per motivi etici, ma per questioni assai più prosaiche legate a sponsorizzazioni e licenze.

 

Dinnanzi, però, allo strapotere ideologico-finanziario della lobby della contraccezione e di fronte alla minaccia di una scomunica da parte della chiesa del politically correct, la FIFA ha visto bene di fare marcia indietro. Tramite un comunicato ufficiale ha puntualmente smentito di aver bloccato le benemerite attività finalizzate alla lotta all'AIDS, e ha dichiarato, anzi, che aprirà proprio a Cape Town, in Sudafrica, il primo "centro della speranza", il Football for Hope Khayelitsha Center, dove per la prima volta il calcio sarà usato come una scuola per i bambini, affinché vengano istruiti su come evitare il contagio dall'AIDS.

 

Nello stesso comunicato la FIFA ha inoltre dichiarato che non solo non si opporrà alla distribuzione gratuita di preservativi in Sudafrica durante i mondiali, ma che, al contrario, sarà un testimonial di tale iniziativa, avendo già predisposto appositi punti di distribuzione di medicine di base, creme contro le ustioni solari e profilattici. Tutto gratis, ovviamente. Per farsi perdonare, la stessa FIFA ha anche dichiarato che durante le partite farà trasmettere, attraverso i megaschermi, appositi spot pubblicitari sulla prevenzione dell'AIDS e sulla promozione dei preservativi.

 

Solamente lo strapotere ideologico ed economico che ruota attorno alla contraccezione poteva scuotere l'imperturbabile "neutralità" etica della FIFA. Quella "neutralità" che per impedire al giocatore cattolico Wayne Rooney di portare la croce al collo durante le partite, aveva fatto dire a Mark Whittle, capo delle relazioni pubbliche della stessa FIFA: «Qui non ci occupiamo di religione». L'ossessione del condom - quando non è business - è pura ideologia. E quando l'ideologia acceca, si finisce per non vedere più la realtà.

 

Nonostante sia sommerso da una proluvie di preservativi, il Sudafrica detiene il triste primato della velocità di diffusione del virus HIV. Nonché quello del numero dei malati e dei morti per AIDS. Ogni anno il governo sudafricano distribuisce 450 milioni di condom, e malgrado ciò, oggi in quel Paese vi sono 5,7 milioni di sieropositivi, su una popolazione di 47 milioni di abitanti.

 

Il bilancio quotidiano è da bollettino di guerra: circa 1.400 persone al giorno contraggono l'infezione, mentre il numero dei decessi per HIV si attesta attorno al migliaio. Se poi si considera che il 30% circa delle donne in stato di gravidanza è affetta da AIDS, l'idea di una generazione sudafricana completamente libera da questo micidiale morbo appare quasi utopica.

 

Come si fa a non capire che dinnanzi a questa colossale tragedia, che investe un intero popolo, la soluzione non può essere semplicemente quella del condom? In un Paese in cui lo stesso Presidente della Repubblica, Jacob Zuma, è un poligamo e convinto assertore della promiscuità sessuale, forse il problema è innanzitutto di natura culturale. I 42 milioni di preservativi britannici, uniti agli altri milioni già circolanti in Sudafrica, non sono in grado di rappresentare, purtroppo, la mitica panacea.

 

Anche nel mondo laico qualche testa pensante sta riconsiderando la questione, e comincia timidamente a parlare della necessità di «percorsi educativi», di «sessualità responsabile», di «autocoscienza». Sono, però, cauti sussurri, parole appena bisbigliate, perché - ahimè - sono le stesse usate dal Papa nell'ormai celebre intervista rilasciata al giornalista Philippe Visseyrias di France 2, durante il suo viaggio in Africa. Quelle parole per cui i sommi sacerdoti del politically correct hanno urlato al mondo: Anathema sit!